Persistenza della visione

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La persistenza della visione è un fenomeno, che, come nel 1829 da Joseph Plateau nella sua "Dissertation sur quelques propriétés des impressions produites par la lumière sur l'organe de la vue" (nella quale tuttavia non parla esplicitamente di "persistenza retinica"), risulterebbe nella persistenza per circa 1/50 di secondo dell'immagine a livello retinico. Plateau riteneva che la retina dell'occhio umano avesse la capacità di trattenere l'immagine per qualche frazione di secondo anche dopo che l'immagine stessa non era più visibile. L'effetto sarebbe simile alla latenza.

Studi successivi[modifica | modifica sorgente]

Uno studio sull'immagine consecutiva o "afterimage" è stato condotto dal fisico inglese Shelford Bidwell nel 1894. Una discussione sul meccanismo di formazione di questa immagine è originariamente riportata in "Principles of Human Physiology" di E. H. Starling[1]

Un aggiornamento recente è di Jearl Walker "Il fantasma di Bidwell e altri fenomeni associati"[2].

Correlazione con il cinema[modifica | modifica sorgente]

Il concetto di persistenza retinica in rapporto al cinema viene enunciato espressamente nell'opuscolo di Silland "Nozioni sul cinematografo Augusto e Luigi Lumière", del 1897.

Dimostrazione dell'infondatezza[modifica | modifica sorgente]

A dimostrare l'errore è lo psicologo Max Wertheimer, fondatore della psicologia della Gestalt, con il saggio "Experimentelle Studien ueber das Sehen der Bewegung"[3].

È questo autore a ipotizzare che la fusione di immagini simili e successive non avvenga nella retina, ma a un livello superiore e chiama questo processo "fenomeno phi". Nell'ambito della Gestalt viene successivamente fatta l'ipotesi di un corto circuito tra le diverse aree corticali di proiezione delle immagini.

Dopo Wertheimer il "fenomeno phi" viene trattato da Hugo Munsterberg (""The Photoplay; a Psychological Study", 1916), da Paul Linke, da Rudolf Arnheim ("Art and Visual Perception", 1956) e Michotte van der Berck ("Revue Internationale de Filmologie", ottobre 1948).

Gli ultimi dubbi sono stati fugati da L.G. Standing e R.N. Haber in "Quarterly Journal of Experimental Psychology" del 1969.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Undicesima edizione curata da Charles Lovatt Evans, pagina 437.
  2. ^ "Le Scienze" numero 201, maggio 1985
  3. ^ Pubblicato nel 1912 in "Zeitschrift fuer Psychologie", Bd. 61
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