Acquedotto romano di Caldaccoli

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Coordinate: 43°46′08.27″N 10°26′12.47″E / 43.768964°N 10.436797°E43.768964; 10.436797

Parte degli unici 8 archi rimasti in piedi dell'acquedotto.

L'acquedotto romano di Caldaccoli è un acquedotto di epoca romana risalente al I secolo d.C. che portava l'acqua dalla sorgente termale della località di Caldaccoli, conosciuta col nome di calidae acquae, nei pressi di San Giuliano Terme, alle terme di Pisa, conosciute in età medioevale col nome di Bagni di Nerone.[1]

Storia e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La composizione dell'acquedotto era di tre strati, uno strato di due filari di laterizi, uno di tufo e l'altro di pietrame. Purtroppo dell'acquedotto, sono rimasti solo 8 archi e un angolo retto alto 5 metri. Altri resti tra cui pilastri e tubi in terracotta, sono disseminati lungo il percorso dai Monti Pisani fino alle terme di Pisa coprendo quasi 11 chilometri.[2]

Illustrazione dell'inizio del XIX secolo tratta dall'opera Viaggio pittorico della Toscana di Francesco Fontani.

L'acqua scorreva sia in superficie, sul dosso degli archi, che in condutture sotterranee. Questo perché era necessario differenziare i due tipi di acqua da trasportare: in superficie l'acqua fredda mentre nel sottosuolo l'acqua calda della sorgente termale.[3]

Il percorso doveva partire nei dintorni di Corliano (Conserva di Corliano), dove fu trovata una iscrizione su una fistula (CIL XI 1433)[4] la quale riporta la data di costruzione dell'acquedotto nel 92 d.C. da L.Venuleius Montanus[5], patrono della Colonia Pisana e console di Attidium (città romana nei pressi di Fabriano). La condotta interrata, costituita da fistule acquariae in terracotta smaltata e sostenuta da una base in muratura, scendeva dal monte costeggiandolo fino a Caldaccoli, qui l'acqua doveva essere convogliata in una grande vasca per poi essere incanalata sugli archi. Del primo tratto dell'acquedotto si nota ancora il resto di un pilastro con due archi mozzi disposti esattamente ad angolo retto, mentre continuando lungo il percorso in direzione sud si passa agli otto archi ancora in piedi. Successivamente, come descritto da Giovanni Targioni Tozzetti, sono presenti alcuni resti dei pilastri nel terreno fino al Fosso del Mulino (allora conosciuto come Fosso di Ripafratta), dopodiché altri pilastri continuavano in linea retta per poi perderne le tracce. L'acquedotto potrebbe aver curvato verso Pisa passando per Gello, dove furono ritrovati altri resti dei pilastri, per poi terminare alle porte di Pisa poco prima di Porta a Lucca, dove potrebbe essere stata presente una costruzione adibita al controllo delle acque per la città, di cui gran parte sarebbe andata alle terme romane.[6][7] Un possibile percorso può quindi essere stato vicino l'odierna via di Gello.[senza fonte] La sua dismissione potrebbe essere stata causata dal crollo dell'Impero romano d'Occidente a dalle successive invasioni barbariche.[7]

Gli unici resti più rilevanti sono tuttora in una proprietà privata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Acquedotto romano a San Giuliano T., su I romani nel nostro territorio, Istituto Statale "Eugenio Montale". URL consultato il 29 aprile 2010.
  2. ^ Acquedotto Romano, su Itinerari Scientifici in Toscana, Museo Galileo. URL consultato il 29 aprile 2010.
  3. ^ Giovanni Nistri, San Giuliano, le sue acque termali e i suoi dintorni, Nistri, 1875.
  4. ^ Bernard Liou, Praetores Etruriae populorum: Étude d'épigraphie, Ed. Latomus, 1969, p. 31.
  5. ^ Maria Carla Spadoni Cerroni, I prefetti nell'amministrazione municipale dell'Italia romana, Edipuglia, 2004.
  6. ^ Giovanni Targioni Tozzetti, Relazioni d'alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana, per osservare le produzioni naturali, e gli antichi monumenti di essa, Volume 1, Stamperia Granducale, 1768, pp. 432-438.
  7. ^ a b Francesco Fontani, Viaggio pittorico della Toscana, Volume 3, Firenze, V. Batelli e comp., 1827, pp. 108-112.

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