Un dramma borghese (romanzo)

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Un dramma borghese
AutoreGuido Morselli
1ª ed. originale1978
Genereromanzo
SottogenerePsicologico
Lingua originale italiano
AmbientazioneLugano
Personaggi
  • Io narrante (il padre, senza nome)
  • Mimmina, la figlia
  • Therese, l'amante, amica della figlia
  • Vanetti, il medico
ProtagonistiIo narrante, il padre senza nome
CoprotagonistiMimmina

Un dramma borghese è un romanzo di Guido Morselli, scritto nei primi anni sessanta e pubblicato postumo nel 1978.

È un romanzo psicologico che descrive il rapporto, ambiguo fino a essere incestuoso, che si crea durante la convalescenza del narratore e della figlia, confinati in due stanze contigue di un albergo sul lago di Lugano.[1]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Un giornalista di mezza età, corrispondente politico da Bonn per il Corriere della sera, si trova bloccato in un albergo sul lago di Lugano per assistere la figlia durante la convalescenza da una appendicectomia: Mimmina è stata messa in collegio dopo la morte della madre e ben poco ha visto del mondo, ma vive una sua vita intensa di fantasticherie grandiose, di passioni sospese e avvolgenti - "Mi volto, butto un'occhiata sull'immagine che mi rimanda lo specchio dell'armadio, quel viso teso e segnato, grigio, quei capelli che si diradano. Penso alla figlia diciottenne che attende di là da quell'uscio; e mi ripeto che con questa mia mortificata maturità l'impaziente guerriero del 1943 non può avere niente in comune."[2].

I due sono praticamente estranei: undici anni prima, in seguito alla morte della madre, in un incidente d'auto, da cui non si è mai potuta escludere definitivamente la volontà suicida, Mimmina è stata lasciata in un collegio in Germania, il padre le ha fatto poche e brevi visite. La costrizione dell'uomo maturo con la figlia diciottenne in due camere contigue con il bagno in comune: il "camerino", in cui vengono espletate tutte le funzioni corporali più intime, porta ad un crescendo di erotismo in parte subito, in parte accettato, reso più pressante dalla sostanziale estraneità tra i due e dalla morbosa passione dell'adolescente per il padre mitizzato e, per tanti anni, assente[3]."Adesso, Mimmina vuole che mi infili sotto il lenzuolo. La accontento. Era fatale che ci si arrivasse; e eccomi una buona volta a giacere con questa diciottenne, ansiosa di dedizione e perciò devotamente dispotica, legata inestricabilmente alla mia carne, e che, per fortuna, è soltanto mia figlia. Mi accoglie con una gratitudine concentrata degli occhi radiosi, teneri. Il letto è molto largo, io sono molto magro, sicché le posso proibire di avvicinarsi e di toccarmi. Ma forse è vero che bisogna coricarsi con una donna per sapere di lei qualche cosa, anche come entità fisica. Mia figlia non è affatto magra. Il calore che viene dalla sua persona m'investe come una vampa, e mi sento attrarre nel solco che il suo peso scava. Non per il naso, ché cerco di non agitare le coltri e io stesso di non muovermi, direi attraverso la mia pelle inavvezza e sensibile, mi penetra l'odore delle sue carni."[4]

Nel rapporto claustrofobico tra padre e figlia, assieme alla sessualità repressa che minaccia continuamente di deflagrare, entra la tematica del suicidio: una Browning calibro 7.55, residuo del periodo bellico del padre, occhieggia appesa alla sua fondina (sarà proprio questa l'arma - da lui definitiva «la ragazza dall'occhio nero» - con cui Morselli si toglierà la vita). Mimmina accusa il padre di aver provocato il suicido della madre e lo stesso protagonista non è sicuro di esserne completamente innocente. La cameriera - unica presenza umana, a parte il medico, nella solitudine di Mimmina - le racconta in lacrime che suo nipote si è suicidato a quindici anni per un amore contrastato con una donna più anziana.

La visita di Therese, un'amica e coetanea di Mimmina, costituisce un valido diversivo per il protagonista, che decide di uscire con lei e la corteggia con successo. La tresca scatena la reazione iraconda di Mimmina che, gelosa del padre e delusa dall'amica, sembra ammalarsi più gravemente e sprofonda in una depressione accentuata dalla solitudine. Il padre deve ormai riprendere il lavoro e viene informato che, al giornale, vi è un certo malumore per il suo lungo riposo. Decide di partire per Bonn, saluta Therese e, non volendo portare la figlia con sè in Germania, cerca di scaricarla al medico curante, dottor Vanetti, facendola accompagnare da lui sulla Riviera Ligure - "Domani sera quando resterà sola, a Pegli o a Rapallo, dopo la partenza del dottore, come si comporterà? Si ricorderà di ordinarsi da mangiare, se sarà in un albergo, o di andar giù all'ora di cena? Bisognerà che disfaccia la sua valigia, che provveda alle piccole cose importanti che occorrono e per le quali si deve avere la mente disponibile. O se ne rimarrà al buio, immobile come adesso nella sua stanza, a dirsi: sono sola al mondo, mamma mia, per me non c'è più nessuno?".

