Laurea

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La laurea è un titolo di studio rilasciato tipicamente da un istituto di istruzione superiore, generalmente un'università.

A livello europeo deve essere rilasciato dalle università secondo le convenzioni del Processo di Bologna.

Nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Vecchio ordinamento[modifica | modifica wikitesto]

Il percorso di studi del cosiddetto "vecchio ordinamento" era disciplinato dal R.D. 4 giugno 1938, n. 1269, mentre una specifica disciplina aveva l'esame di avvocato. La locuzione identificava la disciplina precedente ai decreti ministeriali emanati in attuazione dell'articolo 17, comma 95 della legge 127/1997 (legge Bassanini bis), con riferimento al primo decreto, il 509/1999, del Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica del tempo, Ortensio Zecchino (riforma Zecchino).

La laurea di vecchio ordinamento poteva essere conseguita al termine di un ciclo di studi della durata di quattro, cinque o sei anni a seconda della disciplina studiata.

Un decreto ministeriale a firma Moratti ha equiparato la maggior parte dei diplomi di laurea di vecchio ordinamento alle classi delle lauree specialistiche (ora lauree magistrali), ma ai soli fini dell'accesso ai concorsi pubblici. Da tale decreto è escluso il Diploma di Laurea (DL) in Scienze della formazione primaria, poiché in regime transitorio i corsi di laurea in Scienze della formazione primaria sono gli unici a essere ancora organizzati secondo il previgente ordinamento, sebbene con un sistema di crediti ECTS (240, poiché il corso dura 4 anni, secondo il principio di 60 crediti medi per anno).

Gli ordinamenti universitari delle lauree vecchio ordinamento prevedevano un numero variabile di esami, raggruppati per annualità (da 19 a 58, per il corso di laurea in Medicina veterinaria). Un'annualità si maturava attraverso un esame annuale o due semestrali. Gli esami che si estendevano anche al seguente anno accademico erano detti biennali. L'annualità era l'unità di misura degli esami del vecchio ordinamento, che la riforma ha sostituito con il credito formativo universitario.

Nuovo ordinamento[modifica | modifica wikitesto]

In base all'articolo 17, comma 95 della legge 127/1997 i corsi di laurea delle università hanno conosciuto profonde trasformazioni e mutamenti.

Il diploma universitario (DU) introdotto con la legge 19 novembre 1990 n. 341 ha avuto pieno riconoscimento, ma è stato un titolo di primo ciclo soppresso con la riforma Berlinguer del 2000.
Di durata non superiore a tre anni, esso aveva lo scopo di fornire agli studenti una preparazione più pratica, volta ad un più facile inserimento nel mondo del lavoro, con adeguate conoscenze tecniche, operative e metodologiche, orientate al conseguimento del livello formativo richiesto da specifiche aree professionali, nonché un adeguamento al sistema scolastico europeo.
Il carattere operativo e pratico di corsi afferenti alla sfera delle tecnologie, delle scienze e delle arti applicate (ISEF, scienze sanitarie, etc.) in alcuni casi è stato accettato dal mondo del lavoro e da ambiti professionali specifici; non altrettanto è avvenuto per molti diplomi di area umanistica, che sono risultati poco valutati nel settore privato e non spendibili in quello pubblico. Molte Facoltà hanno integrato i diplomati e gli studenti dei corsi di diploma universitario nei loro corsi di Laurea e, con la valutazione in crediti (CFU) degli studi già condotti, hanno previsto il recupero dei debiti formativi indispensabili per il conseguimento dei diplomi di Laurea di primo livello.
È stato previsto che nelle sedi universitarie si stabiliscano i criteri secondo i quali le diverse Facoltà possano parzialmente riconoscere anche gli studi compiuti nello svolgimento dei corsi di diploma universitario, ai fini del proseguimento degli studi per il conseguimento dei diplomi di laurea affini.

Con l'introduzione Italia del percorso "3+2" (laurea più laurea specialistica), ai sensi del con D.M. MIUR 509/1999, il titolo di diploma universitario è divenuto equipollente all'attuale laurea purché sia di durata triennale (e non biennale), come stabilito anche dalla legge n. 240 del 2010.

