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Maṇḍala

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Il sostantivo maschile e neutro sanscrito maṇḍala (devanāgarī: मण्डल; adattato come mandala) è un termine polisemico che in particolar modo intende indicare un oggetto, anche sacro, di "forma rotonda", o un "disco", in questo caso specialmente se riferito al Sole o alla Luna[1].

Il termine maṇḍala rimanda nella sua composizione al sostantivo maschile sanscrito maṇḍa dove indica quella parte della schiuma di riso bollito o la parte spessa del latte nella preparazione del ghṛta, mentre il sostantivo maschile sanscrito la sta a indicare l'atto di "tagliare", "separare", quindi intende richiamare quell'azione di ordinamento degli spazi sacri atti al sacrificio.

Nella formula "Vāstu-Puruṣa-Maṇḍala" esso va a significare lo stesso sacrificio del Puruṣa, l'uomo primordiale da cui ha origine lo stesso Universo[2].

« In mandala si è andata così a fissare la configurazione di uno spazio orientato attorno a un centro sacrificale: da qui hanno tratto origine i significati, che a partire da quello di "cerchio" hanno costellato la lunghissima storia di mandala, declinando in molti modi le nozioni basilari di "totalità" e di "drammi dell'universo" depositate nello schema ierofanico di un quadrato suddiviso in altri quadrati dal numero variabile disposti attorno a un quadrato centrale, o di un cerchio iscritto in un quadrato, che rispettivamente costituiscono la pianta di numerosi templi indiani e degli stūpa, monumenti reliquari del buddhismo »
(Camuri, p.6968)

Il termine maṇḍala si riscontra in varie culture religiose del subcontinente indiano, in particolar modo in quella buddhista (mentre il corrispettivo induista è indicato anche come yantra), anche a indicare dei diagrammi geometrici utilizzati per scopi rituali o meditativi[3]. Tale pratica religiosa si è diffusa, grazie al buddhismo, per tutta l'Asia.

Il maṇḍala nell'induismo[modifica | modifica wikitesto]

In questo contesto religioso il maṇḍala non è altro che una rappresentazione geometrica complessa avente lo scopo di coinvolgere l'intero Universo nell'atto rituale. Se i Il maṇḍala furono descritti nei testi proprio del Tantrismo, quindi a partire dal VI secolo d.C., l'interesse della cultura religiosa hindū per le rappresentazione cosmologiche per mezzo di disegni geometrici è attestato già nell'antica Taittirīya Saṃhitā (V,4,11).

In particolare gli altari vedici seguono delle regole di costruzione secondo dei modelli che derivano da quello geometrico, e basilare, detto dello caturaśraśyenacit Caturaśraśyenacit.jpg (lett. "come un falco [composto] con quadrati").

La forma geometrica finale dell'altare dipende dal tipo di sacrificio, uno dei più conosciuti è quello riguardante lo agnicayana.

La rappresentazione dell'altare dello agnicayana, l'antico sacrificio vedico. Il disegno delimita spazi geometrici precisi in qualità di sedi per gli dèi (deva) convocati durante il rituale.

Allo stesso modo la funzione del maṇḍala occorre a disegnare la pianta del tempio hindū secondo quegli antichi manuale di architettura religiosa detti Vāstuśāstra. In questo caso l'architetto non disegnava un contorno su scala ridotta ma utilizzava dei vāstumaṇḍala ovvero dei quadrati che messi insieme in vario numero (per lo più 64 o 81) componevano la pianta del tempio.

L'insieme di 81 vāstumaṇḍala per il disegno di una pianta di un antico tempio hndū.

Il vāstumaṇḍala è concepito come parte del corpo dell'"uomo/essere cosmico" (vastupuruṣa) origine dell'Universo in cui si collocano le divinità principali e secondarie e i guardiani del tempio.

Il maṇḍala nel buddhismo[modifica | modifica wikitesto]

Un garbhadhātu-maṇḍala giapponese. Il garbhadhātu-maṇḍala (胎藏界曼荼羅) rappresenta l'insieme dei fenomeni mentali e delle forme dell'universo. Al centro del maṇḍala è posto Mahāvairocana Buddha (大日如來), che rappresenta la "Natura di Buddha" in ogni essere, ed è circondato da quattro buddha (colorati in oro) e quattro bodhisattva (colorati in bianco). Partendo dall'alto e in senso orario: Ratnaketu (宝幢), Samantabhadra (普賢菩薩) Saṃkusumitarāja (開敷華王), Mañjuśrī (文殊菩薩), Amitābha (阿彌陀), Avalokiteśvara (觀自在菩薩), Divyadundubhimeganirghoṣa (天鼓雷音), e Maitreya (彌勒菩薩).

Nella letteratura buddhista afferente ai canoni buddhisti cinese e tibetano il termine sanscrito maṇḍala viene così reso:

  • in lingua cinese: 曼荼羅, màntúluó;
  • in lingua giapponese: 曼荼羅, mandara;
  • in lingua coreana: 만다라, mandara;
  • in lingua vietnamita: mạn đồ la;
  • in lingua tibetana: དཀྱིལ་འཁོར dkyil ’khor.

In questo contesto il significato originario del termine maṇḍala, ovvero "cerchio", si è allargato a indicare il "centro" e la sua "periferia". Così lo stesso importante termine tibetano dove དཀྱིལ་འཁོར indica rispettivamente དཀྱིལ་ (dkyil) il "centro", mentre ་འཁོར (’khor) ciò che lo circonda.

Il maṇḍala, sempre nel contesto del buddhismo tibetano viene così a indicare la rappresentazione dello stesso Universo e la sua elaborazione è una pratica rituale appartenente alle sngon ’gro (སྔོན་འགྲོ་, ngöndro), dove viene disegnato a terra allo scopo rituale di consacrazione o iniziazione o protezione.

Esso può rappresentare anche la residenza di una divinità inserita al centro della rappresentazione e da lì circondata da altre divinità sussidiarie.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sani, p. 1171
  2. ^ Camuri, p. 6968
  3. ^ Cfr. a titolo esemplificativo: Encyclopedia of Hinduism (a cura di Denise Cush, Catherine Robinson e Michael York). NY, Routledge, 2008 e Princeton Dictionary of Buddhism, a cura di Robert E. Buswell Jr. & Donald S. Lopez Jr., Princeton University Press, 2013

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Encyclopedia of Hinduism (a cura di Denise Cush, Catherine Robinson e Michael York). NY, Routledge, 2008.
  • Princeton Dictionary of Buddhism, a cura di Robert E. Buswell Jr. & Donald S. Lopez Jr., Princeton University Press, 2013
  • Giuseppe Tucci, Teoria e pratica del mandala, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, Roma 1969.

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