Riserva di caccia

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Una riserva di caccia è un'area destinata alla conservazione delle specie animali selvatiche, ma soprattutto, è un luogo dove è consentito un "prelievo ecosostenibile" della selvaggina, in altri termini, un luogo dove si può svolgere un esercizio regolamentato della caccia. Per esempio, molte di queste riserve (Game reserve) che si trovano in Africa, attorno ai grandi Parchi nazionali, sono necessarie poiché fanno da cuscinetto tra il parco e le zone abitate.

Bufalo abbattuto legalmente in una Riserva di caccia, in Zambia.

Alcune riserve di caccia possono vantare più di un ecosistema, a volte anche cinque, che vanno dalla valle al bushveld, dalla savana alla prateria e al fynbos per giungere alla foresta fluviale e ai boschi di acacia; questo fornisce un notevole miglioramento sui tipi di fauna selvatica che sono presenti e sulle numerose specie di uccelli che prosperano in questi ambienti.

La più grande attrazione in Africa, sono i Big Five Game (elefante, rinoceronte, bufalo, leopardo e leone) detti così per la difficoltà a cacciarli e non per la loro grande mole; questo è il motivo per cui è elencato il leopardo e non l'ippopotamo.

Nell'Africa sub-sahariana esistono molte riserve di caccia sia statali che private, in cui la selvaggina viene "gestita". Per cui, dopo avere pagato profumatamente il permesso di caccia, è consentito abbattere "legalmente" anche gli animali protetti (ad esempio elefanti e rinoceronti in eccesso). Particolarmente in Sudafrica, molte farm si sono convertite in “allevamenti” di selvaggina africana. Vengono allevati per scopi venatori antilopi, zebre, bufali, ma anche leoni e rinoceronti[1].

Il Sud Africa e la Tanzania sono le maggiori destinazione degli amanti dei safari di caccia grossa. Ovviamente, dati gli alti costi, tali safari sono riservati a personaggi facoltosi, i quali, in genere, non amano questo tipo di pubblicità.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Safari - caccia grossa., su scienze.fanpage.it, 30 luglio 2015.
  2. ^ Il safari di Juan Carlos (2012)., su corriere.it.