Caso Graneris

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Coordinate: 45°18′56.47″N 8°24′31.87″E / 45.315686°N 8.408853°E45.315686; 8.408853

Strage di Via Caduti nei Lager
StatoItalia Italia
LuogoVia Caduti nei Lager, 9 - Vercelli
Obiettivofamiglia Graneris
Data13 novembre 1975
Tipoomicidio multiplo
Morti5
Responsabili
  • Doretta Graneris
  • Guido Badini
  • Antonio D'Elia
Doretta Graneris (1975)

Il caso Graneris è stato un fatto di cronaca nera avvenuto a Vercelli in Via Caduti nei Lager 9, nel 1975, che ha avuto grande rilevanza mediatica all'epoca dei fatti per via delle implicazioni sulla morale comune e per l'efferatezza del delitto.

Il caso riguarda l'omicidio a colpi di pistola di cinque persone, portato a termine da Doretta Graneris e dal suo fidanzato Guido Badini nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1975. Le vittime furono Italia Zambon (41 anni), Sergio Graneris (45 anni), Romolo Zambon (79 anni), Margherita Baucero (76 anni) e Paolo Graneris (13 anni), rispettivamente madre, padre, nonni materni e fratello della Graneris.

La situazione familiare[modifica | modifica wikitesto]

Doretta Graneris (Vercelli, 16 febbraio 1957) era la maggiore di due figli. Gli insegnanti del liceo artistico di Novara che la ragazza aveva frequentato con discreto profitto la descrissero come «educata, rispettosa, di sani principi religiosi... I genitori le volevano un bene dell'anima», mentre i suoi amici ricordarono come la giovane si sentisse insicura per il proprio aspetto fisico (reputandosi troppo grassa, si imponeva frequenti digiuni) e di carattere malinconico, litigasse spesso con i genitori da lei reputati troppo severi e sembrasse soffrire di solitudine.[1]

Doretta aveva conosciuto Guido Badini nel 1972, a una festa per il capodanno 1973 organizzata a casa sua. Badini, rimasto orfano da poco (il padre era morto alcuni anni prima, la madre, malata di cancro in fase terminale, era venuta a mancare alla Vigilia di Natale) venne invitato dallo zio per fargli passare in compagnia quell'occasione di festa. I due ragazzi si piacquero istantaneamente e incominciarono a frequentarsi. Il ragazzo, descritto dagli amici come un giovane immaturo che fino alla morte della madre aveva insistito per dormire nel letto con lei, era appassionato di armi da fuoco e aveva la casa piena di armi e munizioni. A detta degli amici della coppia, la Graneris sembrava essere dominante rispetto al Badini, che ne era succube e faceva qualsiasi cosa la ragazza gli chiedesse, per non perdere il suo amore.

Il padre della ragazza aveva rilevato l'officina da gommista del suocero, che gli consentiva un buon tenore di vita e gli aveva permesso di accogliere gli anziani suoceri. All'epoca degli omicidi, Graneris aveva 18 anni e Badini 21. Dopo l'ennesima lite con i genitori, che non vedevano di buon occhio la relazione col Badini, Doretta era scappata di casa, stabilendosi a Novara, dove lei e il fidanzato convivevano nell'appartamento di Badini, in vista di un prossimo matrimonio programmato per la settimana successiva agli omicidi. Le loro condizioni economiche erano precarie, per via della disoccupazione di Badini e il rifiuto di Graneris di trovare un lavoro. Per venire incontro alle esigenze dei ragazzi, i genitori della Graneris, risoltisi ad accettare le nozze della figlia, avevano regalato alla coppia il mobilio per la camera e la cucina come dono di nozze e si erano attivati per trovare un posto al Badini, diplomato ragioniere.

L'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

La sera del 13 novembre 1975 Graneris e il fidanzato si recarono in casa dei genitori di lei accompagnati da una terza persona, e uccisero tutti a colpi di pistola. Il terzo partecipante, Antonio D'Elia, aveva già avuto precedenti per stupro e aveva avuto una relazione con la Graneris, con il consenso del fidanzato. Inizialmente D'Elia avrebbe dovuto compiere gli omicidi, per garantire un alibi ai giovani, ma alla fine si accordò per svolgere solo il ruolo di palo e autista.

