Antigone (Alfieri)

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Antigone
Tragedia in cinque atti
Alfieri Antigone.jpg
Antigone di Vittorio Alfieri.
Asti, cortile di Palazzo Alfieri (1959), regia di Gianfranco de Bosio, compagnia teatrale "Centro nazionale studi alfieriani", scene di Eugenio Guglielminetti
AutoreVittorio Alfieri
Lingua originaleItaliano
GenereTragedia
Fonti letterarieAntigone di Sofocle
AmbientazioneLa reggia a Tebe
Composto nel1783 - 1789
Personaggi
  • Creonte
  • Argia
  • Antigone
  • Emone
  • Seguaci d’Emone e guardie
  • Coro
 

Antigone è una tragedia mitologica di Vittorio Alfieri, da lui rivista più volte, pubblicata per la prima volta nel 1783 e rielaborata fino al 1789.

La storia di Antigone rientra nel cosiddetto Ciclo Tebano ed è la continuazione della vicenda, narrata da Alfieri in Polinice, di Polinice ed Eteocle, i due fratelli che si erano dati la morte per la contesa del trono di Tebe.

I personaggi sono ridotti ai quattro principali: Antigone, Argia, Creonte ed Emone.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Questa tragedia segue, nello svolgimento principale, la storia di Antigone come ci è stata tramandata nella celebre tragedia di Sofocle. Nella tragedia alfieriana, caratterizzata da dialoghi brevi e intensi, i personaggi rimangono identici dall'inizio alla fine, impermeabili a qualsiasi cambiamento, statici.

La protagonista, Antigone, è la sorella di Polinice e Eteocle e vive unicamente per essere utile al vecchio padre Edipo ormai cieco. Il resto della sua vita è soltanto morte e odio. Giocasta, madre e involontariamente moglie di Edipo, da cui ebbe Polinice ed Eteocle, si è uccisa poco dopo la terribile catastrofe con cui si conclude Polinice.

Alla morte dei suoi nipoti Polinice ed Eteocle, Creonte, tiranno liberticida, mosso soltanto da avidità di potere, si è impossessato del trono di Tebe, impedendo a chiunque, pena la morte, di organizzare per Polinice i riti funebri necessari per assicurare pace alla sua ombra, mentre ha permesso i funerali di Eteocle.

Atto I[modifica | modifica wikitesto]

Argia, la vedova di Polinice, all'oscuro dell'ordine crudele di Creonte, compare, nella speranza di poter tornare ad Argo riportando l'urna con le ceneri del marito. Si assiste poi alla scena di Antigone combattuta tra sentimenti contrastanti: l'affetto persistente per il fratello scomparso, l'odio per il tiranno Creonte, l'amore per il figlio di lui Emone. Antigone decide, sfidando ogni rischio, che si debba dare degna sepoltura alla salma di Polinice. Argia riesce a mettersi in contatto con lei, e dopo una toccante scena le due donne, che prima non si conoscevano, si accordano per portare a termine insieme il devoto ma pericoloso compito.

Atto II[modifica | modifica wikitesto]

Creonte biasima il figlio Emone perché non partecipa alla sua gioia per l'ascesa al trono. Mentre i due stanno parlando tra di loro, Antigone e Argia vengono condotte in catene davanti a Creonte, colpevoli di avere disubbidito al suo ordine. Egli le condanna a morte, nonostante l'intercessione di Emone.

Atto III[modifica | modifica wikitesto]

Emone allora proclama il proprio amore per Antigone, difendendone la purezza dei sentimenti. Creonte accetta di risparmiare loro la vita, se Antigone sposerà il figlio, costringendola così a scegliere tra Emone e la morte. Antigone però rifiuta nel modo più assoluto, nonostante l'amore che prova per Emone, di sposare il figlio di chi è virtualmente colpevole della distruzione della propria famiglia e usurpatore del trono. Neanche le suppliche di Emone riescono a farle cambiare proposito.

Antigone dichiara senza reticenze il suo odio per Creonte: si è creata un muro attorno a sé e l'unica emozione positiva è l'amore per Emone. Resasi conto, però, che questo sentimento rischia di renderla vulnerabile, lo respinge con decisione.

Atto IV[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio della prima scena di questo atto si trova il fulcro della storia: un solo verso contiene le cinque battute di dialogo che chiariscono quale sarà il destino di Antigone:

« Creonte: Scegliesti?
Antigone: Ho scelto.
Creonte: Emon?
Antigone: Morte.
Creonte: L'avrai. »

Creonte quindi, sempre indifferente alle suppliche di Emone, condanna Antigone a morire sepolta viva nello stesso campo dove si trovano i guerrieri insepolti, tra cui lo stesso Polinice.

In seguito Creonte, cercando di trarre vantaggio dalla situazione, ordina che Argia sia liberata e ricondotta ad Argo con le ceneri di Polinice, con l'intento di placare l'ira del padre di lei Adrasto.

Atto V[modifica | modifica wikitesto]

Antigone e Argia, che conduce l'urna con sé, si separano rinnovandosi il fraterno affetto che è nato tra loro.

Creonte, paventando un tumulto popolare, cambia nuovamente proposito, e ordina che Antigone venga incarcerata, e poi uccisa in prigione. Emone giunge, alla testa dei propri seguaci, per trarla in salvo, ma è troppo tardi: si apre la scena e si scorge il cadavere di Antigone. A questa vista, Emone si toglie la vita.

Creonte è atterrito per la giustizia celeste che sente abbattersi su di sé:

« Creonte
— O del celeste sdegno
prima tremenda giustizia di sangue,...
pur giungi, al fine... Io ti ravviso. — Io tremo. »

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Vittorio Alfieri, Tragedie, Sansoni 1985

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]