Assedio del Campidoglio

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Assedio del Campidoglio
parte dell'anno dei quattro imperatori
Roman Empire 69.svg
L'impero romano nel 68/69
Data18-19 dicembre 69
LuogoCampidoglio, Roma
EsitoVittoria dei Vitelliani
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Perdite
??
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L'assedio del Campidoglio fu un episodio della guerra civile romana, che vide il succedersi degli imperatori Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano. In particolare, l'assedio coinvolse le parti che sostenevano questi ultimi due imperatori.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile romana (68-69).

Dopo la resa delle proprie truppe a Narni, Vitellio, vedendo che aveva perso la guerra contro Vespasiano, abdicò il 18 dicembre, uscendo dal palazzo sul Palatino vestito a lutto, seguito da suo figlio sopra una piccola lettiga, come se stesse svolgendosi un funerale. Fra la folla piangente ed i soldati silenziosi, parlò alla folla, per poi allontanarsi come per deporre le insegne dell'impero nel tempio della Concordia e per raggiungere la casa del fratello. La folla però gli si oppose, sbarrandogli ogni via se non quella verso il palazzo, dove ritornò.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Il prefetto del pretorio Flavio Sabino, sapendo della volontà di Vitellio di abdicare, scrisse ai tribuni delle coorti di tenere a freno i soldati, ed i senatori più autorevoli, gran parte dei cavalieri e tutti i vigili e le milizie urbane riempirono la sua casa. Gli vengono comunicati il malcontento della folla e delle coorti germaniche,[3] e fu esortato ad affrontare armato le minacce di coloro che erano fermamente contrari al partito flaviano.[4]

Mentre scendeva verso il bacino di Fondano (presso il Quirinale) con la sua scorta, si scontrò con i rivoltosi in una zuffa improvvisa, e questi ebbero la meglio. Nella confusione Sabino decise quindi di occupare la rocca del Campidoglio, nella sommità settentrionale del colle, con frammisti alle milizie anche alcuni senatori e cavalieri, e delle donne, fra cui Verulana Gratilla.[4]

La vigilanza dei Vitelliani fu scarsa, anche a causa di una pioggia gelida che impediva di udire e di vedere, tanto che di notte Sabino riuscì a fare accedere al Campidoglio i figli ed il nipote Domiziano, ed a fare uscire messaggeri per gli eserciti Flaviani, chiedendo soccorso. All'alba poi inviò il primipilo Cornelio Marziale da Vitellio per lamentarsi della sceneggiata del giorno precedente, che era servita solo a fomentare la folla, senza una sincera rassegnazione a Vespasiano; chiedeva quindi di non scatenare una assalto sul Campidoglio. Vitellio diede la colpa ai soldati, ma indicò a Marziale di andarsene per un'uscita segreta per non essere ucciso dai soldati come intermediario di una pace non gradita, per tornare alla rocca indenne.[5]

Assalto[modifica | modifica wikitesto]

Non appena Marziale fu tornato, la furia dei Vitelliani, irati e senza capi, si scatenò. Di corsa attraversano il foro, e schierati, procedono verso il primo ingresso della rocca, attraverso il Clivo Capitolino. A destra di questo Clivo, per chi sale, c'era un antico porticato, che venne scalato dai Flaviani che dal suo tetto colpivano i Vitelliani con sassi e tegole. Questi ultimi erano sprovvisti di macchine o armi da lancio, e farle venir lì avrebbe richiesto troppo tempo, quindi scagliarono fiaccole contro la parte sporgente del portico. Con il diffondersi del fuoco verso la rocca, seguendo il portico, sarebbero riusciti a penetrare attraverso la porta incendiata, se Sabino non avesse innalzato all'ingresso una barricata con le statue che aveva fatto abbattere a tal fine.[6]