Badini, mentre i due complici effettuavano il furto di una Simca 1300 ad Arese, noleggiò una Fiat 500 e la usò per raggiungere la ragazza e l'amico in un parcheggio nei pressi di Vercelli. A bordo della Simca, i tre si diressero a casa dei genitori della ragazza, in via Caduti dei Lager 9; i genitori accolsero i due giovani davanti alla TV, mentre D'Elia rimase fuori pronto alla fuga. I Graneris discussero coi giovani per alcuni minuti di questioni legate al matrimonio e della promessa del padre di donare alcuni lingotti d'oro alla coppia. Dalle confessioni non emerse con certezza l'autore materiale degli omicidi: entrambi i giovani si scambiarono l'accusa di aver premuto il grilletto della calibro 7.65 di proprietà di Guido.

La prima vittima sarebbe stata il padre, Sergio Graneris, seguito dalla madre della ragazza che cercò di intervenire. In seguito vennero uccisi i nonni materni, e infine la pistola venne rivolta contro il tredicenne Paolo, dapprima solo ferito e infine freddato a bruciapelo. In tutto, dalla pistola vennero sparati diciotto colpi, più uno per abbattere il cane della famiglia che aveva abbaiato durante la fuga degli assassini. Secondo le confessioni, dopo gli omicidi i ragazzi si recarono a casa di un amico di Badini, un certo Giorgio, in cui trascorsero un'ora e quarantacinque minuti, allontanandosene alle 23:30. Secondo i presenti, la coppia si sarebbe comportata normalmente.

Dopo il delitto[modifica | modifica wikitesto]

I corpi delle vittime furono scoperti già il mattino successivo da Maria Ogliano, 67 anni, nonna di Doretta Graneris, avvertita dai dipendenti dell'azienda del figlio della sua insolita assenza. La donna si recò alla villa e, insospettita dall'audio del televisore, entrò in casa, rimanendo terrorizzata alla vista delle vittime. La coppia venne rintracciata dai carabinieri mentre faceva acquisti in un mercatino rionale poco distante da casa. La reazione composta della ragazza suscitò sospetti nei militari.

Venne ritrovato a bordo della Opel Rekord 1700 di Badini un bossolo: anche se non corrispondeva alle munizioni usate per gli omicidi, la circostanza insospettì ulteriormente gli inquirenti, che approfondirono le ricerche e trovarono a casa del Badini altri bossoli come quelli dell'arma usata per l'omicidio. Dopo aver trovato, con indagini discrete, testimonianze che alludevano ad abitudini particolari della coppia, i carabinieri convocarono i giovani in caserma, coinvolgendoli in un serrato interrogatorio che si concluse dopo otto ore con la confessione.

La confessione e il carcere[modifica | modifica wikitesto]

Inizialmente fu Graneris a confessare, dichiarando di avere ucciso i genitori con le proprie mani e scagionando il fidanzato. Le contraddizioni, l'uso di un'arma da fuoco che la ragazza non avrebbe saputo usare e la violenza del delitto, spinse però i carabinieri ad approfondire le ricerche dubitando della versione della ragazza. Badini intanto ammise l'omicidio, attribuendo però la responsabilità alla ragazza: questa, nei primi mesi di carcere preventivo continuò a scrivere lettere affettuose al fidanzato, per poi decidere di abbandonarlo definitivamente quando scoprì che lui le aveva addossato tutta la colpa, alludendo a una sua relazione segreta con D'Elia.

In seguito a questo tradimento, l'amore di Graneris per il ragazzo venne meno, e anch'essa cominciò ad accusare Badini, attribuendogli l'ideazione del piano e l'intenzione di appropriarsi del patrimonio della famiglia. Badini confessò di aver compiuto l'azione da solo: dichiarò di aver temuto di perdere la ragazza per via del disprezzo che i genitori provavano per lui, e affermò di aver desiderato rendere la ragazza orfana come lui, poi cambiò parzialmente difesa, ricordò ai giudici di essere rimasto orfano da ragazzo, dichiarò che in realtà i Graneris l'avevano accettato come fidanzato della figlia, tanto da aver comprato per loro una costosa cucina e una camera da letto e da avergli trovato un posto di lavoro nell'officina del suocero e negò di essere mai stato simpatizzante fascista, sostenendo che la sua ambizione era sposarsi e avere una famiglia numerosa. Ripetutamente dichiarò di essere stato plagiato dalla fidanzata, che l'avrebbe a suo dire costretto a compiere la strage prospettandogli una vita facile grazie all'eredità dei genitori. Il patrimonio delle vittime all'epoca era stimato in circa 100 milioni di lire.

