Cavalletto (tortura)

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BurgBerwartstein Streckbank.jpg

Il cavalletto era uno strumento per infliggere una pena corporale affine alla flagellazione, meno grave del tratto di corda.

Descrizione e storia[modifica | modifica wikitesto]

Il reo era legato ad una sorta di banco su cui era piegato mostrando la schiena al flagellatore, da cui veniva colpito con uno scudiscio. Questa pena era in uso a Roma fino all'Ottocento: l'editto del cardinale Antonelli del 30 luglio 1855 prevedeva per i ladri una pena da quindici a trenta battiture.[1]

Cavalletto in uso

Così commenta Giuseppe Gioacchino Belli nel sonetto 844 'Piazza Navona' (Roma 1º febbraio 1833):

« Ccquà s'arza er cavalletto che dispensa

sur culo a chi le vò trenta nerbate »

(Giuseppe Gioacchino Belli)

e circa gli effetti soggiunge nel sonetto 253 'La corda ar corzo' (Roma 21 novembre 1831):

« che for de quer tantino de brusciore

un galantuomo, senza stacce a letto,

pò annà per fatto suo come un signore. »

(Giuseppe Gioacchino Belli)

Con tale termine si indica però anche uno strumento di tortura mediante la quale le braccia e le gambe della vittima venivano tirate, grazie a un sistema di corde e pulegge, fino anche alla disarticolazione[2][3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

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