Bonsai Kitten

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Bonsai Kitten (Gatti bonsai nella versione in italiano) è una bufala goliardica realizzata da un gruppo di studenti del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che, alla fine del 2000, pubblicò, su un sito web dal nome bonsaikitten.com, le istruzioni per la creazione di "gatti in bottiglia", compresi i relativi kit per il fai da te. Secondo bonsaikitten.com, era possibile, infatti, rinchiudere dei gattini in contenitori di vetro sagomati e costringere il loro corpo ad assumere la forma del recipiente durante la crescita, replicando così, sugli animali, la tecnica utilizzata per la creazione degli alberi bonsai.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nell'immediato, non fu colto l'intento satirico e parodistico del sito: l'apparizione di bonsaikitten.com (che fu chiuso qualche anno dopo) generò accese proteste sul web e sulla carta stampata e diede origine, anche in italiano, diverse catene di sant'Antonio via e-mail per esprimere una protesta contro il crudele trattamento riservato agli animali (attribuito a un non meglio identificato "scienziato giapponese").[1] Contemporaneamente alle proteste, anche a seguito di una investigazione dell'FBI che localizzò il sito nei server del MIT e identificò uno degli autori della bufala[2], già nel 2001, una parte dei media e alcune organizzazioni ambientaliste, come la PETA e il WWF, definivano il fenomeno come una burla.[1]

Bonsaikitten.com fu oggetto di alcuni articoli, pieni di sdegno e orrore, anche su alcuni quotidiani italiani che presero per veri i maltrattamenti sugli animali: a due articoli del giornalista Josto Maffeo sul Messaggero del 15 e 18 gennaio 2001, fece seguito - il 18 febbraio 2002, a oltre un anno di distanza dalla rivelazione della bufala - un articolo dello stesso tenore da parte di Ferruccio Sansa su La Repubblica.[1] Agli inizi del 2001, infatti, poco dopo la pubblicazione degli articoli de Il Messaggero, anche la trasmissione radiofonica Golem, in onda su Rai Radio 1, aveva chiarito la natura burlesca del sito.[1]

Emulazioni[modifica | modifica wikitesto]

Sull'onda del successo del sito originale, ne fu realizzata, nel 2001, da parte di emulatori, anche una versione in italiano ospitata dapprima sul dominio www.gattibonsai.it e, in seguito, su gattibonsai.com. Nonostante il tentativo di rendere ancora più palese l'intento umoristico, anche la versione italiana fu subito oggetto di vive proteste. Dopo pochi mesi il sito fu chiuso dalla Polizia postale italiana, per l'ipotesi di istigazione a delinquere e possibile maltrattamento di animali, a seguito di una denuncia presentata dalla conduttrice televisiva Licia Colò.[3]

Di recente[non chiaro], il sito www.gattibonsai.it è stato acquistato da un anonimo e funge da rimando a questa pagina di Wikipedia, allo scopo di evitare il diffondersi di ulteriori falsi allarmi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Il caso Bonsaikitten.com ricostruito da Paolo Attivissimo.
  2. ^ David Emery. Bonsai kitten The world's most hated Website?, Urban Legends, About.com, 14 febbraio 2001.
  3. ^ Gatti messi in bottiglie, Gatti Bonsai, Bonsaikitten, hoax.it, 7 luglio 2001. URL consultato l'8 marzo 2015.