Sprezzatura

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Sprezzatura è un termine in voga durante il XVI secolo italiano nell'ambito della descrizione del far musica sia a livello compositivo che esecutivo. In particolare questo termine è stato utilizzato per connotare taluni aspetti del recitar cantando teorizzato in seno alla Camerata de' Bardi. Un esempio nel quale viene utilizzato questo termine è la presentazione delle Nuove Musiche di Giulio Caccini:

« Bisogna cantare senza misura, quasi favellando in armonia con sprezzatura, togliendosi al canto una certa terminata angustia e secchezza, si rende piacevole licenzioso e arioso, siccome nel parlar comune la eloquenzia e la fecondia rende agevoli e dolci le cose di cui si favella ... »
(Nuove Musiche di Giulio Caccini)

Il termine sprezzatura ha però origine non musicale, e riguarda alcuni aspetti della condotta del perfetto uomo di corte. Il termine viene utilizzato e spiegato ne Il Cortegiano di Baldassare Castiglione:

« Trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcun altra: e cioè fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò, che si fa e dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi… Da questo credo io che derivi assai la grazia: perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia. Però si po dire quella essere vera arte, che non pare essere arte; né più in altro si ha da poner studio che nella nasconderla: perché, se è scoperta, leva in tutto il credito e fa l’omo poco estimato »
(Il Cortegiano di Baldassare Castiglione)

In questo caso quindi, la sprezzatura altro non è che la disinvoltura dell'uomo di corte che affronta le difficoltà. L'equilibrio, il controllo di sé e il sano distacco che ne fanno un perfetto cortigiano. Nell'ambito musicale questo termine indica la condotta del canto monodico sul basso continuo che si piega con grazia, agio e quindi sprezzatura alle inflessioni ed alle tensioni del testo.

Utile anche la ripresa di Giacomo Leopardi nello Zibaldone:

« [2682]Grazia dal contrasto. Conte Baldessar Castiglione, Il Libro del Cortegiano. lib.1. Milano, dalla Società tipogr. de' Classici italiani, 1803. vol.1. p.43-4. Ma avendo io già più volte pensato meco, onde nasca questa grazia, lasciando quegli che dalle stelle l'hanno, trovo una regola universalissima; la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane, che si facciano, o dicano, più che alcuna altra; e ciò è fuggir quanto più si può, e come un asperissimo e pericoloso scoglio la affettazione; e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte, e dimostri, ciò che si fa, e dice, venir fatto senza fatica, e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia: perché delle cose rare, e ben fatte ognun sa (p. 44 dell'ediz.) la DIFFICULTÀ, onde in esse la FACILITÀ genera grandissima maraviglia; e per lo contrario, lo sforzare, e, come si dice, tirar per i capegli, dà somma disgrazia, e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch'ella si sia. »
(Roma 14 marzo 1823, secondo venerdì di marzo)

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