Il percorso di studi era della durata triennale, ma nel caso in cui lo studente si fosse iscritto ad un corso di diploma di laurea (laurea di secondo ciclo), il percorso poteva durare solamente due anni.[1] Il curriculum era ritenuto più professionalizzante che accademico, come è possibile vedere dalle qualifiche del diploma universitario.[2] Il D.M. 22 ottobre 2004 n. 270 (che ha abrogato e sostituito il precedente D.M. 509/1999) definisce i titoli di studio rilasciati dalle università:

il medesimo decreto consente, inoltre, che le università attivino disciplinandoli nei regolamenti didattici di ateneo, corsi di perfezionamento scientifico e di alta formazione permanente successivi al conseguimento della laurea o della laurea magistrale, a conclusione dei quali sono rilasciati i master universitari di primo o di secondo livello.

Processo di Bologna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Processo di Bologna.

La laurea, dalla durata triennale (180 CFU, 1 credito ogni 25 ore), va a sostituire nel 1997, con la Riforma Berlinguer, i vecchi titoli.[3] Internazionalmente la laurea dovrebbe corrispondere al bachelor's degree, titoli di primo grado dalla durata triennale o quadriennale (almeno 180 ECTS, 1 credito ogni 25-30 ore).

La laurea triennale dà diritto alla qualifica accademica di dottore. Vi furono però contrasti in merito all'attribuzione del suddetto titolo in base ad una sentenza della Corte dei Conti del settembre 2004 la quale affermava che il titolo di dottore spettava solo ai laureati del vecchio ordinamento e del 3+2, ossia l'attuale laurea magistrale. La questione si è però risolta grazie ad un decreto della stessa Corte dei Conti del 9 novembre 2004 che ha registrato il decreto ministeriale (del Ministero dell'Università e della ricerca) n. 270 del 22 ottobre 2004, si è così stabilito che è attribuito il titolo di dottore ai laureati triennali e quello di dottore magistrale ai laureati del vecchio ordinamento e del 3+2 (art. 13 comma 7)[4]. La laurea triennale italiana è riconosciuta nell'Unione europea e nei paesi dell'Associazione europea di libero scambio, nonché nella Repubblica di San Marino e nello Stato della Città del Vaticano (in quanto firmatari della convenzione di Bologna) ai fini dell'accesso a specifiche professioni regolamentate e, previo superamento di appositi esami di Stato, in Italia consente l'iscrizione agli albi tenuti da ordini e collegi professionali.

Il meccanismo dei crediti (European credit transfer system, ECTS) era già stato introdotto con l'azione Erasmus del programma comunitario Socrates (esteso anche a paesi europei non comunitari e del bacino del Mediterraneo) al fine di favorire la mobilità internazionale degli studenti facilitando il reciproco riconoscimento delle attività didattiche.

Il processo di Bologna contempla totalmente il "riconoscimento dei titoli nella regione Europea" di cui l'Italia è firmataria. Tale processo concede pienamente tramite gli organi proposti, MIUR, di autorizzare con decreto o presa d'atto Ministreriale la capacità giuridica ad istituzioni che contengono i requisiti stabiliti. I casi più comuni sono la link Campus, precedentemente affiliata con l'Università di Malta e l'Università Popolare degli studi di Milano accreditata cnupi con piene virtù di elargizione di Lauree con Valore legale.

Introdotto sperimentalmente in alcuni corsi di laurea di vecchio ordinamento attivati verso la fine degli anni '90 (Scienze della formazione primaria e, limitatamente ad alcune sedi, Scienze dell'educazione e Scienze della comunicazione), la riforma lo introduce obbligatoriamente in tutti i corsi di studio ad esclusione dei corsi di dottorato di ricerca. Il credito rappresenta l'unità di misura del lavoro necessario per raggiungere il titolo (sono necessari, ad esempio, 180 crediti per conseguire la laurea, 300 compresi quelli già acquisiti e riconosciuti all'accesso per conseguire la laurea specialistica, 120 per conseguire la nuova laurea magistrale, almeno 60 per conseguire il master universitario) e corrisponde a 25 ore di lavoro. Di queste 25 ore una quota variabile (in relazione alle tabelle di classe e a quanto deliberato dagli organi collegiali competenti per i singoli corsi di studio), ma mai inferiore al 50% (salvo casi particolari rappresentati da attività ad elevato contenuto sperimentale o pratico: vedi ad esempio tirocini e laboratori), è riservata allo studio individuale. La restante quota è rappresentata da lezioni frontali, esercitazioni in aula, seminari, cioè quanto materialmente erogato dall'università (alcuni atenei ricomprendono nel monte-crediti anche un tempo, convenzionalmente fissato, dedicato alle prove di valutazione intermedie e/o finali).

