Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
AutoreEugenio Montale
1ª ed. originale1967
Generepoesia
Lingua originaleitaliano

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale è la poesia n. 5 di Xenia II di Eugenio Montale, poi inserita all'interno della raccolta Satura. È una delle più note liriche scritte in memoria della moglie Drusilla Tanzi, ed è stata composta nel novembre del 1967.

Testo e parafrasi[modifica | modifica wikitesto]

Testo Parafrasi

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Ho avuto te accanto, in tante situazioni quotidiane,
e ora che non ci sei sento un vuoto ad ogni gesto quotidiano.
Nonostante le tante esperienze vissute insieme, il nostro percorso di vita comune è stato breve.
Il mio dura tuttora e non mi occorrono più
le coincidenze, le prenotazioni e le delusioni
di chi crede che solo ciò che si vede sia il vero.

Ho affrontato innumerevoli situazioni accanto a te,
non tanto perché insieme eravamo più forti.
Le ho affrontate con te perché sapevo che tra noi due
l'unica persona con una buona "vista",
sebbene tu fossi molto miope, eri tu.

Commento[modifica | modifica wikitesto]

La poesia consta di due strofe, una di sette versi e l’altra di cinque, per un totale di dodici. I versi sono liberi e piani.

Montale dedica questa poesia alla defunta moglie, la scrittrice Drusilla Tanzi (scomparsa nel 1963 dopo un solo anno di matrimonio ed alla quale il poeta era stato legato sentimentalmente dal 1939), soprannominata «Mosca» a causa della sua miopia piuttosto accentuata che la costringeva a indossare occhiali dalle lenti molto spesse. In un affettuoso e nostalgico colloquio con Drusilla, qui Montale ricorda la vita trascorsa insieme a lei dal punto di vista di «chi resta», per usare le sue stesse parole usate ne La casa dei doganieri.

L'attacco della poesia è affidato ad una pregnante iperbole, almeno un milione di scale, che intende sottolineare da una parte l'abitudinarietà del gesto di scendere le scale insieme, e dall'altro il ricordo nostalgico della vita coniugale. La vita del poeta prosegue, malgrado la sensazione di vuoto e solitudine; grazie al lutto, tuttavia, Montale ha finalmente compreso la futilità delle incombenze e delle urgenze della vita quotidiana, alle quali non attribuisce più importanza, a differenza di tutti coloro che credono che la realtà sia solamente quella visibile.

Al contrario Drusilla era ben consapevole che la realtà non è "quella che si vede", ma un mistero che va oltre le apparenze, paradossalmente proprio grazie alla sua miopia: «sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue» (vv. 9-11). Sono questi versi a rivelare il vero ruolo di Mosca che, pur essendo quasi cieca, era ugualmente guida del poeta nella sua esistenza: se Montale aiutava la moglie a scendere le scale, Drusilla aiutò il marito a scorgere il senso profondo delle cose, rendendolo al di sopra delle trappole e degli scorni di chi ne è invece superficialmente e tristemente inconsapevole[1].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Paolo Ambrosi, Passaggi: dialoghi con il buio, Mimesis Edizioni, 2006, p. 27.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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