Il silenzio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Il silenzio (disambigua).
Il silenzio
Il silenzio (film 1963).JPG
Ingrid Thulin e Gunnel Lindblom
Titolo originale Tystnaden
Lingua originale svedese
Paese di produzione Svezia
Anno 1963
Durata 96 minuti
Colore B/N
Audio sonoro (mono)
Rapporto 1,37 : 1
Genere drammatico
Regia Ingmar Bergman
Soggetto Ingmar Bergman
Sceneggiatura Ingmar Bergman
Produttore Allan Ekelund
Casa di produzione Svensk Filmindustri (SF)
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Ulla Ryghe
Musiche Ivan Renliden
Scenografia P. A. Lundgren
Costumi Marik Vos-Lundh (come Marik Vos)
Bertha Sånnell
Trucco Börje Lundh
Gullan Westfelt
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Il silenzio (Tystnaden) è un film diretto da Ingmar Bergman nel 1963, ultimo episodio della "Trilogia del silenzio di Dio", iniziata nel 1961 con come in uno specchio e proseguita l’anno seguente con Luci d'inverno.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Due sorelle, Anna e Ester, di ritorno a casa dalla villeggiatura attraversano in treno un paese straniero; con loro è Johan, il figlio di Anna. Ester ha un malore, i tre sono costretti a fermarsi nella prima città raggiunta, che ha l’improbabile nome di Timoka. La lingua che si parla nel paese è totalmente sconosciuta, un misto di magiaro e lingue slave. Prendono alloggio in un albergo. Il clima è soffocante, il bambino no ha nulla da fare tutto il giorno e curiosa nei corridoi dell’hotel dove scopre una troupe di nani spagnoli. È difficile anche comunicare con l’anziano e gentile cameriere che si prodiga in ogni modo per aiutare Ester.

Insofferente del caldo e dell’inattività, Anna esce lasciando soli il figlio e la sorella. Si reca in un bar, dove attrae l’attenzione del cameriere. Sfoglia un giornale scritto nella lingua incomprensibile, si capisce solo il nome J.S.Bach. Più tardi in albergo è proprio la musica di Bach che permette di comunicare brevemente con l’anziano cameriere.

Anna entra in un teatro dove recita l’équipe di nani, nel palco accanto a lei un uomo e una donna fanno l’amore senza alcun pudore, lei si osserva affascinata. Frattanto, dopo avere bevuto troppo alcol, Ester chiacchiera con il nipote; la sorella rientra di soppiatto e fa un lungo bagno. Più tardi vorrebbe ancora uscire; affrontata da Anna, le rivela di avere fatto l’amore con un uomo incontrato al bar, e rinfaccia alla sorella alcune cose che si portava dietro da tempo. La accusa di non volerle bene, Ester assicura che la ama.

Uscita dalla stanza, Anna si incontra nel corridoio dell’albergo con il suo amante e si infilano in un’altra camera, Johan li vede e lo rivela alla zia. Ester bussa alla porta, la sorella apre per farle vedere l’uomo con cui ha avuto un altro rapporto.

Ester aspetta fuori dalla stanza ma si sente male e si accascia. Anna la ritrova solo quando esce, la riportano in camera, poi comunica alla sorella che il giorno dopo ripartirà con il figlio, lasciandola da sola. È come se avesse tagliato ogni vincolo con lei. Assistita del cameriere anziano, Ester, che di mestiere è traduttrice, scrive su un foglio alcune parole della lingua sconosciuta per il nipote. L’addio è struggente, Johan pensa che non rivedrà più la zia, Anna invece è molto fredda. In treno, Johan comincia a leggere il piccolo vocabolario della zia e pronuncia a voce alta “Hadjek”.

Critica[modifica | modifica sorgente]

Il film, molto atteso, suscitò reazioni contrastanti. Chi si aspettava alla fine della trilogia un segno di fiducia, un’apertura alla speranza e alla fede, fu deluso; altri parlarono di capolavoro per le immagini sobrie, austere, rigorose.[1] Di Tystnaden si occupò persino in un dibattito il parlamento svedese[2] per la fama “pornografica” che lo circondava a causa di alcune scene di amore fisico. La presenza fisica del personaggio di Anna, interpretato dalla trentenne Gunnel Lindblom, fa impallidire l’erotismo istintivo di Harriet Andersson in " Monica e il desiderio ", fino a quel momento il più scandaloso della cinematografia di Ingmar Bergman. [3]

È possibile anche considerare "Il silenzio" come una serie di rappresentazioni dello squilibrio mentale che non ha precedenti nella storia del cinema[4], con i suoi nani da circo, i carri armati intravisti di notte fuori dalla finestra nelle strade deserte, la totale incomunicabilità con gli abitanti del posto, la ferocia quasi incestuosa dell’odio fra le due sorelle; queste possono anche essere viste come due aspetti di una medesima personalità, che non si fatica a individuare in quella del regista stesso: Ester rappresenta l’intellettualità, la lucidità e la malattia; Anna è la superficialità, la materiale sensualità del desiderio, l’insofferenza verso l’autorità.[5]

Il film, che abbonda di primissimi piani nella tradizione del regista svedese, è una macchina perfetta che si snoda secondo uno schema semplice, inesorabile, dove nulla è casuale ma viene presentato come se lo fosse. [6] La luce sui volti crea effetti sorprendenti nei piani estremamente ravvicinati. Non è difficile indovinare che Timoka, la città sconosciuta, è la terra sulla quale gli uomini e le donne si aggirano a vuoto, senza riconoscersi e senza comprendere gli altri.

La censura italiana[modifica | modifica sorgente]

La censura intervenne pesantemente sopprimendo tre intere scene e modificando in alcuni casi il dialogo. In particolare, nell'originale svedese della scena finale del film, il bambino Johan pronuncia ad alta voce una sola parola - "hadjek" - della lingua sconosciuta, e ne legge altre due senza che si senta alcun suono. La versione manipolata dalla censura italiana fa nuovamente pronunciare al bambino la parola sconosciuta e poi la parola "anima", aprendo il film « a una lettura spiritualista che Bergman non voleva assolutamente ».[7]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Trasatti, op. cit., p. 75
  2. ^ Mandelbaum, op. cit., p. 45
  3. ^ Mandelbaum, op. cit., p. 45
  4. ^ Mandelbaum, op. cit., p. 44
  5. ^ Trasatti, op. cit., p. 76
  6. ^ Trasatti, op. cit., p. 76
  7. ^ P. Mereghetti, Censure feroci su Bergman, « Corriere della Sera », 24 novembre 2012.


Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Sergio Trasatti, Ingmar Bergman, Il Castoro cinema, 2005, ISBN 978-88-8033-010-3.
  • Jacques Mandelbaum, Ingmar Bergman, Cahiers du Cinéma, 2011, ISBN 978-2-86642-706-1.
  • Ingmar Bergman, Sei film: Luci d'inverno, Come in uno specchio, Il silenzio, Il rito, Sussurri e grida, Persona, Traduzione di Giacomo Oreglia, Einaudi, 1979.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

cinema Portale Cinema: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di cinema