Esami sostituiti con i crediti lavorativi[modifica | modifica wikitesto]

La legge 448/2001 (Legge finanziaria 2002 del Governo Berlusconi II) ha dato la possibilità, alle amministrazioni pubbliche, di stipulare convenzioni con le Università, a favore dei propri dipendenti, che garantiscono a questi ultimi di conseguire la laurea con degli sconti sui programmi di studio.

Ad ogni esame è assegnato un numero di crediti che dovrebbero corrispondere, secondo il sistema dei crediti europeo, a un certo numero di ore di studio e di impegno a casa. L'impegno a casa è comunque interpretato come un'attività legata allo studio dei corsi universitari.

L'unica attività lavorativa coinvolta eventualmente nel computo dei crediti sono le ore di tirocinio maturate.

La legge 30 dicembre 2010, n 240[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi riforma Gelmini.

La legge 30 dicembre 2010, n 240 sulla riforma dell'università (riforma Gelmini, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 14 del 5 gennaio 2011 ed entrata in vigore il 29 gennaio 2011, contiene una nuova riduzione dei C.F.U. (crediti formativi universitari) riconoscibili: si può riconoscere agli studenti universitari detentori di capacità ed esperienze professionali, lavorative, fino ad un massimo di 12 Cfu[5].

L'applicazione delle nuove norme[modifica | modifica wikitesto]

La sperimentazione della riforma Berlinguer è partita nell'anno accademico 2000/2001 limitatamente ad alcuni corsi in alcune università, tra cui il Politecnico di Milano e l'Università degli Studi di Padova, mentre a partire dall'anno successivo è entrata a pieno regime.

Alcune università, come l'Università degli Studi di Perugia per il corso di laurea in Odontoiatria e protesi dentaria e l'Università Tor Vergata per quello in giurisprudenza, hanno richiesto e ottenuto deroghe al Ministero al fine di continuare ad attivare corsi secondo il previgente ordinamento, ma si è trattato di casi isolati, tanto che già nell'anno accademico 2001/2002 la quasi totalità dell'offerta formativa delle università italiane (oltre il 97%) era costituita da corsi di laurea del nuovo ordinamento.

Fra le ragioni alla base dell'introduzione di questo tipo di percorso universitario c'era l'età media particolarmente elevata dei neolaureati italiani rispetto a quella di altri paesi europei (28-30 anni contro 20-21). Altra motivazione rilevante era il fallimento generalizzato delle carriere scolastiche: i 2/3 degli immatricolati abbandonava già al secondo anno e moltissimi di essi non versavano neanche la seconda rata di tasse e contributi del primo.

La riforma ha inoltre avuto un occhio di riguardo per l'alta formazione permanente e ricorrente, introducendo il titolo di master universitario (che può essere di primo livello, rilasciato cioè al termine di corsi a cui si può accedere con la laurea, o di secondo, al termine di corsi a cui si può accedere solo con la laurea specialistica o con la nuova laurea magistrale).

Il valore legale è garantito dalla classe di afferenza, poiché il decreto MURST 509/1999 prevede che sia la sola classe a determinare il valore legale delle lauree e delle lauree specialistiche, ma sul mercato del lavoro (in particolare quello privato, ove non si tiene generalmente conto del valore legale dei titoli) si era comunque creata un'enorme confusione dovuta alla presenza di titoli di studio con denominazioni simili e contenuti formativi completamente diversi e titoli di studio con denominazione differente ma contenuti formativi sostanzialmente uguali.

