Utente:Maura saita/Sandbox

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La parola Psicogenealogia è un neologismo che è stato usato contemporaneamente negli anni '80 da Anne Ancelin Shützenberger e da Alejandro Jodorowsky[1]. Jodorosky ha in seguito scelto Metagenealogia per definire il suo metodo[2]. La psicogenealogia di Anne Ancelin Shützenberger è un approccio psicanalitico, sistemico, contestuale e transgenerazionale che la psicologa francese ha sintetizzato a partire da diversi studi e approfondimenti e in particolare dai concetti sistemici familiari di Ivan Boszormenyi-Nagy, di cripta e fantasmi di Nicolas Abraham e Maria Torok, della nevrosi di classe di Vincent de Gauléjac, della sindrome di anniversario scoperta da Josephine Hilgar e della la psicoanalisi freudiana. Lo strumento utilizzato è il genogramma o genosociogramma, sorta di albero genealogico commentato, con date ed eventi accaduti ai membri della famiglia su almeno tre generazioni.

  1. Lealtà familiari invisibili, Boszormenyi-Nagy. Ivan Boszormenyi-Nagy, psichiatra e psicoterapeuta americano, ha elaborato il concetto di lealtà familiare invisibile partendo dalla nozione di etica relazionale, codice morale che guida le relazioni all'interno della famiglia. Lealtà riporta al concetto di legge: le famiglie hanno le loro leggi specifiche spasso sottointese, i membri sono leali quando si comportano correttamente secondo le regole familiari e sleali quando non ne rispettano i principi.[3]La sua ipotesi è che esiste una contabilità familiare implicita, di quello che il membro della famiglia ha fatto per gli altri e di quello che gli altri hanno fatto per lui, di ciò che deve dare o ricevere, e i conti devono essere alla pari perché ci sia giustizia.Secondo Boszormenyi-Nagy si può parlare di relazione soddisfacente se esiste l'equilibrio tra ciò che si è dato e ciò che si è ricevuto, tra credito e debito, cioè se c’è reciprocità. In caso contrario c’è ingiustizia e sfruttamento.[4]La giustizia è in relazione alle leggi interne della famiglia che, benché sia un sistema inserito in quello più vasto della società in cui si è formata, ha delle leggi sue particolari che dipendono dal  suo mito fondatore.Secondo Boszormenyi-Nagy ogni membro della famiglia è obbligato per lealtà familiare a partecipare all'equilibrio dei conti e questo processo si trasmette di generazione in generazione. [5]
  2. Genitorializzazione. Un altro concetto importante proposto da Ivan Boszormenyi-Nagy è la genitorializzazione, cioè quando a un bambino viene dato il ruolo di genitore all’interno della famiglia. Se per una ragione o un'altra una persona non ha avuto dei genitori disponibili nei confronti dei suoi bisogni quando era piccolo, è come se questo bambino non avesse ricevuto quello di cui aveva diritto. La cosa più comune e che a suo turno avendo dei figli richieda a uno di loro di avere da lui quello che il suo genitore non è stato capace di dargli.[6]Il figlio che non ha potuto avere dai suoi genitori quello di cui aveva necessità spesso si rivolge a uno dei propri figli domandandogli di comportarsi già da piccolo come un adulto pregiudicando così la sua infanzia e ledendo il suo diritto a essere un bambino. La genitorializzazione è transgenerazionale perché coinvolge tre generazioni: il genitore incapace di assumere la sua funzione chiede al figlio di prendere il ruolo del suo genitore carente che è stato il nonno del bambino. Questi bambini crescendo diventeranno a loro volta degli adulti fragili che avranno bisogno di genitorializzare i propri figli domandandogli troppo. La strumentalizzazione dei bambini da parte dei genitori può così ripetersi di generazione in generazione fino a che qualcuno ne prenda coscienza e fermi la ripetizione.[7]Boszormenyi-Nagy scrive anche che una certa genitorializzazione può essere richiesta da un genitore a un figlio in momenti di particolare dificoltà e che questa temporanea domanda di aiuto non solo non è negativa per il figlio ma anzi è gratificante e lo aiuta a crescere. Ma quando questo accade sempre e diventa la regola e non un eccezione, al figlio viene chiesto continuamente di prendere delle responsabilità che non competono a un bambino, allora si crea una relazione patogena.[8]