Un secondo colpo di scena scaturì invece dalle dichiarazioni della Graneris, che confessò l'omicidio di una prostituta come prova per il massacro. L'affermazione non trovò riscontro, e venne identificata dai giudici come un tentativo di invocare l'infermità mentale, subito esclusa da una perizia psichiatrica. I parenti superstiti della ragazza si costituirono parte civile nel processo, rifiutando pubblicamente di prendere in considerazione l'idea di perdonarla e rilasciando dichiarazioni molto dure alla stampa. Durante le indagini emerse il profondo risentimento che Doretta nutriva nei confronti dei genitori, dai quali si sentiva limitata e soffocata e che trovava – come testimoniò una compagna di scuola – di una ristrettezza mentale desolante[2].

La camera di consiglio durò dieci ore: D'Elia riuscì a ottenere la seminfermità mentale e le attenuanti, che gli valsero ventidue anni di carcere. Alla coppia venne invece inflitto l'ergastolo. Vennero condannati a 15 anni anche due amici che avevano aiutato a pianificare gli omicidi, e avevano fornito la benzina per bruciare l'auto rubata. Guido venne condannato a un anno e mezzo di isolamento diurno, e 5 anni di casa di lavoro per l'omicidio di una prostituta.

Le cause[modifica | modifica wikitesto]

Dalle indagini emerse che Graneris aveva un rapporto conflittuale con i genitori, con cui litigava anche per i motivi più futili. Nell'estate del 1975, conseguito il diploma di maturità presso il liceo artistico, in seguito all'ennesima lite con i genitori, la ragazza era scappata da casa, stabilendosi presso il fidanzato. I coniugi Graneris non vedevano di buon occhio la relazione tra i due e disapprovavano le abitudini del Badini, che ritenevano fragile e insicuro.

Altri motivi di dissapore erano riconducibili al fatto che il giovane non avesse un lavoro, nonostante un diploma di ragioniere, e che manifestasse simpatie politiche di estrema destra, ma ultimamente i rapporti sembravano migliorati, pare soprattutto per intercessione del Badini, che al processo giunse persino a sostenere di aver considerato i coniugi Graneris alla stregua dei propri genitori.[3] Dalle indagini emersero aspetti torbidi[4] nella relazione tra Doretta e Guido: sesso di gruppo, voyeurismo, scambi di coppia, tutti particolari che, all'epoca, suscitarono un certo scandalo.

Dopo la condanna[modifica | modifica wikitesto]

Doretta Graneris, che in carcere ha conseguito la laurea in architettura, nel 1993 ottenne la libertà condizionale.[5] L'atto di clemenza suscitò polemiche. Il caso è stato ripreso nel febbraio 2001 dopo il delitto di Novi Ligure, per via dei diversi punti in comune tra i due delitti, e nel 2008, a seguito della semilibertà concessa a Pietro Maso, anch'egli autore dell'assassinio dei genitori nel 1991.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Claudio Giacchino, Doretta & Erika, Vercelli 1975, Novi Ligure 2001, anatomia di due stragi, 2007, Edizioni Marsilio, ISBN 9788831792516
  2. ^ Claudio Giacchino "Doretta & Erika", ed. Marsilio, 2007
  3. ^ Claudio Giacchino "Doretta & Erika", ed. Marsilio, 2007
  4. ^ ItaliaCriminale: la Belva di Vercelli, il caso Graneris, su italiacriminale.it. URL consultato il 9 marzo 2014 (archiviato dall'url originale il 9 marzo 2014).
  5. ^ Doretta Graneris: ricomincia la vita, su archiviostorico.corriere.it, 17 novembre 1993. URL consultato il 9 marzo 2014 (archiviato dall'url originale il 9 marzo 2014).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]