Ciò ha spinto il ministro Moratti introdurre le modifiche formalizzate con il decreto MIUR 270/2004: il singolo ateneo rimane libero di attivare tutti i corsi di laurea che intende nell'àmbito della medesima classe, ma deve garantire che i corsi della stessa classe (o di classi individuate come affini dal regolamento didattico da esso stesso emanato) abbiano almeno 60 crediti in comune, da collocare nel primo anno. Dei coordinamenti regionali e centrali serviranno a favorire un'armonizzazione delle epigrafi dei titoli di studio, in maniera tale da far corrispondere quanto più possibile la denominazione ai contenuti formativi e al valore legale.

Un'ipotesi applicativa di tale testo, che alcune forze politiche (in particolare i movimenti studenteschi di base) hanno definito controriforma, era considerata quella di realizzare i cosiddetti percorsi a Y: primo anno uguale per tutti e biennio successivo differenziato a seconda che lo studente manifesti l'intenzione di proseguire gli studi conseguendo anche una laurea magistrale (nuova denominazione delle lauree specialistiche stabilita dallo stesso decreto 270) oppure necessiti di un immediato inserimento nel mondo del lavoro.

In realtà i percorsi a Y erano già stati realizzati da alcune università alla luce del quadro normativo precedente (che non prevedeva l'obbligatorietà dei 60 crediti in comune tra corsi della stessa classe ma neanche ne escludeva la fattibilità), e comunque il valore legale dei titoli di studio afferenti alla stessa classe resta identico, indipendentemente dal fatto che si abbia optato per un percorso più tecnico-professionalizzante piuttosto che un cursus studiorum basato sul modello classico, con approccio teorico-metodologico improntato alla ricerca.

Inoltre, con la trasformazione delle lauree specialistiche in lauree magistrali, cessa il principio di assorbenza del titolo di studio: la nuova laurea magistrale, diversamente dalla precedente specialistica, non comprende anche i crediti riconosciuti all'accesso, ma solo i 120 suoi propri. Questo consente maggiore flessibilità nell'individuazione dei criteri d'accesso. L'università non dovrà più procedere al riconoscimento ad personam del titolo d'accesso confrontando la distribuzione dei crediti nei singoli settori scientifico-disciplinari della laurea posseduta dall'aspirante con la laurea correlata al corso di laurea specialistica e ricompresa nella sua tabella, ma prevedere dei semplici criteri standardizzati: per esempio potrebbe stabilire che per l'accesso ai corsi della classe delle lauree magistrali in editoria, comunicazione multimediale e giornalismo è necessario possedere una laurea della classe delle lauree in lettere o scienze della comunicazione, senza andare ad analizzare le singole carriere.

Resta fermo che ai corsi di laurea magistrale si accede secondo criteri stabiliti dalle singole sedi (per esempio concorso se sussiste la programmazione del numero, voto di laurea, anni impiegati per conseguirla etc.) e che quindi tutti gli esempi riportati sono solo ipotesi di applicazione, come pure lo stesso sistema a Y. Anche le prove finali dei corsi variano da sede a sede: si va dalla prova orale alla tesi tradizionale, passando per il tema scritto, con un punteggio aggiunto rispetto al voto di partenza, determinato dalla media dei voti ponderata in base ai crediti, dai 3 ai 15 punti. Il voto del titolo di accesso non è generalmente preso in considerazione ai fini dell'attribuzione di quello di laurea specialistica o magistrale.

Valore legale della laurea e riconoscimento all'estero[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Valore legale del titolo di studio.

Il diploma di laurea è un documento rilasciato da una università, autorizzata per legge ad emettere questo tipo di documento, che certifica l'avvenuta frequentazione con profitto di un determinato corso di studi inserito tra quelli appartenenti ad una delle classi di laurea previste dall'ordinamento. Il diploma di laurea, indicando che il laureato ha acquisito nella frequentazione nel suo percorso universitario un complesso di conoscenze, competenze, abilità, capacità in un determinato settore, ha innanzitutto un valore sostanziale, un valore (ovviamente non abolibile) molto importante per l'inserimento nel mondo del lavoro, per i suoi effetti sociali, per l'azione di consolidamento dell'identità personale.

