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Millet

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Lingue parlate nell'Impero Ottomano e nei suoi Stati vassalli al suo apogeo (XVI secolo).

Con il termine millet (in arabo: ملة‎, milla ovvero "confessione religiosa") si indicano alcune comunità religiose non musulmane residenti nel territorio dell'Impero ottomano e, insieme, il sistema di governo amministrativo di tali comunità. Più precisamente, il sistema delle millet costituisce una forma perfezionata e con influssi bizantini dell'istituto islamico della dhimma.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

All'interno del territorio dell'impero ottomano erano sempre esisite diverse comunità non musulmane: cristiani, ebrei, yazidi, ad anche zoroastriani. Per essi valeva la legge islamica, che poneva i "miscredenti" in uno status di inferiorità giuridica[1]. Le comunità cristiane ed ebree (“Genti del Libro”), diversamente dalle altre minoranze, non erano perseguitate: il loro status era definito dhimmi (“protetti”). Essi non partecipavano al governo della città e pagavano l'esenzione dal servizio militare con un'imposta di capitazione (jizya) e un'imposta fondiaria (kharaj)[2].

Fatta salva l'impostazione tradizionale ricavata dalla shari'a, sopra descritta, l'Impero ottomano ideò un sistema giuridico particolare, in base al quale ogni comunità religiosa non musulmana veniva riconosciuta come "nazione" (millet nel suo significato etimologico). Il capo di ciascuna comunità coincideva con il leader religioso, il quale rivestiva funzioni religiose e civili insieme. La massima autorità religiosa di una comunità cristiana era il patriarca; per gli ebrei era il Gran Rabbino di Costantinopoli. Nelle chiese cristiane, anche i vescovi erano ufficiali civili[3].

Entro questo quadro giuridico, il millet era autonomo: una volta che il capo religioso aveva ricevuto conferma dell'investitura dal sultano, entrava nella pienezza delle sue funzioni di capo civile. Egli dirigeva la riscossione delle tasse e amministrava la giustizia nelle materie legate al diritto di famiglia e al diritto civile in genere; infine rappresentava la propria comunità davanti al Sultano e alla sua amministrazione.

I millet furono concepiti su base etnica: vi era quello dei cristiani armeni (il più numeroso), seguito dai greco-ortodossi (di lingua e cultura greca) e dagli ebrei. Nel XIX secolo nacquero anche millet cattolici in conseguenza della politica estera della Francia. Ottennero lo statuto di millet altre quattro comunità: armeno-cattolici, caldei, greco-cattolici e siro-cattolici[3]. Nel 1882 ottennero il riconoscimento come millet anche i siro-ortodossi, grazie all'interessamento del Regno Unito[4].

Solo i cristiani assiri non costituirono un millet. Essi da secoli vivevano nelle montagne dell'alta valle del Tigri (dove si erano rifugiati dopo le persecuzioni mongole del XIV secolo) ed ottennero che la Chiesa armena regolasse i rapporti di diritto civile con l'amministrazione turca. Tuttavia il patriarca assiro aveva rapporti con le locali autorità ottomane e riceveva una pensione dal governo[3].

Il sistema dei millet terminò con l'estinzione delle "nazioni" non musulmane nel territorio turco, ovvero con il genocidio degli armeni e delle altre minoranze religiose residenti in Anatolia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Potere e minoranze, il sistema dei millet, oasiscenter.eu. URL consultato il 1/02/2016.
  2. ^ Essere cristiani in Turchia, giovaniemissione.it. URL consultato il 1/02/2016.
  3. ^ a b c Andrea Riccardi, La strage dei cristiani, Roma-Bari, Laterza, 2015.
  4. ^ Esistono comunità cristiane in India (possedimento inglese all'epoca), che si richiamano alla tradizione liturgica siriaca. Vedi: Chiesa malankarese.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Lewis, Bernard. Il linguaggio politico dell'Islam, Roma, Laterza, 1991, pp. 45-46 e 127.
  • Melis, Nicola, “Lo statuto giuridico degli ebrei dell'Impero Ottomano”, in: M. Contu – N. Melis - G. Pinna (a cura di), Ebraismo e rapporti con le culture del Mediterraneo nei secoli XVIII-XX, Firenze, Giuntina, 2003.
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