  3. Il bambino di sostituzione. Il bambino di sostituzione è un bambino che rimpiazza nella famiglia una persona che è morta di cui non si è completato il lutto. Un genitore ha subito la morte dolorosa di una persona cara, e non l'ha potuta accettare, dunque non ha potuto elaborare la perdita: per riempire il vuoto e illudersi che la persona sia ancora in vita questo genitore proietta sul nuovo nato o su un figlio che maggiormente si presta, la figura del morto. Il bambino vittima di questa proiezione viene chiamato "bambino di sostituzione".I bambini che si adeguano volentieri alle attese dei genitori e sono così condannati a rivestire un ruolo che non è il loro e quindi a negare la loro vera identità[9]. Anna Ancelin Schutzenberger parla del caso di Vincent Van Gogh, nato un anno esatto dopo la morte del fratello maggiore, nato e morto un anno prima della sua nascita, che anche lui si chiamava Vincent. Una madre perennemente in lutto che lo porta continuamente sulla tomba di questo bambino con il suo stesso nome. Probabilmente per tutta la sua vita Van Gogh ha lottato contro l’oscurità di questo lutto con i colori e la follia dei suoi magnifici quadri. Quando suo fratello Theo attribuisce lo stesso nome a suo figlio e scrive a Vincent Van Gogh una lettera dove dice, a proposito di questo figlio, - "Spero che questo Vincent vivrà e potrà realizzarsi”, Vincent Van Gogh si suicida come se per lui non ci potessero essere due Vincent Van Gogh viventi nello stesso momentoli[10]
  4. Lutto non elaborato. Come spiega l'analista junghiana Varena Kast[11], la nostra società è malata di una sostanziale incapacità di elaborare correttamente il lutto. Il lutto è uno dei tabù più forti a cui l'uomo moderno è confrontato: non se ne parla, è un soggetto completamente delegato alla religione, e quando a qualcuno capita di dover affrontare una morte gli si consiglia di pensare ad altro, di partire per un viaggio, prendere dei tranquillanti, ecc. La morte e la sofferenza sono considerate come eventi lontani e quando siamo personalmente toccati da queste esperienze cerchiamo automaticamente di trovare in qualche modo un rimedio per dimenticarle presto. Naturalmente questo non è possibile. Non c'è rimedio alla morte e alla sofferenza che si prova per il distacco da qualcuno che si è amato: possiamo, come abbiamo visto, proiettare questo amore su qualcun altro, si possono prendere dei psicofarmaci per attutire il dolore, trovare nuove e interessanti occupazioni ma prima o poi si deve "fare i conti" con questo avvenimento, ci piaccia o no.Questo "fare i conti" implica spesso sensi di colpa, idee di morte, sentimento di incapacità e non-valore (per non essere riusciti a impedire la morte o per non essere morti al suo posto), pesanti somatizzazioni, handicap emozionali, ecc.[12] Secondo Elisabeth Küber-Ross ci sono varie "fasi" dell'elaborazione del lutto attraverso le quali si deve passare. Essa ha elaborato una "curva del lutto" per visualizzarle: da sinistra scendendo in basso a dal basso salendo a sinistra questa curva evidenzia con chiarezza le emozioni e sentimenti che si provano durante un lutto in ordine cronologico.[13] Per quella che è definita la "malattia del lutto", l'incapacità delle persone ad elaborare la perdita, la psicogenealogia può essere estremamente utile: fare di una persona morta un elemento del proprio albero psicogenealogico significa ridare uno spazio dentro e fuori di se alla persona deceduta. Trasformare i morti in degli antenati è un processo che aiuta all'elaborazione sia del proprio lutto che di quelli che la famiglia non è riuscita a fare.[14]
  5. La sindrome di anniversario. Josephine Hilgard, medico e psicologa a San Francisco in California, descrisse già nel 1953 in un articolo di casi clinici in cui era possibile reperire una "reazione di anniversario", la comparsa di una psicosi nel momento in cui un figlio raggiungeva l'età che il paziente aveva avuto quando un genitore era morto o era stato ricoverato in ospedale psichiatrico. L'articolo parlava in specifico di due casi di schizofrenia collegati a una ripetizione familiare che si erano risolti grazie alla comprensione del legame con la storia parentale.[15] J. Hilgard ha effettuato in seguito uno studio sistematico sui ricoveri in due ospedali psichiatrici californiani tra il 1954 e il 1957 e ha rilevato delle coincidenze "statisticamente significative" tra l'età del paziente quando ha perso un genitore (morte, internamento psichiatrico) e l'età del proprio figlio al momento della crisi psicotica.