Per prima cosa è importante sottolineare che tale valore deriva dalla natura di solenne certificato ufficiale emesso da una istituzione dello Stato (come sono le università "statali", pur nella loro autonomia) o emesso da una università privata riconosciuta dallo Stato (riconoscimento che consegue ad una rigorosa istruttoria e a continue verifiche della sussistenza dei requisiti minimi per tale riconoscimento). Le università possono rilasciare tale certificato perché abilitate per legge a tale emissione. Non a caso le attuali disposizioni (derivate dal regio decreto 4 giugno 1938, n. 1269, il cosiddetto Regolamento studenti, vedi in particolare l'articolo 48) prevedono che le lauree e i diplomi conferiti dalle università contengano esplicitamente la dicitura "Repubblica Italiana" e "in nome della Legge".

Il diploma di laurea attesta il superamento con profitto da parte del laureato di un corso di studi pluriennale in cui le discipline sono state insegnate da professori ordinari o associati reclutati dall'università secondo disposizioni di legge. Le discipline insegnate ed apprese sono tutte quelle caratterizzanti la classe di laurea a cui il diploma si riferisce. La classe di laurea è definita per legge, come dalla legge è determinato il totale dei crediti formativi richiesti ad uno studente, in termini di attività di apprendimento, per l'acquisizione di un'adeguata preparazione in un corso di studi e per il conseguimento di una determinata laurea.

Per quanto riguarda il valore "legale" del diploma di laurea, va puntualizzato subito che nel nostro ordinamento legislativo non si rinviene una specifica norma che conferisca "direttamente" valore legale alla laurea. Di questo avviso è, ad esempio, un autorevole giurista come il professor Sabino Cassese, che in particolare ricorda quanto stabilisce il regio decreto 30 settembre 1923, n. 2102 (la riforma Gentile), e poi conferma il regio decreto 31 agosto 1933, n. 1592, articolo 172: «I titoli di studio rilasciati dalle università hanno esclusivamente valore di qualifiche accademiche». Il valore legale della laurea emerge invece "indirettamente", perché alcune leggi o atti aventi forza di legge ricollegano al possesso di questo titolo determinati effetti giuridici. Cassese parla al proposito di "valore legale indiretto". Va altresì sottolineato che a livello costituzionale non è presente nessuno specifico riferimento al valore legale della laurea.

Le disposizioni costituzionali riguardanti l'università sono contenute nell'articolo 33 della Costituzione. In particolare in esso viene sancita al comma 1 la libertà di insegnamento della scienza (e dell'arte), viene ribadito al comma 2 il diritto di ciascun cittadino a formarsi presso l'istituzione ritenuta più idonea, viene prescritto al comma 5 l'esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole e per la conclusione di essi (ma non per la conclusione degli studi universitari). Viene infine prescritto, sempre al comma 5, l'esame di Stato per l'abilitazione all'esercizio professionale. Obiettivo di tale esame di Stato è verificare che la formazione di chi esercita professioni suscettibili di incidere su diritti costituzionalmente garantiti o riguardanti interessi generali meritevoli di specifica tutela, sia adeguata alla bisogna. Per tali delicate professioni (avvocati, medici, ingegneri, eccetera) lo Stato abilita all'esercizio esclusivamente i laureati che superano un apposito esame, di uniforme difficoltà su tutto il territorio nazionale. Nelle intenzioni dei Padri costituenti un obiettivo di tale esame era anche quello di esercitare un controllo sulla qualità della preparazione accademica delle singole università. Ma l'efficacia di questo controllo si è dimostrata nei fatti piuttosto limitata, probabilmente perché gli esami di Stato di abilitazione all'esercizio professionale sono in maggioranza condotti dagli stessi professori dell'università che ha rilasciato il diploma di laurea.

