Leges Liciniae Sextiae

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

(Reindirizzamento da Leggi Licinie Sestie)

Leggi Licinie Sestie (latino Leges Liciniae Sextiae) sono le leggi proposte dai tribuni Gaio Licinio e Lucio Sestio nel 367 a.C..

È il più importante e cruciale sviluppo della costituzione romana: al vertice dello Stato ci sono due consoli, uno dei quali deve essere plebeo (de consule plebeio).

Viene riservata ai patrizi la carica di pretore (latino: praetor) che amministra la giustizia («qui ius in urbe diceret»). Viene istituita l'edilità curule.

A seguito di gravi tumulti verificatisi tra patrizi e plebei furono emanate tali leggi che rappresentano il culmine di un lungo processo storico, definito rivoluzione della plebe.

Si ebbero tre rogazioni di queste leggi:

  • De aere alieno
  • De modo agrorum
  • De consule plebeio

Quest’ultima, sicuramente la più importante, ha consentito l’accesso dei plebei ad uno dei due seggi del consolato, magistratura sino ad allora tipicamente patrizia. Al fine di compensare la perdita subita, ai patrizi fu riservata la magistratura del praetor minor con funzioni essenzialmente giurisprudenziali; si stabilì, altresì l’ammissione dei patrizi alla carica plebea degli aediles.

Parte della dottrina ha ritenuto che le leges Liciniae Sextiae nascondessero in realtà un vero e proprio accordo politico fra patrizi e plebei. Alla data di emanazione di dette leggi si riconduce convenzionalmente la fine del periodo arcaico della storia di Roma.

Le leggi, scritte dopo la conquista da parte romana della città di Veio, sancirono che i territori di tale città venissero distribuiti tra la popolazione bisognosa, formando 4 nuove tribù. La legge stabiliva inoltre la quantità massima di terreno che un privato poteva occupare: 125 ettari.

[modifica] Fonti

Livio, Ab urbe condita, VI, 35

Strumenti personali