Bardotto

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Bardotto (Equus burdo)
Old hinny in Oklahoma.jpg
Dati generali
Etimologia  ?
Blue Mars symbol.svg Padre Equus caballus
Pink Venus symbol.svg Madre Equus asinus
Presente in natura No
Longevità 30-50 anni
Impieghi animale da soma
Riproduzione
Fecondità esemplari femmina occasionalmente fertili

Il bardotto è un ibrido, generalmente infecondo che nasce dall'accoppiamento di un cavallo stallone con una femmina di asino domestico. Le femmine possono essere occasionalmente fertili. Aveva un tempo maggior importanza economica, al giorno d'oggi i bardotti sono allevati raramente e quasi esclusivamente per la qualità della carne. Una zona tipica di produzione è la Sicilia.

Rispetto al mulo (che è l'incrocio contrario, cioè tra l'asino stallone e la cavalla) il bardotto presenta una maggiore somiglianza con il cavallo e ha una criniera più folta. Ha le orecchie piccole e come il cavallo nitrisce, a differenza del mulo che raglia. Per ragioni di accoppiamento, il bardotto è il tipo di incrocio più difficile da ottenere.

Le norme di allevamento non differiscono particolarmente da quelle del mulo. Come il mulo, il bardotto maschio è generalmente sterile. L’animale era conosciuto già in Mesopotamia, come animale da traino; fino ad alcuni decenni fa era allevato principalmente in Sicilia, Spagna e Portogallo.

Un tempo il bardotto era utilizzato come animale da soma e da traino; nel corso del Novecento è stato impiegato dai ranghi militari per il trasporto pesante, soprattutto armi, munizioni e vettovagliamento. Anche se fisicamente capace di svolgere gli stessi lavori del mulo, il bardotto è meno interessante economicamente dato che è difficile da allevare per il basso tasso di fecondità dell'incrocio stallone-asino femmina e visto che si ritiene che sia meno robusto del mulo[1].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il bardotto possiede le caratteristiche fisiche ereditate dallo stallone e dall'asina che lo hanno generato. Non vi sono modi per distinguerlo in maniera certa dal mulo, a parte un test del DNA[2].

Inoltre, esiste solo un numero limitato di studi dedicati a quest'ibrido, data la sua scarsa diffusione. Le notizie false o leggendarie a suo riguardo sono invece comuni e circolano da sempre[3].

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

I bardotti sono fisicamente simili ai muli, ibridi di asino e giumenta. Anche se è molto difficile distinguerlo dal mulo, si considera che il bardotto sia morfologicamente più prossimo al cavallo: un corpo leggermente arrotondato ed una groppa che lo è ancora di più all'estremità. Le orecchie sono un po' più lunghe che nel cavallo, anche se in media più corte che nel mulo[3][4]. È più largo al garrese e con le zampe più diritte che nel mulo[3].

Mantello[modifica | modifica wikitesto]

Il mantello del Bardotto è spesso chiaro, visivamente prossimo al bianco, anche se in teoria, tutte le combinazioni di colori siano possibili[5]. Nel XIX secolo, Louis Gossin li descriveva con un mantello baio, da chiaro a bruno scuro, con una striscia sul dorso[6]. Il mantello pezzato tobiano è impossibile da ottenere in quanto il bardotto non può ereditare il set genetico completo corrispondente a questo colore, finendo generalmente con quattro balzane alte e una coda bianca[7].

Verso[modifica | modifica wikitesto]

Il verso è spesso più simile al nitrito del cavallo che al raglio dell'asino[8][9]. Il suo verso viene anche descritto come un misto di quello dei suoi genitori[6].

Ecologia e comportamento[modifica | modifica wikitesto]

Il bardotto è uno degli equini meno conosciuto[10]. Anche se delle nascite possano avvenire eccezionalmente in natura quando mandrie di cavalli e asini condividono uno stesso pascolo, la maggior parte di questi animali è nata in allevamenti casualmente[11]. Il bardotto è considerato meno resistente dell'asino o del mulo, con una salute più debole[3][12]. È un erbivoro, come i suoi genitori, non rumina e si nutre di piccole quantità di vegetali durante tutta la giornata. Preferisce la compagnia degli asini a quella dei cavalli, un comportamento verosimilmente ereditato dalla madre[2].

