Boezio di Dacia

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Boezio di Dacia (lat.: Boëthius de Dacia; Danimarca o Svezia[1], 1240/1245 circa – Danimarca [?], 1285/1290 circa) è stato un filosofo danese, uno dei protagonisti della rinascita filosofica del XIII secolo, lungamente ritenuto seguace della linea della scuola averroista latina. Maestro delle arti presso l'università di Parigi, le sue posizioni, di stampo apparentemente averroistico, vennero aspramente criticate negli ambienti ecclesiastici del tempo e alcune proposizioni tratte dai suoi scritti furono ufficialmente condannate nel 1277 dal vescovo di Parigi Étienne Tempier nella famosa quanto discussa lista delle Opiniones Damnatæ (che conteneva enunciati tratti da Aristotele, Averroè, Sigieri di Brabante e forse perfino da San Tommaso d'Aquino). Diversi studiosi moderni tendono tuttavia a ridimensionare la radicalità dell'avverroismo di Boezio, riportandolo su posizioni sostanzialmente più ortodosse[2].

Pensiero[modifica | modifica wikitesto]

L'autonomia della filosofia e la presunta dottrina della doppia verità[modifica | modifica wikitesto]

Come Averroè e Alberto Magno, Boezio si pone la questione del rapporto tra scienza e fede, ossia tra la conoscenza razionale e la rivelazione. Per il filosofo danese, le verità della scienza sono sempre vere, in quanto indagano razionalmente sopra delle realtà immanenti, mettendo in luce primi principi, e ponendoli in relazione alle leggi di natura, che non possono essere in alcun modo confutate. Allo stesso tempo, anche le realtà della fede sono sempre vere, e, anzi, assumono maggiore importanza, perché rivelate all'uomo per volontà divina mediante la parola contenuta nelle Sacre Scritture. Ora, la questione della doppia verità si era risolta in Averroè con la supremazia della verità speculativa su quella delle Scritture, in ragion del fatto che quest'ultima, pur dicendo il vero, può essere interpretata variamente, anche e soprattutto in senso allegorico. Il problema si complica, però, con Boezio. Per il filosofo danese è di fondamentale importanza il riconoscimento della dignità e dell'autonomia della filosofia, che, in quanto disciplina autonoma, si dà da sé delle leggi e procede coerentemente con esse.

La filosofia ha delle regole ben precise, e sono proprio queste regole a renderla una scienza distinta e indipendente e a delimitarne il campo d'indagine. Boezio eleva la verità della rivelazione al di sopra delle scienze e, nello stesso tempo, afferma la validità di queste ultime, limitatamente al proprio campo d'indagine e d'azione, che è la natura. Il problema delle differenti conclusioni a cui teologia e filosofia arrivano si pone con forza nel dibattito sull'eternità del mondo, tema forte in Aristotele e tra i più dibattuti durante il basso medioevo. Boezio è convinto di non poter dimostrare mediante la ragione che il mondo, come vuole la religione cristiana, ha avuto un inizio. Ciò non significa, però, che tale inizio non ci sia effettivamente stato: il dato della fede ci dice infatti che il mondo è nuovo, cioè è stato creato. È quindi vero che, limitandosi alle evidenze che si raccolgono attraverso lo studio della natura, non ci sono buoni motivi di credere che il mondo abbia avuto inizio. È però altrettanto vero che, accogliendo, come è doveroso, il dato di fede, questi buoni motivi sopraggiungono. Non c'è alcuna doppia verità: la filosofia ci dice che non si può dimostrare che il mondo abbia avuto inizio attenendosi alle sole evidenze scientifiche; la fede, che è posta su un gradino più alto e non giudica solo mediante le leggi della natura, ci dice invece che l'inizio del mondo c'è stato. Non è l'unità della verità a essere messa in dubbio, ma l'unità del sapere. Filosofia e teologia coesistono senza entrare in conflitto, indagando gli oggetti da punti di vista diversi e senza mai arrivare a uno sdoppiamento della verità come per anni si è erroneamente ritenuto.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Modi significandi sive Quæstiones super Priscianum majorem[3].
  • Quæstiones de generatione et corruptione.
  • Quæstiones super libros physicorum.
  • Quæstiones super librum topicorum.
  • Opuscula:
    • De summo bono sive de vita philosophi.
    • De somniis.
    • De æternitate mundi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La maggioranza degli studiosi propende nel ritenere che Boezio fosse danese, ciononostante restano dei dubbi poiché il termine latino Dacia, benché primariamente utilizzato nel medioevo per indicare la Danimarca, era sovente esteso ad altre regioni scandinave, come la Svezia.
  2. ^ A. Ghisalberti, Boezio di Dacia e l'averroismo latino, in Actas del V Congreso Internationál de filosofía medievál, Editoria Nacionál, Madrid, 1979, pp. 765-773.
  3. ^ Goffredo de Fontaines ne redasse un'epitome: Godfrey of Fontaine's abridgement of Boethius of Dacias Modi significandi, sive Quaestiones super Priscianum maiorem, edizione, traduzione inglese ed introduzione di A. Charlene Senape McDermott, Amsterdam, Benjamins, 1980.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Sten Ebbesen: The Paris Arts Faculty: Siger of Brabant, Boethius of Dacia, Radulphus Brito. In: John Marenbon (a cura di), Medieval Philosophy. Routledge, Londra e New York 1998, pp. 269–290.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN84079513 · ISNI (EN0000 0000 8016 462X · LCCN (ENn83201050 · GND (DE119228599 · BAV (EN495/661 · CERL cnp00404791 · WorldCat Identities (ENlccn-n83201050