[16] Anne Ancelin scopre la sindrome di anniversario perché sua figlia le fa notare, in seguito alla morte del fratello più piccolo, figlio della psicologa francese, una coincidenza familiare sorprendente: i secondi figli della famiglia avevano tutti fatto una fine tragica. In effetti A. Ancelin era la figlia maggiore di una famiglia dove il secondo figlio era morto e suo marito anche. In seguito all'incidente mortale del secondo figlio anche sua figlia, come lei e il padre, è restata figlia unica in una famiglia dove il secondo figlio muore.[17] Anne Ancelin parla di periodo di fragilizzazione legato allo "stress di anniversario": le persone che hanno subito una perdita importante e non l'hanno elaborata, soffrono durante i periodi in cui questa perdita viene ricordata di tensione nervosa, logorio, affaticamento psicofisico che possono produrre incidenti o malattie di vario genere.[18]
  6. Nevrosi di classe - Vincent de Gauléjac. Vincent de Gauléjac, psicanalista, sociologo, esponente di primo piano della sociologia clinica, ha scoperto e descritto la nevrosi di classe. Secondo lui i destini individuali anche se limitati alla loro specificità soggettiva, non sono indipendenti dal campo sociale nel quale nascono e si evolvono.[19] La nevrosi di classe riguarda un quadro clinico derivante da un conflitto che può nascere in seguito a un cambiamento di classe sociale: il desiderio di restare fedele ai propri antenati si scontra con il desiderio, veicolato dai valori della cultura dominante, di promozione sociale per sé e i propri discendenti. Il conflitto che si può ingenerare può provocare nelle persone che lo vivono dei comportamenti di autosabotaggio che provocano fallimenti e insuccessi ripetuti anche su più generazioni.[20] Nella nostra società la divisione in classi sociali è meno rigida che nel passato: fino a non molto tempo fa un figlio di contadini aveva delle forti probabilità di diventare contadino a sua volta. La nozione di trasmissione e continuità era un valore dominante nella società, mentre oggi è la riuscita sociale e il successo che sono considerati modelli di identificazione.[21] Spesso sono i genitori stessi a sperare che i figli abbiano una promozione sociale desiderando nello stesso tempo che essi accettino l'eredità che gli hanno tramandato e non rifiutino la tradizione familiare. Secondo Vincent de Gauléjac la crisi identitaria si sviluppa a causa delle discrepanze tra identità ereditata, identità acquisita e identità desiderata. L'identità ereditata è l'origine sociale cioè la posizione sociale dei genitori, l'identità acquisita è il posto occupato nella società attuale e l'identità desiderata è il posto che si sogna di avere. Delle contraddizioni importanti tra queste tre identità possono creare la nevrosi di classe.[22] V. de Gauléjac, inoltre parla di segreti di famiglia in rapporto alle proprie origini: l'occultamento è il processo che si mette in opera intorno al segreto ed è un processo sia individuale che collettivo, per comprendere fino a fondo questo meccanismo bisogna risalire di almeno tre o quattro generazioni per capire quale progetto parentale e transgenerazionale pesa sulla persona.[23]
  7. Le nozioni di cripta e fantasma di Nicolas Abraham e Maria Torok. Nicolas Abraham e Maria Torok , psicoanalisti freudiani di origine ungherese, si sono resi conto, dopo aver seguito centinaia di persone in psicanalisi, che spesso le difficoltà dei loro pazienti non erano semplicemente riconducibili alla loro storia personale. Hanno ipotizzato che alcuni conflitti fossero riconducibili a dei segreti familiari che, lasciando un vuoto nella storia della famiglia, creano una "cripta" nell'inconscio della persona, nella quale possono nascere dei "fantasmi"- problemi relazionali, ossessioni, fobie, deliri, allucinazioni, ecc.[24] Secondo loro, il fantasma nasce dall'interiorizzazione nell'inconscio di una parte della realtà che non può essere né accettata né rimossa e che, creando un conflitto irrisolvibile, può arrivare a esprimersi con crisi deliranti e allucinatorie.Questi conflitti nascono dai segreti inconfessabili che i defunti hanno portato nella tomba: un trauma del passato, un lutto non elaborato, una vergogna indicibile, diventato segreto di famiglia, agirebbe come uno "spettro" suscettibile di perturbare le famiglie attraverso le generazioni. Questo fantasma nasce dalle lacune (segreti) lasciate nella storia familiare: i discendenti diventerebbero portatori di una tomba o cripta, dove resta seppellito, come un morto-vivente, il segreto di un fatto inconfessabile.[25]