Nascita[modifica | modifica wikitesto]

Numerose ragioni pongono freno alla nascita dei bardotti. Uno di questi è il rituale d'accoppiamento che gli asini compiono, durante il quale il maschio morde la femmina, raglia ed esplora il suo corpo. Questo rituale, se non sembra impedire la nascita dei muli, sembra frenare quella dei bardotti[13]. Inoltre, i cavalli si rifiutano spesso di montare un'asina[14]. In ogni modo, l'allevatore deve fare attenzione a che un cavallo troppo pesante non monti un'asina, altrimenti questa potrebbe subire danni permanenti al dorso[15].

La fecondità degli asini è inferiore a quella delle giumenti nelle ibridazioni[12]; ne risulta un'importante differenza nella procreazione di muli e di bardotti. Questa differenza di fecondità sembra essere causata dalla differenza di cromosomi fra le specie dei genitori: l'ibrido sembra essere più facile da ottenere quando il numero di cromosomi del maschio riproduttore è minore. In questo caso, l'accoppiamento asino-giumenta sarebbe favorito piuttosto che asina-stallone[2][16].

Gestazione[modifica | modifica wikitesto]

La durata della gestazione è di 350 giorni in media[17], leggermente inferiore rispetto all'asino (374 giorni). Un'altra difficoltà alla produzione dei bardotti è dovuta all'elevato numero di aborti spontanei[15], senza contare che la nascita di un bardotto troppo grosso rispetto alla madre può comportare difficoltà durante il parto (cesareo o altro).

Sterilità[modifica | modifica wikitesto]

Come la maggior parte degli ibridi, il bardotto è sterile statisticamente[18] a causa del numero dispari dei suoi cromosomi[19]. Il cavallo ha 64 paia di cromosomi e l'asino ne ha 62; di conseguenza il bardotto ne ha 63 paia[1] ed eredita di un sistema riproduttivo incompleto[5].

Il bardotto maschio ha un debole numero di cellule germinali nei suoi testicoli[20] e quindi pochissimi spermatozoi[21]. La femmina può avere dei cicli estrali e delle ovulazioni, anche se sono avvenimenti eccezionali; ciononostante, la probabilità che un ovocita incontri un complemento di cromosomi che permetta lo sviluppo di un embrione di bardotto è molto bassa[22].

Nella letteratura sono presenti casi storici di muli e bardotti che avrebbero potuto riprodursi, il che ha una probabilità di uno su un milione[14]. Queste osservazioni possono riferirsi ad adozioni spontanee di puledri da parte di muli o bardotti capaci di allattare[23][24]. Le analisi che si sono potute fare su animali ibridi e fertili hanno mostrato finora che si trattava di asini o di cavalli dall'inusitata morfologia[23].

Malgrado ciò, alcuni casi studiati scientificamente (in Cina nel 1988 e negli Stati Uniti nel 1989)[25], hanno mostrato che la riproduzione di questi animali è possibile, anche se estremamente rara[26][27]. Il primo caso descrive una femmina bardotto cinese diede alla vita con un padre asino un piccolo[25] che possiede un misto di cromosomi di asino e di cavallo, il fatto che sia sopravvissuto suggerisce la vicinanza genetica estrema delle specie Equus caballus e Equus asinus[28][27]. Ulteriori studi sono necessari per conoscere i meccanismi di questi ibridi fertili[29].

Benché nessuno studio porti sulla fertilità dei maschi bardotto, la possibilità non è da scartare[30]. È comunque sconsigliato avere maschi bardotto interi dato che la sterilità non inibisce il comportamento aggressivo tipico dei maschi[14].

