Ibis (Ovidio)

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Ibis
Autore Ovidio
1ª ed. originale 9-18 d.C.
Genere Maledizioni
Lingua originale latino

L'Ibis è un poemetto imprecatorio scritto da Ovidio.

È la terza operetta scritta dal poeta durante il suo esilio a Tomi, l'odierna Costanza; composto di 322 distici elegiaci, attacca un anonimo romano, di origine africana, prima amico, poi avversario di Ovidio e suo calunniatore. Il nome dell'opera deriva dall'ibis, l'uccello egiziano a cui la fantasia popolare attribuiva la perversa abitudine di detergersi il posteriore con il becco; già il Levitico lo considerava, poi, come animale impuro.

Il poema si ispira all'omonima opera di Callimaco ed è costituito da una elaborata introduzione in cui Ovidio minaccia l'anonimo nemico che lo ha costretto ad una vera e propria precatio, un rito di maledizione contro il nemico implacabile (v. 1-250). A questa introduzione, segue (v. 251-638) una serie di imprecazioni (dirae) contro il nemico, tratte da esempi della storia e della leggenda, tratte sicuramente da Callimaco e da Euforione, che aveva scritto un'opera consimile.

"Nella lunga serie è impossibile stabilire un ordine chiaro, che abbracci tutti gli esempi, anche se si può delimitare qualche gruppo di esempi legati insieme dalla concatenazione dei fatti o dal riferimento ad una stessa genealogia, a una stessa regione, o dal tipo della maledizione" (A. La Penna, P. Ovidii Nasonis Ibis, Firenze 1957, p. 51).

Infine, Ovidio preannuncia altre, più complesse, maledizioni se il suo avversario non desisterà dalle proprie azioni: dovrà chiamare per nome il nemico e usare, in quel caso, il verso giambico (v. 639-644).

Il poemetto ha scarso valore poetico: la sua poesia è fredda, poco partecipata (come se l'invettiva non fosse realmente sentita dal poeta) e appesantita dai troppi richiami letterari, che ne fanno un'opera erudita e fortemente oscura, estranea al genio ovidiano.