Zeitgeber

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Il termine Zeitgeber (dal tedesco "che dà il tempo") è usato in etologia, per indicare un fattore, esterno ad un organismo (cioè esogeno), capace di sincronizzare l'orologio biologico di quest'ultimo (cioè un fattore endogeno) con una mutata situazione ambientale. Un esempio di Zeitgeber può essere quindi dato dalla luce.

Meccanismo di azione[modifica | modifica sorgente]

La sincronizzazione avviene alterando il "free-running" (ovvero la durata di un evento endogeno) di un'attività, aumentandolo o riducendolo a seconda della convenienza. Un esempio consiste nell'alterazione del ritmo circadiano (con periodo di 24 ore) del sonno. Molti esseri viventi, infatti, regolano le proprie attività sulla base dell'alternarsi di luce ed ombra (fototropismo). Al sopraggiungere del tramonto l'orologio biologico circadiano modifica l'omeostasi corporea verso il riposo, essendo ambientalmente impedite le attività che si basano sulla vista (che in questo caso è il senso prediletto).

Altri animali i cui comportamenti si basano su sistemi di rilevazione differenti, saranno sincronizzati per mezzo di altri fattori esogeni. Un esempio può essere l'attività predatoria dei serpenti: questi, infatti, prediligendo l'olfatto e la vista (sensibile alle radiazioni infrarosse) per localizzare la preda, avranno una sincronizzazione circadiana diversa che li porta ad una maggiore attività notturna. Lo Zeitgeber (in questo caso il buio) modificherà l'oscillatore endogeno e farà dunque in modo che l'animale diventi più attivo durante le ore notturne, ovvero quando gli altri animali sono svantaggiati dall'assenza di luce e la maggior parte dei predatori è inattiva.

In altri casi lo Zeitgeber può essere rappresentato da fattori come l'umidità relativa, la temperatura dell'ambiente o le interazioni sociali.[senza fonte]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Aschoff J., The phase-angle difference in circadian periodicity.In "Circadian Clocks (J. Aschoff, ed.), North Holland Press, Amsterdam, 1965, (pp 262–278).