Quindi attaccano il Campidoglio da altre due direzioni, da sud per i cento gradini della rupe Tarpea e da nord, dalla parte dell'Asylum (oggi Piazza del Campidoglio). Fra i due attacchi improvvisi, quello da nord era il più minaccioso, in quanto da questa parte si arrampicavano due edifici contigui fra loro e tanto alti da raggiungere il livello del terreno sul quale sorgeva la rocca. Non si sa chi abbia appiccato fuoco ai tetti di queste case, ma i più dicono che siano stati gli assaliti, per respingere coloro che arrampicandosi riuscivano a raggiungere il tempio. Da qui poi le fiamme si propagarono sui portici del tempio, e presero fuoco le aquile di legno vecchissimo del frontone; così bruciò il Campidoglio.[6] Tacito lo descrive come l'avvenimento "più luttuoso e deprorevole per lo stato e il popolo umano" dalla fondazione della città.[7]

Mentre i Vitelliani agivano con fermezza ed astuzia, i Flaviani erano rimasti sbigottiti dall'incendio del tempio, ed il loro stesso capo, Flavio Sabino, era inerte ed inebetito, non riusciva né a parlare, né ad ascoltare, ed era incapace sia di prendere una decisione senza negarla subito dopo, sia affidare il comando ad altri. Proibiva quanto ordinato ed ordinava quanto proibito, ed infine tutti comandavano, e nessuno eseguiva. Ben presto ognuno, lasciate le armi, cercava attorno una via di fuga.[8]

I Vitelliani fanno irruzione e devastano tutto con le armi e col fuoco. Pochi valorosi guerrieri osarono opporsi e furono massacrati. Flavio Sabino, senza armi e non intenzionato a fuggire, fu circondato con il console aggiunto di novembre e di dicembre Quinzio Attico.[8]

Domiziano riuscì a fuggire nascondendosi presso il custode del tempio e, grazie all'aiuto di un liberto, poté nascondersi, in veste di lino, nella turba dei sacrificatori e raggiungere la casa di un cliente del padre, vicino al Velabro, dove rimase nascosto.[9] Gli altri sfuggirono al massacro con vari espedienti, chi travestito da servo, chi aiutato dalla lealtà di clienti, chi nascosto fra bagagli, e chi, venuto a conoscenza della parola d'ordine nemica ne fece uso.[8]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Flavio Sabino e Quinzio Attico vennero poi condotti in catene da Vitellio, ed accolti con parole non ostili,[10][11] nonostante il vociare di coloro che reclamavano il diritto di ucciderli. Si levavano tuttavia grida ostili dalla plebe, e Vitellio, sulla gradinata del Palazzo, tentò di intercedere a suo favore, ma vi rinunziò, e Sabino fu trafitto ed il suo corpo straziato, mentre il corpo senza testa fu trascinato alle Scale Gemonie.[9] Ad ogni modo Vitellio di oppose al supplizio del console, come per ricambiarlo del favore di essersi addossato la colpa dell'incendio del Campidoglio, della quale Attico si era infatti dichiarato responsabile.[12]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Una delle quali aveva seguito Vitellio nel ritorno da Narni e le altre due erano rimaste a Roma. Alcuni sostengono però che tre sia usato nel senso di "poche".
  2. ^ Tacito, 78, in Historiae, III, p. 358, ISBN 88-02-01848-0.
  3. ^ probabilmente si riferisce agli ausiliari, non ai pretoriani od ai soldati dell'urbe anche se furono reclutati, contro le regole, anche fra i soldati della Germania (Tacito, Historiae; II, 93-94)
  4. ^ a b Tacito, 69, in Historiae, III.
  5. ^ Tacito, 70, in Historiae, III.
  6. ^ a b Tacito, 71, in Historiae, III.
  7. ^ Tacito, 72, in Historiae, III.
  8. ^ a b c Tacito, 73, in Historiae, III.
  9. ^ a b Tacito, 74, in Historiae, III.
  10. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXV, 17
  11. ^ Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, IV, 11
  12. ^ Tacito, 75, in Historiae, III.