Merda d'artista

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Merda d'artista
Piero Manzoni - Merda D'artista (1961) - panoramio.jpg
AutorePiero Manzoni
Data1961
Materialescatoletta di latta, carta stampata, feci umane
Dimensioni4,8×6 cm
UbicazioneMuseo del Novecento, Milano

Merda d'artista è un'opera dell'artista italiano Piero Manzoni.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il 21 maggio del 1961, l'autore sigillò 90 barattoli di latta, uguali a quelli utilizzati normalmente per la carne in scatola, ad i quali applicò un'etichetta identificativa, tradotta in varie lingue, con la scritta «merda d'artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961»[1]. Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell'artista.

L'artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell'artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell'oro una parte di se stesso. Attualmente i barattoli sono conservati in diverse collezioni d'arte in tutto il mondo (ad esempio l'esemplare numero 4 è esposto alla Tate Modern di Londra ed il barattolo 80 è esposto nel nuovo Museo del Novecento di Milano) ed il valore di ciascuno di loro è stimato intorno ai 70 000 , prezzo assai superiore a quello fissato dall'autore. A Napoli nel Museo d'arte contemporanea Donnaregina (M.A.D.R.E.) è conservato il barattolo numero 12. A Milano, il 23 maggio 2007 nelle sale della casa d'aste Sotheby's, un collezionista privato europeo si è aggiudicato l'esemplare numero 18 a 124 000 euro,[2] record d'asta superato il 16 ottobre 2015 a Londra da Christie's con 182.500 sterline (esemplare numero 54) e nuovamente il 6 dicembre 2016 a Milano da Il Ponte Casa d'Aste con 220.000 euro (Asta n. 385 Lotto n. 278 - esemplare numero 69).

Analisi[modifica | modifica wikitesto]

Con la presentazione di un oggetto quotidiano, ma caricato di nuovo significato, l'opera rivela un certo retaggio culturale dadaistico. L'artista inoltre rielabora in maniera personalissima la poetica del Nouveau Réalisme, andandosi a soffermare in particolar modo sulla figura dell'artista, tema centrale della ricerca artistico-concettuale di Manzoni.

Con questa opera così marcatamente provocatoria, Manzoni voleva svelare e, allo stesso tempo, denunciare i meccanismi e le contraddizioni del sistema dell'arte contemporanea. Una "protesta", la sua, che aveva avuto modo d'esprimere già in precedenza, ad esempio con la sua esposizione di modelle nude viventi, con tanto di "certificati d'autenticazione" applicati sui loro stessi corpi, o quella di servire direttamente al pubblico in galleria uova sode con sopra impresse le proprie impronte digitali, quali "opere d'arte commestibili". La scatoletta è diventata un vero e proprio manifesto della sua epoca, contrastando le assurdità artistiche in quanto qualsiasi prodotto veniva premiato e considerato arte, non per il valore intrinseco, la capacità dell'artista o ciò che suscitava, ma solo in virtù della notorietà dell'artista.

La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell'arte un mezzo per eternarsi. In quest'ottica, l'opera diventa un reliquiario, che contiene un ricordo "prezioso" del maestro, da venerare alla stregua d'un feticcio religioso. Agostino Bonalumi, amico di strada di Piero Manzoni, ha dichiarato che, in realtà, all'interno delle famose scatole da 30 g l'una non vi è nient'altro che gesso.

Più precisamente:

«Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole.»

(Corriere della Sera di lunedì 11 giugno 2007, pagina 30)

Nel 2008, Bernard Bazile, giornalista francese, ha esibito in vari musei a Parigi una delle lattine aperte. Dentro vi ha trovato una seconda lattina più piccola (che però non ha aperto), etichettata con la stessa dicitura.[3][4]

Significato dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

L'opera di Manzoni risulta influenzata dai celebri ready-made di Marcel Duchamp[1] e al di là dell'aspetto più superficialmente scandalistico suscitato alla sua presentazione ha suggerito diverse letture simboliche:

  • l'opera alluderebbe con ironica metafora all'origine profonda del lavoro dell'artista,
  • in senso più vasto dell'uomo che creativamente produce,
  • è stato sottolineato anche un lato poetico, quello della cessione da parte dell'artista di una parte di sé,
  • in senso ironico, l'idea che un artista già affermato troverebbe mercato e consenso della critica per qualsiasi sua opera che crea, anche le più scadenti e banali,
  • in particolare che il mercato dell'arte contemporanea è pronto ad accettare letteralmente della merda, purché in edizione numerata e garantita nella sua autenticità ed esclusività da un notaio;
  • contemporaneamente il valore artistico di quest'opera di Manzoni è concettuale, e perciò accessibile a chiunque senza limitazioni dovute né al costo di acquisto, né al possesso materiale o all'accessibilità fisica, né alla riproducibilità tecnica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Piero Manzoni - Opere: Merda d'artista, su www.pieromanzoni.org, Fondazione Piero Manzoni. URL consultato il 16 settembre 2015.
  2. ^ Piero Manzoni - Cosa c'è nelle scatole di "merda d'artista", su stilearte.it, 21 luglio 2015. URL consultato il 16 settembre 2015.
  3. ^ Opening the Can: Boîte ouverte de Piero Manzoni, su http://beachpackagingdesign.com, 5 novembre 2014. URL consultato il 16 settembre 2015.
  4. ^ Riccardo Venturi, Piero Manzoni - Merda d’artista, su Exibart, 30 giugno 2004. URL consultato il 16 settembre 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Germano Celant, Piero Manzoni, Milano, Prearo, 1975.
  • (FR) Dominique Laporte, Histoire de la merde, Parigi, Bourgois, 1978.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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