La spigolatrice di Sapri

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La spigolatrice di Sapri
AutoreLuigi Mercantini
1ª ed. originale1858
Generepoesia
Lingua originale italiano
La statua della Spigolatrice sullo scoglio dello Scialandro a Sapri

La spigolatrice di Sapri è una poesia di Luigi Mercantini ispirata alla fallita spedizione di Sapri di Carlo Pisacane (1857) che aveva lo scopo di innescare una rivoluzione antiborbonica nel Regno delle Due Sicilie.

Si tratta, insieme all'Inno di Garibaldi, di uno dei componimenti cui la fama di Mercantini come cantore del risorgimento è indissolubilmente legata.

Mercantini adotta il punto di vista di una lavoratrice dei campi, intenta alla spigolatura del grano e presente allo sbarco, che incontra Pisacane e se ne invaghisce; la donna parteggia per i trecento, ma assiste impotente al loro massacro da parte delle truppe borboniche.

Particolarmente conosciuto e citato — talora anche in forma parodiata o ironica — è il ritornello «Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti».

Presente nella sezione della poesia ottocentesca delle antologie scolastiche della letteratura italiana, La spigolatrice di Sapri è tuttora considerata una delle migliori testimonianze della poesia patriottica dell'epoca.

Testo della Poesia[modifica | modifica wikitesto]

Eran trecento, eran giovani e forti,

e sono morti.

Me ne andava al mattino a spigolare

quando ho visto una barca in mezzo al mare:

5) era una barca che andava a vapore,

e alzava una bandiera tricolore.

All’isola di Ponza si è fermata,

è stata un poco e poi si è ritornata;

s’è ritornata ed è venuta a terra;

10) sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

Eran trecento …

Sceser con l’armi e a noi non fecer guerra,

ma s’inchinaron per baciar la terra.

Ad uno ad uno li guardai nel viso:

15) tutti aveano una lagrima e un sorriso.

Li disser ladri usciti dalle tane,

ma non portaron via nemmeno un pane;

e li sentii mandare un solo grido:

“Siam venuti a morir pel nostro lido”.

20) Eran trecento …

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro

un giovin camminava innanzi a loro.

Mi feci ardita, e, presol per la mano,

gli chiesi: “Dove vai, bel capitano?”

25) Guardommi, e mi rispose: “O mia sorella,

Vado a morir per la mia patria bella”.

Io mi sentii tremare tutto il core,

né potei dirgli: “V’aiuti il Signore!”

Eran trecento …

30) Quel giorno mi scordai di spigolare,

e dietro a loro mi misi ad andare:

due volte si scontrâr con li gendarmi,

e l’una e l’altra li spogliâr dell’armi:

ma quando fûr della Certosa ai muri,

35) s’udirono a suonar trombe e tamburi;

e tra ’l fumo e gli spari e le scintille

piombaron loro addosso più di mille.

Eran trecento …

Eran trecento e non voller fuggire,

40) parean tre mila e vollero morire;

ma vollero morir col ferro in mano,

e avanti a loro correa sangue il piano:

fin che pugnar vid’io per lor pregai,

ma a un tratto venni men, né più guardai:

45) io non vedea più fra mezzo a loro

quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.

Eran trecento …

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