La critica[modifica | modifica wikitesto]

Il romanzo è caratterizzato dall'opera paziente dello scandaglio psicologico e dall'indagine sulle ombre della psiche e sui guizzi dei desideri: in questo Morselli si muove con la stessa precisione e sicurezza con cui sapeva ricostruire l'operazione militare di cui si parla in Contro-passato prossimo. Spostando continuamente la luce dal giornalista - convinto di essere corazzato dall'esperienza - alla giovane figlia (che alla vita non ha fatto ancora in tempo neppure a esporsi), Morselli riesce a delineare con straordinaria finezza quella zona intermedia in cui questi due personaggi, fino allora vissuti in mondi senza contatto, si incontrano e si scoprono fino a scoprirsi complici e a spaventarsi della propria complicità, sfuggendola e ricadendovi in un circolo senza uscita[3].

Un dramma borghese è un libro violentemente psicologico – e al contempo pregno di morbosa sensualità – in cui lo scandaglio delle interiorità, le ambiguità dei piccoli gesti e delle allusioni, la potenzialità sovversiva di sguardi mancati e di contatti inattesi gettano padre e figlia – e lettore – in una nebbiosa atmosfera da crepuscolo dell'amore.[5]

« Teneva la destra aperta sul petto, tra le due meduse, lei le chiama; l’altro braccio era coperto. E la mano nascosta si posava, sollevando le coltri, al centro della sua persona. Vedevo che si abbassava, si alzava, si abbassava ancora; vedevo le ginocchia flettersi e divaricarsi. La testa si chinava da un lato, dall’altro, sul cuscino, come accennasse una sofferenza. Ma che ha? Io non lascio il mio posto, non oso avvicinarmi. Più che il moto che va accelerandosi, della mano nascosta, è quello scuotersi della testa che guida il mio istinto di capire, e la tensione di quel viso. Le si disegna sul viso una concentrazione ottusa, senz’anima, e non la smentisce il mezzo sorriso delle labbra dischiuse, fra cui sporge un poco la lingua; e guizza, per di più, invereconda.[6] »

Vicenda editoriale dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

Un dramma borghese venne pubblicato postumo, a quasi quindici anni dalla sua stesura. Morselli tentò più volte di convincere i responsabili delle principali case editrici a pubblicare le sue opere, ma non ci riuscì.[7]. Morselli cercherà di proporre a diverse case editrici il dattiloscritto del libro riscontrando, però, una sostanziale diffidenza da parte dei lettori editoriali tanto per lo stile, quanto per la tematica trattata che, seppur risolta in maniera originale e senza eccessi di morbosità, risultava pur sempre di difficile proposizione nella borghesissima Italia pre-sessantottina[3]. Vittorio Sereni, direttore letterario di Arnoldo Mondadori, si accorge della qualità letteraria dell'opera ma non credette nella possibilità di pubblicarla: Morselli decise di riproporgli Un dramma borghese, testo che era già stato sottoposto alle attenzioni di Sereni nel 1963, ottenendo, a fronte delle critiche morselliane sulla funzione del «lettore editoriale», la precisazione del medesimo Sereni secondo cui il lavoro che un lettore editoriale svolge è quello di «decisione e di scelta e non [...] di critica e di recensione». Lo scambio epistolare tra i due è, seppur dialetticamente aperto, per lo meno infruttuoso: la constatazione sereniana «vedo con rammarico che non ci siamo», datata 5 giugno 1973, oltre che a spezzare le speranze di pubblicazione di Un dramma borghese, appare come la conclusione del rapporto tra i due[8]. Il 31 luglio 1973, nemmeno due mesi dopo, Morselli decise di togliersi la vita nella sua residenza a Varese, sparandosi un colpo con la sua Browning 7.65.

Adattamenti cinematografici[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1979 dal romanzo è stato tratto il film Un dramma borghese per la regia di Florestano Vancini.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Un dramma borghese, Milano: Adelphi 1978, p. 296.
  2. ^ Un dramma borghese, Adelphi, p. 78.
  3. ^ a b c In viaggio attraverso le coordinate di un silenzio: breve introduzione all’opera narrativa di Guido Morselli - Andrea Gratton, Università Ca’ Foscari di Venezia
  4. ^ Un dramma borghese, Adelphi, p. 107.
  5. ^ Un dramma borghese di Guido Morselli, Piero Fadda.
  6. ^ Un dramma borghese, Adelphi, p. 121.
  7. ^ Giulio Nascimbeni scrisse sul Corriere della Sera: "La prima tentazione è di dire che c'è stato anche un Gattopardo del Nord. Viveva in luoghi profondamente lombardi, tra Gavirate e Varese. Scrisse migliaia di pagine. Sperò a lungo inutilmente che gli editori si accorgessero di lui. È morto il 31 luglio dell'anno scorso."
  8. ^ Un dramma borghese, Adelphi, p. 10.

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Guido Morselli, Un dramma borghese, in Narrativa Contemporanea, Adelphi, 1978.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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