  8. Effetto Zeigarnik. Buma Zeigarnik (1901/1988) ha condotto degli studi e delle ricerche sul fenomeno della maggiore memorizzazione di un incarico se esso non si è concluso. I risultati dei suoi esperimenti hanno evidenziato che il desiderio di realizzazione di un “compito” crea una motivazione che resta insoddisfatta se questo non è stato portato a termine. Questa "ansia di completamento" è la ragione per cui la psiche ricorda più a lungo un incarico che non è stato realizzato di uno che è stato completato. L'effetto Zeigarnik è pertanto la tendenza a ricordare maggiormente un’incombenza quando la sua esecuzione è stato interrotta. È una spiegazione alle ripetizioni transgenerazionali: nell'inconscio familiare si mantengono nella memoria collettiva i compiti non conclusi come i traumi non elaborati, i lutti non risolti, i non-detti e i segreti.[26]
  9. Segreti di famiglia. Molti studiosi si sono interessati ai segreti transgenerazionali (tra più generazioni) e intergenerazionali (tra genitori e figli). Nicolas Abraham e Maria Torok, Anne Ancelin Schutzenberger, Marie Anaut, Boris Cyrulnik, Serge Tisseron e molti altri hanno evidenziato le difficoltà che i segreti di famiglia creano ai discendenti. Abraham e Torok affermano che il malessere lasciato nella comunicazione dal segreto produce un doppio effetto opposto: da un lato il divieto di sapere e dall'altro il bisogno di conoscere la verità. La persona in preda al segreto si trova ossessionata e imprigionata tra due spinte inconscio contraddittorie: rispettare il segreto a tutti i costi, ma anche scoprirlo per liberarsene[27]. Anne Ancelin Schützenberger afferma che i segreti a cui siamo confrontati sono sempre gli stessi: il furto, l'incesto, gli internamenti in ospedale psichiatrico o in prigione, i fallimenti con frode o senza frode, i matrimoni precedenti, i figli naturali e i figli non riconosciuti, gli abusi sessuali, l'omicidio o il fatto di discendere da qualcuno che ha ucciso. Li definisce segreti di Pulcinella perché sono facilmente smascherabili e in realtà già tutti sanno che cosa si nasconde: è sufficiente, secondo lei, fare le giuste domande (chi? che cosa? quando? dove? come?) per fare in modo che il segreto sia rivelato.[28]. Serge Tisseron, psicologo, psichiatra e psicanalista francese ha indagato particolarmente i segreti di famiglia. Sostiene che ogni segreto familiare, spesso nato da buone intenzioni, è una violenza nei confronti del bambino a causa dell'esclusione che produce e che questo fatto avrà delle ripercussioni importanti sulla sua vita futura.[29]. Doris e Lise Langlois, psicoterapeute e formatrici canadesi spiegano che il segreto non si trasmette solamente con le parole ma che viene trasmesso anche con il linguaggio non verbale, con certe attitudini, l'amore per certi oggetti, le professioni e anche la scelta dei nomi dei discendenti [30] Marie Anaut , professore di psicologia all’università di Lione ha particolarmente studiato l’impatto dei segreti riguardanti la propria origine. I segreti sulla filiazione (origine) possono essere vissuti dall'individuo come degli strappi, dei vuoti ingiusti e ingiustificabili nel proprio albero genealogico: sono accompagnati alcune volte da un sentimento di amputazione e di attentato alla propria integrità psichica attraverso la mancanza di conoscenza della propria identità troncata.[31] Il suicidio di uno dei due genitori, secondo uno studio di Michel Tousignant ed Esther Ehrensaft del dipartimento di Psicologia del Québec, è uno dei traumi peggiori che possa vivere un bambino o un adolescente. Si tratta di un abbandono a cui il figlio non riesce a dare un senso.Il segreto o il rifiuto di dare un senso all'evento traumatico può avere delle ripercussioni molto profonde sulla resilienza del bambino. Se viene escluso dalla verità, ciò rafforzerà ancora di più il sentimento di ripulsa associato al suicidio del genitore e contribuirà a minare definitivamente la fiducia negli altri che è già stata messa a dura prova.[32]Boris Cyrulnik, psichiatra e psicanalista francese uno dei massimi esperti mondiali della resilienza, evidenzia che il genitore in preda al segreto diventa una base insicura per il figlio che intuisce in alcuni suoi comportamenti la presenza di una storia taciuta. Poi, quando il genitore muore vive nel rimpianto di non avere mai avuto il coraggio di fare delle domande.[33]