Altri significati[modifica | modifica wikitesto]

  • Bardotti è anche il termine con il quale, in Italia, vengono definiti gli alatori.
  • Il bardotto è il titolo di un libro di Valerio Bertini del 1957 vincitore del "Premio Pozzale Luigi Russo"[31]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b (EN) José M. Trujillo, Susumu Ohno, John H. Jardine e N. B. Atkins, Spermatogenesis in a Male Hinny: Histological and Cytological Studies in Journal of Heredity, vol. 62, nº 2, 1969, pp. 79-84.
  2. ^ a b c Lynghaug, p.397.
  3. ^ a b c d Campbell Smith, p.119.
  4. ^ Attar, p.37-38.
  5. ^ a b Attar, p.36.
  6. ^ a b (FR) Louis Gossin, Principes d'agriculture, appliqués aux diverses parties de la France: l'agriculture française, 2ª ed., Lacroix et Baudry, 1858, p. 330.
  7. ^ Lynghaug, p.399.
  8. ^ (FR) Sylvie Mellet, Centre de Recherches Comparatives sur les langues de la Méditerranée ancienne, Les zoonymes, 1997, ISBN 2910897397.
  9. ^ Attar, p.37.
  10. ^ (EN) Masters of Foxhounds Association of America, Chronicle of the Horse, 29 ( 14-26), 1986.
  11. ^ (FR) Alain Giret, Le quaternaire: climats et environnements : Biologie, écologie, agronome, L'Harmattan, 2009, ISBN 2296577962.
  12. ^ a b Siméon, pp. 146-157.
  13. ^ Petrus, p.37.
  14. ^ a b c Lynghaug, p.398.
  15. ^ a b Attar, p.38.
  16. ^ Longear Lingo su www.lovelongears.com, American donkeys and mules society. URL consultato il 2015-07-09.
  17. ^ (EN) D. Fielding, Reproductive characteristics of the jenny donkey (Equusasinus) : a review in Trop. Animal Health Production, nº 20, 1988, pp. 161-166.
  18. ^ Petrus, p.102
  19. ^ (FR) J. Kobozieff e M. Zieff Pomriaskinsky-Kobo, Stérilité et génétique in Précis de génétique appliquée à la médecine vétérinaire, Parigi, Vigot frères, 1943.
  20. ^ Petrus, p.105
  21. ^ (EN) F. C. Landim, J. Bortolozzi, Ultrastructure of the hinny (Equus asinus x Equus caballus) seminiferous epithelium in Anat. Histol. Embryol, nº 23, 1994, pp. 343-351.
  22. ^ (EN) M. J. Taylor, R. V. Short, Development of the germ cells in the ovary of the mule and hinny in , J. Reprod. Fert., vol. 32, 1973, pp. 441-445.
  23. ^ a b Petrus, p.123.
  24. ^ Petrus, p.104.
  25. ^ a b (EN) R. A. Rong, A. C. B. Chandley, J. A. Song, S. B. McBeath, P. P. A. Tan, Q. A. Bai, R. M. B. Speed, A fertile mule and hinny in China in Cytogenet Cell. Genet., vol. 47, nº 3, 1988, DOI:10.1159/000132531.
  26. ^ Petrus, pp.127-128.
  27. ^ a b (EN) Max King, Species Evolution: The Role of Chromosome Change, Cambridge University Press, 1995, ISBN 0521484545.
  28. ^ Petrus, p.128.
  29. ^ Petrus, p.130.
  30. ^ Petrus, p.131.
  31. ^ Luigi Russo, Premio Pozzale.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (FR) Isabelle Carine Petrus, Les hybrides interspécifiques chez les équidés, Ècole Nationale Vétérinaire d'Alfort, 2003.
  • (EN) Cynthia Attar, The Mule Companion: A Guide to Understanding the Mule, 4ª, 2009, ISBN 0965177653.
  • (EN) Fran Lynghaug, The Official Horse Breeds Standards Guide: The Complete Guide to the Standards of All North American Equine Breed Associations, Voyageur Press, 2009, ISBN 1616731710.
  • (EN) Donna Campbell Smith, Book of Mules: Selecting, Breeding, and Caring for Equine Hybrids, Globe Pequot, 2008, ISBN 1599217317.
  • (FR) Victor Siméon, Ânes & Mulets - Découverte et techniques d'entretien et de dressage, De Vecchi, 2008, ISBN 9782732892801.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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