Encomio di Elena

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Encomio di Elena
Helene Paris Louvre K6.jpg
Elena e Paride. Particolare di un cratere del IV secolo a.C. (Louvres, Parigi)
AutoreGorgia
1ª ed. originaleV secolo a.C.
Genereorazione
Sottogenereencomio
Lingua originalegreco antico

L'Encomio di Elena è un testo del filosofo sofista Gorgia da Lentini.

In esso l'autore si pone l'obiettivo di scagionare Elena, moglie di Menelao, dalla terribile colpa di aver provocato, abbandonando il marito per seguire Paride a Troia, la sanguinosa guerra di Troia.

L'argomento non era nuovo: Gorgia prendeva spunto infatti da un filone preesistente che, inaugurato dal poeta lirico Stesicoro nella celebre Palinodia di Elena, sosteneva che la donna in realtà non andò mai a Troia e che al suo posto, con Paride, partì un fantasma (in greco εἴδωλον, eidolon). Questo fatto scagionava la regina di Sparta come causa del decennale conflitto.

Il filosofo, in questo testo, per discolparla presenta una serie di implicazioni logiche secondo le quali Elena non è realmente rea del conflitto tra i greci e i troiani: si riferisce infatti alla τύχη (tyche, "destino"), all'eros, alla persuasione della parola e alla forza fisica.

L'encomio è una dimostrazione della forza della parola che è capace, mediante un opportuno utilizzo, di ribaltare il convincimento popolare, risultato di secoli di tradizioni, a proprio piacimento.

Elena è innocente, poiché il movente del suo gesto è esterno alla sua responsabilità. Schematizzando, Elena può aver agito per questi motivi:

  1. Per decreto degli dèi: non si era potuta opporre al fato;
  2. Era stata rapita con la forza;
  3. Era stata persuasa dalle parole di Paride;
  4. Era stata vinta dalla passione amorosa.
  5. Per volere della sorte
  6. Decreto di necessità (destino)

Nel primo caso Elena non ha colpa, in quanto nemmeno gli dèi stessi potevano opporsi al Fato. Se rapita, Elena è una vittima, e la colpa va data a Paride. Di nuovo, se innamorata, Elena è una vittima, poiché fu Afrodite a farla innamorare, come ricompensa a Paride per averla giudicata vincitrice della Mela d'Oro. Infine, se persuasa dalle parole, ancora una volta è da ritenersi innocente, dal momento che, insita nelle parole, è presente una fortissima carica persuasiva, se queste sono pronunciate da un abile oratore.

La forza della parola è intesa come "gran dominatore". Infatti, secondo il sofista, la parola riesce a dominare le emozioni; la poesia, ad esempio, riesce a suscitare nell'ascoltatore le stesse emozioni del poeta.

Sempre per far percepire la potenza della parola, il potere d'ingannare che esse celano, Gorgia conclude ad effetto dicendo che la sua opera vale sì a difesa di Elena, ma per lui solo come gioco dialettico. Se nulla è, le parole non sono verificanti; anche Elena, che dalla tradizione antica greca è criticata assai aspramente, può essere innocente, e anzi degna di compassione.

L'orazione certamente riscosse un enorme successo, dato che successivamente anche Isocrate scrisse un'opera omonima con il medesimo intento.

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