  10. Genogramma o genosociogrammaLo strumento principale utuilizzato per l’analisi e comprensione della storia familiare in psicogenealogia è l’albero psicogenealogico o genosociogramma, un albero genealogico commentato nel quale la persona disegna se stessa e i membri della famiglia secondo una simbologia precisa che è quella del genogramma di Murray Bowen.[34] Come spiega Marie Anaud, il genogramma è una tecnica di rappresentazione dell'albero genealogico della famiglia che si basa sulla costruzione di una carta grafica che contiene le principali informazioni sui membri di una famiglia, le loro interrelazioni su almeno tre generazioni.[35]I simboli usati sono : un cerchio per le donne, un quadrato per gli uomini e un triangolo per gli aborti volontari o spontanei. I simboli si collegano tra di loro in modo diverso se sono figli, coppia, fratelli o genitori. Accanto a ogni simbolo si scrive nome, data e luogo di nascita, di matrimonio, di morte, la professione e un sunto della storia di ogni membro della famiglia.[36]Alla fine si ottiene un grande racconto grafico della vita familiare che permette di formulare delle ipotesi sulla ragione del ripetersi compulsivo di eventi simili nelle generazioni. Nel genosociogramma si segnano anche i rapporti particolari tra i diversi membri della famiglia creando una rappresentazione sociometrica (affettiva) in forma di albero genealogico familiare.[37] Anne Ancelin Schutzenberger asserisce che disegnando il proprio genosociogramma le persone si pongono delle domande che prima restavano inespresse sulle lealtà familiari, si consulta il "libro dei conti", proposto da Boszormenyi-Nagy, dove sono scritti i debiti e i crediti di ogni membro del nucleo familiare, quali sono i modelli familiari che si ripetono e influenzano ancora il presente dei discendenti.[38] Gli obiettivi del lavoro con il genosociogramma sono: capire la propria storia e quella della famiglia di origine, situarsi in una prospettiva transgenerazionale, mettersi alla ricerca delle proprie radici e della propria identità, liberarsi dei lutti non risolti, dei non-detti patologici, dei segreti, dei fantasmi come il bambino di sostituzione e mettere in evidenza i diversi ruoli all’interno della famiglia per capire le regole che sono sottintese (miti familiari) che spiegano le lealtà familiari come la sindrome d’anniversario.[39]
  11. Psigogenealogia junghiana e costellazioni psicogenealogiche. La Psicogenealogia junghiana si differenzia dall’approccio di Anne Ancelin per l’importanza che viene data ai simboli come espressione degli archetipi, all’ipotesi di Jung dell’ inconscio collettivo per comprendere il ripetersi di eventi familiari e alle sincronicità come relazioni a-causali tra fatti diversi che hanno in comune lo stato psichico della persona. Inoltre questo approccio si avvale della tecnica delle Costellazioni psicogenealogiche (Anne Ancelin predilige lo Psicodramma moreniano) che, a differenza delle Costellazioni Familiari di Bert Hellinger, viene utilizzata solo dopo un’analisi approfondita della storia familiare tramite il genogramma.[40]
  1. ^ A. Ancelin Schützenberger, La sindrome degli antenati, Roma, Di Renzo Editore, 2011, p. 77.
  2. ^ A.Jodorowsky, M. Costa,, Metagenealogia. La famiglia un tesoro e un tranello., Milano, Feltrinelli, 2012.
  3. ^ Borszormenyi-Nagy G. M. Spark, Lealtà invisibili, Astrolabio, 1988, p. 65.
  4. ^ Borszormenyi-Nagy G. M. Spark, Lealtà invisibili, Astrolabio, 1988, p. 76.
  5. ^ I.Borszormenyi-Nagy G. M. Spark, Lealtà invisibili, Astrolabio, 1988, pp. 22/24.
  6. ^ I.Borszormenyi-Nagy G. M. Spark, Lealtà invisibili, Astrolabio, 1988, p. 205.
  7. ^ I.Borszormenyi-Nagy G. M. Spark, Lealtà invisibili, Astrolabio, 1988, pp. 176 e sgg..
  8. ^ I.Borszormenyi-Nagy G. M. Spark, Lealtà invisibili, Astrolabio, 1988, p. 40.
  9. ^ Doris et Lise Langlois,, Psychogénéalogie, mode d’emploi, Malabut, 2005, pp. 131 e sgg.
