Lauso (mitologia)

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Lauso
Saga Eneide
Nome orig. Lausus
Epiteto domatore di cavalli, vincitore di fiere
1ª app. in Eneide di Virgilio, I secolo a.C. circa
Parenti

Mezenzio (padre)

Lauso è un personaggio mitologico presente nei libri 7 e 10 dell'Eneide di Virgilio.

Il mito[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Lauso è l'unico figlio del tiranno etrusco Mezenzio di Caere (o Agylla): in seguito all'esilio del padre, cacciato dai sudditi per la sua condotta crudele, è costretto anch'egli a lasciare la città, nonostante sia un ragazzo molto buono e sensibile, oltre che bello d'aspetto. Il giovane Asture, divenuto re al posto di Mezenzio, riesce a tirare dalla sua tutti gli altri sovrani etruschi, cosicché l'ex tiranno e suo figlio per sottrarsi alla cattura si rifugiano presso Turno, il re dei Rutuli, che nel frattempo ha dichiarato guerra ai troiani di Enea sbarcati nel Lazio. Questi ultimi hanno ottenuto l'appoggio degli Etruschi ostili a Mezenzio, il quale ancora una volta deve così vedersela con gli oppositori interni.

La morte[modifica | modifica sorgente]

Nei combattimenti Lauso uccide Abante, uno dei comandanti della flotta troiana, limitandosi per il resto a proteggere da tergo il padre, che in segno di riconoscenza gli dona la corazza e l'elmo predati a un nemico cui egli ha amputato la gamba. Ma il destino è in agguato: Enea affronta in duello Mezenzio, atterrandolo dopo avergli inferto una brutta ferita; vedendo il padre in serio pericolo Lauso si frappone silenziosamente tra lui ed Enea. Mentre Mezenzio si allontana per medicarsi, Lauso fa capire a Enea di voler battersi con lui. Il capo troiano cerca di scoraggiare il giovane ma questi reagisce con un sorriso altezzoso; ciò manda su tutte le furie Enea che fulmineo trafigge Lauso con la spada. L'etrusco si accascia privo di vita al suolo, dopo aver mandato un debole lamento. Vedendolo morto, Enea fa subentrare la commozione alla rabbia, adagia delicatamente Lauso sul suo scudo e lo restituisce al padre. Questi monta allora sul suo cavallo Rebo per vendicare la morte di Lauso, ma Enea abbatte il quadrupede causando il disarcionamento di Mezenzio. Prima di venire ucciso il vecchio chiede come ultimo desiderio quello di poter essere sepolto nella stessa tomba del figlio.

Ecco il passo virgiliano con l'uccisione del principe etrusco:

" Gemette gravemente per amore del caro padre, appena lo vide, Lauso, e lagrime gli rigarono il volto. Qui non tacerò di certo il caso di una dura morte, e le tue gloriose gesta, e te, o giovane memorabile, se pure i posteri accorderanno fede a una così grande impresa. Mezenzio, ritraendo il piede, si allontanava indebolito e impacciato, e cercava di strappare la lancia nemica dallo scudo. Il giovane irruppe e si gettò in mezzo alle armi, e sottentrò alla lama di Enea che già si ergeva con la destra e vibrava il colpo e, facendogli ostacolo, lo trattenne. I compagni lo assecondano con grande clamore, finché il padre s'allontani protetto dal piccolo scudo del figlio, e lanciano dardi, e respingono da lontano il nemico con proiettili. Infuria Enea, e si tiene coperto. Come talvolta precipitano nembi a rovesci di grandine, ed ogni aratore si disperde nei campi, ed ogni contadino e viandante si nasconde al sicuro sotto la ripa d'un fiume o l'arco d'un alto macigno, finché piove sulla terra, per potere, riapparso il sole, impiegar la giornata: così Enea, avvolto di dardi da tutte le parti, sostiene la nube di guerra, aspettando che tutta si scarichi, e grida a Lauso e minaccia Lauso: - Dove corri a morire, e osi oltre le forze? T'insidia incauto l'amore. - Ma quello, ugualmente, esulta, folle; e già al condottiero dardanio crescono crudeli le ire; le Parche raccolgono gli ultimi fili di Lauso: infatti Enea vibra la valida spada sul corpo del giovane, e tutta l'affonda. La punta attraversa lo scudo, leggera arma all'audace, e la tunica, che la madre aveva tessuto con flessibile oro, e colma le pieghe di sangue; allora la vita per l'aria fuggì mesta ai Mani, e abbandonò il corpo. Ma appena l'Anchisiade vide lo sguardo e il volto del morente, il volto pallido in mirabile modo,gemette gravemente, pietoso, e tese la destra, e gli strinse il cuore il pensiero dell'amore paterno. " (Virgilio, Eneide, X, trad. di Luca Canali)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]