Monzù

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Il Monzù, parola napoletana dal francese Monsieur ("signore") era un appellativo dato anticamente ai cuochi professionisti (a Palermo ed in Sicilia, erano invece detti Monsù).

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

La cucina rappresentata da questi professionisti era il punto di unione tra la cucina francese e quella napoletana. Secondo J.C. Francesconi, autrice di un ponderoso volume sulla cucina napoletana, tra essi si distinsero particolarmente, per la loro bravura, abruzzesi e siciliani[1].

Secondo l'Enciclopedia Gastronomica Italiana:

« traduzione dialettale napoletana e siciliana della parola francese monsieur. Monzù erano chiamati nei secoli XVIII e XIX i capocuochi delle case aristocratiche in Campania e in Sicilia perché, in epoca di influenza gastronomica francese, niente più di un titolo francesizzante pareva premiare l'eccellenza, anche se essi di solito francesi non erano. »

Monzù celebri[modifica | modifica wikitesto]

Chiamati talvolta con il nome di battesimo e il cognome della famiglia presso cui prestavano servizio, altre volte con nomignoli suggestivi; alcuni di loro raggiunsero grande fama fino ad essere trattati alla stregua di artisti ed i nomi di alcuni di loro sono giunti fino a noi: Giuseppe Lazzaro detto Monzù Peppino, Nicola 'e Tricase, Francesco 'e Pavuncelli, Totonno 'e Targiani, Cunfettiello 'e Barracco, Pasquale Marino detto Tarramoto, Vincenzo Marino (figlio) di Pasquale detto Tarramoto 'e Gerace, Monzù Attolini detto Vincenzo 'e Cumpagna, Aquilino Beneduce detto Monzù 'e Pignatelli, Raffaele o Rafele dei Serra di Cassano, Monzù Gerardo Modugno.[senza fonte] Francesco Mastriani, nel romanzo Ciccio il Pizzaiuolo (Napoli, Gennaro Monte Libraio-Editore, 1912), cita anche un Monsù Testa[2] e la sua celebre pizzaria[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Il Monzù: Neapolitan Glory, italianfood.about.com.
  2. ^ N. Ciampaglia, Tra narrazione e cronaca: giudici, avvocati e tribunali nel giallo "alla Mastriani" in corso di stampa.
  3. ^ "…avea dato la incombenza a Rancetiello di recarsi fino alla pizzeria di Monzù Testa (celebratissima in quel tempo, e su la quale l’Altavilla scrisse una graziosa commedia), perla manipolazione dei calzoni" p. 36.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Franco Santasilia di Torpino, La cucina aristocratica napoletana, Napoli, Sergio Civita Editore, 1988, ISBN 88-8585-008-1.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]