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Determinismo tecnologico

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Il determinismo tecnologico è una posizione teorica che interpreta la tecnologia come fattore primario nello spiegare grandi trasformazioni della società e la configurazione dei valori sociali.[1][2] L'origine dell'espressione è spesso ricondotta a Thorstein Veblen, nel quadro della sua riflessione sul rapporto tra strumenti tecnici e mutamento istituzionale.[3]

Definizione e quadro teorico

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Nella letteratura della scienza, tecnologia e società (STS) il determinismo tecnologico, in versione "forte", sostiene che lo sviluppo tecnico segua una logica autonoma e che le trasformazioni sociali si allineino principalmente a tale sequenza causale.[4] In formulazioni "deboli", la tecnologia è considerata la variabile esplicativa prevalente dei processi storici, senza escludere del tutto fattori economici e politici.[5]

Un filone ampio di studi ha messo in discussione gli assunti deterministici, insistendo sull'intreccio tra progettazione, diffusione e uso delle tecniche e i contesti sociali: è l'approccio della Costruzione sociale della tecnologia (Social Construction of Technology, SCOT) e, più in generale, del "modellamento sociale della tecnologia" (social shaping of technology).[6] In questa prospettiva, le tecnologie non sono cause uniche lineari, ma si co-determinano con istituzioni, culture e pratiche.[7]

Il pioniere: Harold Innis

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Tra i primi autori a collegare in modo sistematico tecnologie della comunicazione e forme di organizzazione sociale vi è Harold Innis, che distingueva tra media orientati al tempo e orientati allo spazio per spiegare come differenti supporti favoriscano diversi assetti istituzionali e territoriali (orientamento, bias).[8] In questa chiave interpretativa, la storia delle istituzioni occidentali è letta anche attraverso gli orientamenti (bias) dei mezzi di registrazione e trasmissione (dalla pergamena alla carta, fino alla stampa), con effetti sulla circolazione del potere e sulla durata delle strutture politiche e religiose.[9][10]

Il maggiore esponente: Marshall McLuhan

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Nel secondo dopoguerra Marshall McLuhan ha reso centrale l'idea che gli effetti dei media derivino soprattutto dalle caratteristiche del medium e non dai contenuti che veicola, sintetizzando la tesi nella formula «il mezzo è il messaggio».[11] Per McLuhan, i media sono estensioni dell'uomo: modificano la scala, il ritmo e lo schema delle relazioni umane, ristrutturando percezione, lavoro e associazione sociale oltre i contenuti immediatamente osservabili.[11][12]

McLuhan usa, a titolo esemplificativo, la luce elettrica come "informazione pura": un mezzo (medium) privo di contenuto specifico, la cui rilevanza è data dall'effetto ambientale che produce sulle forme di vita sociale, indipendentemente dagli usi particolari (chirurgia, sport, pubblicità).[11] Da qui il corollario secondo cui il contenuto di ogni mezzo è un altro mezzo (la parola per la scrittura, la scrittura per la stampa, la stampa per il telegrafo), e l'attenzione al contenuto tende a occultare gli effetti strutturali del mezzo.[11]

In questa prospettiva McLuhan critica l'assunto strumentalista «non sono gli strumenti in sé, ma l'uso che se ne fa» (attribuito, tra gli altri, a David Sarnoff), ritenendolo fuorviante perché ignora come le proprietà del mezzo configurino, a monte, le forme dell'associazione umana.[11] L'accento sugli effetti ambientali dei media e sulle loro estensioni sensoriali costituisce uno dei contributi più influenti della teoria dei media novecentesca, ripetutamente discussi nella storiografia critica sul determinismo tecnologico.[13]

Una voce contemporanea: Derrick De Kerckhove

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Il massmediologo Derrick de Kerckhove, allievo e poi direttore del McLuhan Program in Culture and Technology dell'Università di Toronto (1983–2008), ha sviluppato una riflessione sul rapporto tra nuovi media digitali e forme dell'associazione sociale, proponendo la nozione di "intelligenza connettiva" (connected intelligence) in dialogo con l'intelligenza collettiva di Pierre Lévy.[14][15] Tra le sue opere figura Connected Intelligence: The Arrival of the Web Society (1997), nella quale il paradigma è delineato sul piano teorico.[16] In Italia ha affrontato, tra l'altro, il tema della relazione tra reti digitali e tempo sociale nel volume La conquista del tempo (2003).[17]

Una voce italiana: Francesco Monico

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Francesco Monico ha proposto una lettura della tecnica come sistema non neutrale che struttura l'immaginario sociale e culturale, articolata nel volume Fragile. Un nuovo immaginario del progresso (2020).[18] Nel dibattito sui limiti di trasparenza dei sistemi algoritmici, contributi come Frank Pasquale e Jenna Burrell hanno evidenziato l'opacità algoritmica (algorithmic opacity) dei modelli di apprendimento automatico, ponendo questioni di responsabilità e controllo sociale.[19][20]

