Pensiero di Umberto Eco

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Il pensiero di Umberto Eco sull'interpretazione della realtà risente fortemente della dottrina di Luigi Pareyson di cui Eco è stato allievo. Il filosofo piemontese sosteneva che «l'oggetto si rivela nella misura in cui il soggetto si esprime» [1] perché l'oggetto è «conoscenza di forme da parte di persone» [2] nel senso che l'interpretazione dell'oggetto muta a seconda delle persone che lo considerano cosicché varia l'oggetto interpretato e varia il soggetto che lo interpreta.

In un significato più ampio questa teoria comporta che la verità non è mai univoca ma è costituita da un infinito processo interpretativo di oggetti in cui permane soltanto una "forma formante" che il soggetto deve continuamente interpretare.

Eco estenderà questa concezione dell'interpretazione al concetto fondamentale della semiotica: il segno. La correlazione cioè che si forma tra la parola scritta o parlata (il "significante") e la cosa reale a cui il segno si riferisce (il referente) secondo Eco è del tutto convenzionale; così come sostenere una somiglianza tra il segno e la cosa dipende dalla soggettività di chi esprime la comparazione. La stessa opera d'arte, intendendo sia l'arte "alta" che le produzioni artistiche di massa e popolari, non è mai legata ad un significato unico e permanente ma abbisogna di una continua integrazione interpretativa sia dei critici che del comune utente. [3] L'opera "aperta" è allora un testo che permette interpretazioni multiple o mediate dai lettori. Al contrario, un testo chiuso conduce il lettore ad una sola interpretazione.

Successivamente Eco completerà la sua teoria sostenendo che il romanzo è una "macchina pigra" che si deve continuamente rinnovare nel suo significato attraverso l'interpretazione dei lettori [4]. Dice Eco che «un testo vuole che qualcuno lo aiuti a funzionare» [5], poiché è «un prodotto la cui sorte interpretativa deve far parte del proprio meccanismo generativo» [6]. Tra l'autore, dunque, che segue una sua "strategia" testuale e il lettore che ne segue una sua propria, sempre diversa da quella dell'autore, si deve formare, dall'incontro tra le due strategie, una cooperazione testuale.

Successivamente Eco modererà queste sue convinzioni affermando che

« Parrebbe.. che, mentre allora - scilicet negli anni Sessanta - celebravo un'interpretazione 'aperta' delle opere d'arte, ammesso che quella fosse una provocazione 'rivoluzionaria', oggi mi arrocchi su posizioni conservatrici. Non mi pare che sia così. Trent'anni fa, partendo anche dalla teoria dell'interpretazione di Luigi Pareyson, mi preoccupavo di definire una sorta di oscillazione, o di instabile equilibrio, tra iniziativa dell'interprete e fedeltà all'opera. Nel corso di questi trent'anni qualcuno si è sbilanciato troppo sul versante dell'iniziativa dell'interprete. Il problema ora non è di sbilanciarsi in senso opposto, bensì di sottolineare ancora una volta l'ineliminabilità dell'oscillazione. Insomma, dire che un testo è potenzialmente senza fine non significa che ogni atto di interpretazione possa avere buon fine. Persino il decostruzionista più radicale accetta che ci siano delle interpretazioni che sono radicalmente inaccettabili. Questo significa che il testo interpretato impone delle restrizioni ai suoi interpreti. I limiti dell'interpretazione coincidono con i diritti del testo. [7] »

Nel saggio del 1964 Apocalittici e integrati l'analisi di Eco si estende a le più svariate espressioni di cultura di massa che l'intellettuale piuttosto che criticare deve fare in modo che essa possa trasmettere valori culturali. Altre considerazioni vengono svolte nella stessa opera sul fumetto giudicato come esempio di letteratura di massa e potenziale strumento di persuasione occulta.

