Corazza Farina

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A destra, una corazza Farina.

La corazza Farina era un tipo di protezione individuale in uso al Regio Esercito durante la prima guerra mondiale. Deve il nome al suo ideatore, l'ingegnere milanese Ferruccio Farina.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Le corazze Farina erano un elemento caratteristico delle cosiddette "compagnie della morte", ossia dei gruppi di soldati incaricati di compiere azioni estremamente pericolose e quasi sempre fatali come, ad esempio, uscire dalla trincea per andare a tagliare il filo spinato piazzato dal nemico.[1] Il loro peso era di oltre nove chili ed erano formate da due piastre a forma di trapezio, una anteriore e una posteriore, composte ciascuna da cinque strati in lamiera d'acciaio, leggermente incurvate verso i fianchi, e da due paraspalle mobili. La corazza veniva tenuta ferma da due bretelle, che il soldato incrociava dietro la schiena e annodava sul davanti.[2]

Due bracciali fissati all'interno, inoltre, permettevano di utilizzare la corazza anche a mo' di scudo. La ditta costruttrice le certificò come resistenti a colpi di proiettile calibro 6,5 mm del Carcano Mod. 91, esplosi da almeno 125 metri di distanza. La corazza era dotata anche di un elmo a calotta in acciaio con soggolo, di peso variabile da 1,6 a 2,8 chili a seconda della taglia, che veniva indossato sopra il berretto di stoffa o con una speciale cuffia imbottita. La ditta Farina, inoltre, produsse anche altri tipi di corazze, come la "corazza Corsi", che però non fu mai adottata ufficialmente dal Regio Esercito.[2]

Benché fossero presentate come il vertice dei metodi di difesa personale, nella pratica le corazze Farina si rivelarono fallimentari: oltre al peso e alle conseguenti difficoltà di movimento, infatti, proteggevano solo il torace e la testa, lasciando del tutto scoperto il resto del corpo. Inoltre, bastava che un proiettile fosse di calibro leggermente superiore a quello certificato, o che la distanza fosse inferiore ai 125 metri, perché il colpo penetrasse agevolmente la corazza.[3]

Anche all'estero si fece uso di corazze: quelle austro-tedesche, ad esempio, somigliavano più alle corazze "Corsi". L'uso tattico di queste protezioni, tuttavia, era diverso. Esse, infatti, venivano distribuite non ai reparti d'assalto e ai guastatori, ma alle vedette e ai cecchini, che, nelle postazioni più avanzate, erano maggiormente esposti a proiettili di rimbalzo, schegge, eccetera. Furono utilizzate fuori dalle trincee solo sul fronte orientale perché le linee del fronte si trovavano a distanze molto superiori rispetto a quelle del Carso e a quelle del fronte occidentale, e, quindi, i genieri poterono usarle per muoversi di notte, magari anche per tranciare occasionalmente i reticolati nemici. Si trattò, quindi, di protezioni ausiliarie, non intese come dispositivi strategici capaci di cambiare il corso degli eventi, che sostanzialmente servirono solo a offrire al nemico bersagli facili e relativamente indifesi.

Nei media[modifica | modifica wikitesto]

Le corazze Farina vennero citate, con il nome leggermente modificato in "corazze Fasina", nel film Uomini contro di Francesco Rosi. Nonostante il riferimento esplicito, però, quelle mostrate nel film non erano propriamente corazze Farina, bensì Brewster Body Shield di produzione statunitense. L'inefficacia di queste corazze è ricordata anche da Emilio Lussu nel suo libro di memorie sulla prima guerra mondiale Un anno sull'Altipiano a cui appunto si ispira il film di Francesco Rosi.

Presente in alcune battaglie all'interno del videogame di guerra "Battlefield 1" (EA DICE, 21 ottobre 2016) , ambientato durante la prima guerra mondiale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le corazze "Farina", su cimeetrincee.it. URL consultato il 25 dicembre 2014.
  2. ^ a b Protezioni individuali e da trincea, su pietrigrandeguerra.it. URL consultato il 25 dicembre 2014.
  3. ^ Raito, Persegati, p. 68.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Leonardo Raito e Nicola Persegati, Nella modernità come fantasmi. Esperienze, mitologia e memoria della Grande Guerra, Roma, Aracne, 2010, ISBN 9788854834477.
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