Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

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Roma: Cicerone denuncia Catilina, affresco di Cesare Maccari a Palazzo Madama che raffigura Cicerone contro Catilina

La locuzione latina Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?, tradotta letteralmente, significa Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?.[1] Prosegue con le parole "Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?" che, tradotte, significano Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?.[1]

Queste violente parole, un'apostrofe, costituiscono il celeberrimo incipit ex abrupto della prima delle orazioni Catilinarie e la scintilla che provocò l'inizio della sconfitta di Catilina e della sua congiura per rovesciare la repubblica. L'orazione fu pronunciata da Marco Tullio Cicerone, opportunamente protetto dai legionari romani, di fronte al Senato romano, riunito nel tempio di Giove Statore, l'8 novembre del 63 a.C., per denunciare Catilina, il quale si presentò nell'assemblea la stessa mattina in cui dei sicari da lui inviati dovevano uccidere Cicerone. Il senatore, avvertito in tempo del complotto, non permise ai finti emissari di Catilina di entrare nella sua casa[2] e denunciò immediatamente l'accaduto in Senato.

L'espressione appartiene anche al linguaggio comune: viene usata, anche in forma abbreviata e sospesa (Quo usque tandem...) con l'intenzione di accusare il suo destinatario di abusare della pazienza, dell'indulgenza, o della buona educazione di chi la proferisce, o del gruppo di cui si fa portavoce.

Nel suo romanzo Conspirata, Robert Harris presenta il discorso, attraverso le parole del segretario del console Tirone, come frutto non di un'elaborata preparazione retorica, ma della sola emotività di Cicerone, secondo il catoniano principio del rem tene, verba sequentur.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Cicerone, Oratio in Catilinam prima, 1, 1.
  2. ^ Sallustio nel Bellum Catilinae, XXVIII, 1-3 ricorda che i due sicari si chiamavano Gaio Cornelio e Lucio Vargunteio.

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