Nel 1983 Gianni Vattimo, compagno di studi di Eco e allievo con lui di Pereyson, pubblica Il pensiero debole, una specie di manifesto di un nuovo movimento filosofico. L'opera comprende numerosi saggi tra i quali quelli di Pier Aldo Rovatti, di Maurizio Ferraris, di Diego Marconi ed anche uno di Eco intitolato L'antiporfirio. In questo saggio Eco vede nell'allievo di Plotino, Porfirio, il rappresentante esemplare di quel "pensiero forte" [8] che con argomentazioni metafisiche pretende di raggiungere verità assolute e definitive contrapponendosi al "socratico" "pensiero debole" che consapevole dei limiti umani pone il dialogo e il confronto con gli altri come l'unica via per la conquista di una verità che va rimessa sempre in discussione.

Nel 1975 Eco ricopre la cattedra di semiotica all'Università di Bologna. La semiotica, diversamente dalla semiologia [9], si riferisce agli studi del filosofo statunitense fondatore del pragmatismo, Charles Sanders Peirce (1839-1914) interessato ad analizzare i fenomeni cognitivi per identificare le regole per la trasmissione dei messaggi [10]. Ambedue le discipline si riferiscono al segno (dal termine greco σημεῖον semeion, che significa "segno") che è in generale "qualcosa che rinvia a qualcos'altro" (per i filosofi medievali "aliquid stat pro aliquo")

Peirce nel suo libro Semiotica (pubblicato postumo nel 1932) ritiene che nel segno, inteso come "icona" (ad esempio un ritratto) vi siano delle proprietà dovute alla somiglianza con l'oggetto reale rappresentato, mentre quando il segno è un "indice", cioè si trova vicino all'oggetto (come il fumo è indice del fuoco) oppure un "simbolo" (ad esempio la bandiera simbolo della patria), in questi casi, il rapporto tra segno e referente è del tutto convenzionale. Eco sostiene che questa convenzionalità vada estesa anche all'icona alla quale il soggetto attribuisce significati che vanno riportati al suo particolare ambiente culturale come accade per le popolazioni che non conoscendo la prospettiva interpretano diversamente le figure rappresentate in una foto. [11]. La semiotica dunque è la «teoria della menzogna», «la semiotica è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire.»[12], come il romanzo, un testo che si fonda sulla bugia. La semiosi quindi è illimitata [13]: ogni segno, linguistico e non, si può definire riportando la sua interpretazione ad altri segni come quando consultiamo una parola sul dizionario che ci rimanda ad altri lemmi e significati.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L.Pareyson, Esistenza e persona, IV ed. Genova, Il Melangolo, 1985, p. 211
  2. ^ Ibidem, p. 218
  3. ^ U.Eco, Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee, Bompiani, Milano 1962
  4. ^ U.Eco, Lector in fabula,Milano, Bompiani ("Studi Bompiani" n. 22), 1979
  5. ^ Ibidem p. 52
  6. ^ Ibidem p. 54
  7. ^ U.Eco, I limiti dell'interpretazione, Bompiani 1990 pp.13-14
  8. ^ Giuseppe Girgenti, Il pensiero forte di Porfirio, Milano, 1996
  9. ^ La semiologia è una dottrina basata sull'opera Corso di linguistica generale del 1913 di Ferdinand de Saussure (1857-1913) che si occupa prevalentemente di linguaggi verbali, o comunque attribuisce al linguaggio verbale un'importanza centrale
  10. ^ Augusto Ponzio, La Semiotica in Italia: fondamenti teorici, Edizioni Dedalo, 1976, p.156
  11. ^ U.Eco, Ero troppo occupato a fotografare e non ho guardato (Discorso sulla fotografia pronunciato in occasione del XXXVIII Congresso dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, dal titolo La fotografia: oggetto teorico e pratica sociale, tenutosi a Roma dall’8 al 10 ottobre 2010
  12. ^ U.Eco, Trattato di semiotica generale, Bompiani 1975 p.17 e passim
  13. ^ U.Eco, A semiotic Approach to Semantics in VS, 1, 1972 p.25
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