  10. ^ A. Ancelin Schützenberger, La sindrome degli antenati, Roma, Di Renzo Editore, 2011, pp. 147 e sgg.
  11. ^ V. Kast, L'esperienza del distacco, Red edizioni, 2005.
  12. ^ M. Saita Ravizza, Jung Psicogenealogia e Costellazioni familiari, Torino, Psiche 2, 2011, p. 107 e sgg.
  13. ^ it.wikipedia.org, https://it.wikipedia.org/wiki/Elisabeth_Kübler_Ross.
  14. ^ M. Molinè, Soigner les mort pour guerir les vivant, parigi, Le Seuil, 2006.
  15. ^ A. Ancelin Schützenberger, Psychigènèalogie, Payot, 2007, p. 39.
  16. ^ A. Ancelin Schützenberger, La sindrome degli antenati, Roma, Di Renzo Editore, 2011, p. 73.
  17. ^ P. Van Eersel, C. Maillard, L’eredità più nascosta, Macro edizioni, 2012, p. 71.
  18. ^ A. Ancelin Schützenberger, I segreti di famiglia, i non detti e la sindrome di anniversario, in Érès, Trasmissions, 2003 p. 175.
  19. ^ V. de Gaulejac, Névrose de classe. Tajectoire sociale et conflits d'identité, Hommes et groupes éditeurs, 1999, pp. 35 e sgg.
  20. ^ V. de Gaulejac, Névrose de classe. Tajectoire sociale et conflits d'identité,, Hommes et groupes éditeurs, 1999, p. 150.
  21. ^ V. de Gaulejac, Névrose de classe. Tajectoire sociale et conflits d'identité, Hommes et groupes éditeurs, 1999, pp. 22.
  22. ^ V. de Gaulejac, Névrose de classe. Tajectoire sociale et conflits d'identité, Hommes et groupes éditeurs,, 1999, p. 18.
  23. ^ V. de Gaulejac, L’histoire en héritage, Roman familial et trajectoire sociale, Desclèe de Brouwer, 1999, p. 123.
  24. ^ M. Saita Ravizza, Psicogenealogia e Costellazioni familiari, Golem Edizioni, 2013, pp. 53 e sgg.
  25. ^ N. Abraham, M. Torok, L'ecorce et le noyau, Champ Flammarion, 2001, pp. 426 e sgg.
  26. ^ A. Ancelin Schützenberger, Psychogénéalogie, Payot, 2007, p. 61.
  27. ^ N. Abraham, Le fantôme d'Hamlet, L'écorce et le noyau, Champ Flammarion, 2001, p. 448.
  28. ^ M. Saita Ravizza, Psicogenealogia e Segreti di famiglia, Milano, Mursia Editore, 2015, pp. 14 e sgg.
  29. ^ S. Tisseron, Secrets de famille, Paris, Marabout, 1996, p. 18.
  30. ^ D. Langlois, L. Langlois, Psychogénéalogie, Marabout, 2005, p. 250.
  31. ^ M.Anaut, Soigner la famille, Paris, Armand Colin, 2005, p. 159.
  32. ^ M. Tousignant, E. Ehrensaft, La resilienza tramite la ricostruzione del senso, Costruire la resilienza, Trento, Erickson, 2011, pp. 187-191.
  33. ^ B. Cyrulnik, prefazione del libro di Marie-Laure Balas-Aubignat, La face cachée des fantômes des descendants de la Shoah, L’Harmattan, 2011, L’Harmattan, 2011.
  34. ^ S.Montagnano, A.Pazzagli, Il genogramma. Teatro di alchimie familiari., Milano, Franco angeli, 2002, pp. 60 e sgg.
  35. ^ M. Anaut, Soigner la famille, Paris, Armand Colin, 2005, p. 289.
  36. ^ Saita Ravizza M, Psicogenealogia e Costellazioni familiari, Torino, Golem Edizioni, 2013, pp. 123 e sgg.
  37. ^ A. Ancelin Schützenberger, La sindrome degli antenati, Roma, Di Renzo Editore, 2011, p. 23.
  38. ^ A. Ancelin Schützenberger, Psychogénéalogie, Payot, 2007, p. 31.
  39. ^ Langlois D., Langlois L., Psychogénéalogie, Paris,, Éditions Marabout, 2005, pp. 44 e sgg.
  40. ^ Maura Saita Ravizza,, Jung, Psicogenealogia e Costellazioni familiari, Torino, Psiche 2, 2011.