Il determinismo tecnologico al cinema: tra utopia e distopia

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Una rappresentazione influente del rapporto tra automazione industriale e condizione umana si trova nel film Tempi moderni (1936) di Charlie Chaplin, dove la sequenza della catena di montaggio rende visibile l'idea di una razionalizzazione tecnica capace di orientare i comportamenti e i ritmi di vita.[21] La pellicola include episodi come la "macchina per mangiare", l'ingranaggio che ingloba il protagonista e l'uso di voce e suoni come dispositivi di controllo organizzativo; elementi documentati nelle note di produzione ufficiali.[22] Nel complesso, Tempi moderni utilizza in modo selettivo suono e parola per sottolineare la tensione fra individuo e macchina, tema centrale nella ricezione critica del film.[23]

Nella letteratura internazionale il determinismo tecnologico è stato criticato come schema riduzionista: gli studi di storia e sociologia della tecnologia sottolineano l'intreccio tra fattori tecnici e sociali ("modellamento sociale della tecnologia", social shaping of technology).[13][24] Bruce Bimber ha distinto tre sensi principali del determinismo tecnologico nel dibattito su Karl Marx, chiarendo che solo alcune formulazioni attribuiscono alla tecnologia un nesso causale autonomo sul mutamento sociale.[25] La prospettiva SCOT ha insistito su "flessibilità interpretativa", "chiusura" e "gruppi sociali rilevanti", mostrando come gli artefatti emergano da negoziazioni sociali e non da una necessità tecnica univoca.[26] Langdon Winner ha inoltre sostenuto che alcuni artefatti possano incorporare assetti di potere e scelte politiche, spostando l'attenzione dal se la tecnologia determini la società al come configurazioni tecniche possano avere effetti politici.[27][28]

Singolarità tecnologica

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Nel quadro futuristico del rapporto tra tecnica e società è stata discussa l'ipotesi di una singolarità tecnologica, cioè una soglia oltre la quale sistemi artificiali super-umani produrrebbero cambiamenti rapidi e imprevedibili.[29] Tra i contributi classici figurano le speculazioni di I. J. Good sulla "macchina superintelligente" (ultraintelligent machine) e l'argomentazione di Vernor Vinge presentata in una pubblicazione della NASA.[29][30]

  1. (EN) Technological determinism, su Oxford Reference. URL consultato il 6 dicembre 2025.
  2. Bimber, 1990, pp. 333–336
  3. (EN) Technological Determinism, su EBSCO Research Starters. URL consultato il 6 dicembre 2025.
  4. Bimber, 1990, pp. 333–341
  5. Bimber, 1990, pp. 336–341
  6. Williams e Edge, 1996, pp. 865–868
  7. Williams e Edge, 1996, pp. 868–872
  8. Comor, 2001, pp. 274–279
  9. Deibert, 1999, pp. 273–279
  10. Comor, 2001, pp. 286–291
  11. 1 2 3 4 5 (EN) Marshall McLuhan, The Medium is the Message (PDF), in Understanding Media: The Extensions of Man, New York, McGraw–Hill, 1964, pp. 1–20.
  12. McLuhan, 1964, pp. 1–20
  13. 1 2 Smith e Marx, 1994, pp. ix–xii
  14. De Kerckhove, Derrick (Lessico del XXI Secolo), su Treccani.
  15. (EN) Centre for Culture and Technology, su University of Toronto. URL consultato il 6 dicembre 2025.
  16. (EN) Connected Intelligence: The Arrival of the Web Society, su National Library of Australia. URL consultato il 6 dicembre 2025.
  17. De Kerckhove, 2003
  18. Monico, 2020
  19. Pasquale, 2015, pp. 1–12
  20. Burrell, 2016, pp. 1–3
  21. (EN) Modern Times (1936), su BFI. URL consultato il 6 dicembre 2025.
  22. (EN) Filming Modern Times, su CharlieChaplin.com. URL consultato il 6 dicembre 2025.
  23. (EN) Modern Times, su CharlieChaplin.com. URL consultato il 6 dicembre 2025.
  24. MacKenzie e Wajcman, 1999, pp. 37–41
  25. Bimber, 1990, pp. 333–351
  26. Pinch e Bijker, 1984, pp. 399–405
  27. Winner, 1980, pp. 121–136
  28. Winner, 1986, pp. ix–xii
  29. 1 2 Vinge, 1993
  30. Good, 1965, pp. 31–35

Voci correlate

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Altri progetti

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