Maràna tha

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Maranà tha è un'invocazione aramaica, che significa Vieni, o Signore. Dato che nei manoscritti manca lo spazio fra le due parole, l'espressione può anche essere letta come Maran atha, il cui significato è la constatazione il Signore è venuto. Il suo significato e il suo uso sono controversi.

L'espressione è utilizzata da San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (16,22) ed è solitamente interpretata come una invocazione della Parusia, analoga a quella in lingua greca erchou kyrie Iesou nell'Apocalisse di Giovanni (22,20). Questa interpretazione è stata utilizzata dai teologi, che sostengono la credenza dei primi cristiani in un imminente arrivo della fine del mondo. La formula, tuttavia, sembra essere stata utilizzata nel contesto della celebrazione eucaristica e perciò poteva indicare simultaneamente sia il gioioso annuncio della reale presenza del Signore sia l'attesa cristiana del suo ritorno (indipendentemente dalla prossimità o meno di questo ritorno)[1].

Poiché Paolo non traduce in greco l'espressione aramaica, si ritiene[2] che i cristiani di lingua greca la utilizzassero già ritualmente in liturgia, in modo analogo a quanto accadeva alle parole aramaiche amen e alleluia (cfr. Didaché, 10, 6).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ K. G. Kuhn, Grande lessico del Nuovo Testamento, Paideia, Brescia, VI, pp. 1249-1266 e Joseph Ratzinger, Escatologia. Morte e vita eterna, Cittadella Editrice, Assisi 2008, pp.21-22
  2. ^ Antonino Romeo, «Maranatha», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. VIII

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