Il valore legale della laurea è invece rintracciabile, nel nostro ordinamento, in quelle leggi ordinarie che prescrivono il possesso del diploma di laurea come condizione necessaria per accedere a determinate possibilità. In particolare:

  • il diploma di laurea è richiesto per legge per l'iscrizione agli esami di Stato per l'abilitazione all'esercizio delle professioni "regolamentate"; si tratta delle professioni che, incidendo su diritti costituzionalmente garantiti o riguardando interessi generali, sono meritevoli di specifica tutela da parte dello Stato;
  • il diploma di laurea è richiesto per legge per l'iscrizione a determinati albi professionali;
  • specifici diplomi di laurea sono richiesti per legge per l'accesso a numerosi tipi di concorso per l'accesso alla Pubblica Amministrazione, in sostanza là dove si è ritenuto che il diploma di laurea fosse importante per garantire competenza e qualità nell'esercizio di professioni e di pubblici uffici, ad esempio, per l'accesso ai concorsi per l'entrata in Magistratura, per l'accesso ai concorsi per l'entrata nella carriera diplomatica, per l'accesso ai concorsi per il notariato, per l'accesso ai concorsi per la docenza nelle scuole di ogni ordine e grado.

Il principio del valore legale dei titoli universitari è espresso, indirettamente, nel Testo unico delle leggi sull'istruzione superiore (R.D. 31.8.1933, n. 1592, articolo 167) dove si stabilisce che le università e gli istituti superiori conferiscono, in nome della legge, le lauree e i diplomi determinati dall'ordinamento didattico.

Una esplicita conferma del principio del valore legale dei titoli universitari è presente nella riforma universitaria realizzata con il DM 509/1999 del MIUR, che ha introdotto i nuovi titoli accademici di "laurea triennale" e di "laurea specialistica". In questo decreto ministeriale si afferma all'articolo 4 che i titoli conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello, appartenenti alla stessa classe, hanno identico valore legale. Il medesimo principio è stato ribadito nella riforma universitaria realizzata mediante il DM 270 del 2004 ("Modifiche al regolamento recante norme concernenti l'autonomia didattica degli atenei, approvato con decreto del Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509"), dove all'articolo 4 si prescrive ancora una volta la parità di valore legale tra titoli universitari appartenenti alla stessa "classe". In una stessa "classe" sono raggruppati a cura del MIUR i corsi di studio dello stesso livello, comunque denominati dagli atenei, aventi gli stessi obiettivi formativi qualificanti e le stesse conseguenti attività formative. Le "classi" di laurea sono individuate dal MIUR (con il parere consultivo del CUN) in base al loro progetto formativo centrale tramite appositi decreti ministeriali. L'attività di controllo e garanzia esercitata dal MIUR (per conto dello Stato) nell'ambito della formazione universitaria con la verifica che i singoli corsi di studio delle varie università soddisfino i criteri prescritti per le diverse classi di laurea, giustifica e legittima la parità di valore legale tra titoli universitari della stessa "classe" di laurea emanati dalle diverse università.

Il DPR 328 del 2001 recante "Modifiche ed integrazioni della disciplina dei requisiti per l'ammissione all'esame di Stato e delle relative prove per l'esercizio di talune professioni, nonché della disciplina dei relativi ordinamenti" di fatto determina un ulteriore riconoscimento di valore legale alla laurea nel settore delle libere professioni, stabilendo uno stretto collegamento tra l'accesso alla libera professione e la laurea posseduta. Tale decreto, infatti, individuando le classi di laurea necessarie per l'accesso alle varie professioni, considera separatamente laurea triennale e laurea specialistica (ora magistrale). Ad esempio, nel caso della professione di ingegnere, il relativo albo è suddiviso in due sezioni, una riservata a coloro che hanno conseguito una laurea di durata complessiva pari a 5 anni, l'altra riservata a coloro che hanno conseguito una laurea triennale. Per quanto riguarda il settore del pubblico impiego, un tempo ancorato al sistema del valore legale della laurea nell'ambito della disciplina delle assunzioni e degli avanzamenti di carriera, oggi va registrata una significativa evoluzione. La materia ha subito, infatti, un progressivo processo di delegificazione, sia per la privatizzazione di vari settori che, nel passato, ricadevano nell'ambito del pubblico impiego, sia per il frequente rimando alla contrattazione sindacale per la determinazione degli avanzamenti di carriera di coloro che fanno parte dei pubblici uffici. In molti casi, il requisito del titolo di studio non è più così essenziale, soprattutto per gli avanzamenti di carriera, dove contano maggiormente altri criteri, quali l'esperienza precedentemente acquisita e l'aver ricoperto, di fatto o per incarico temporaneo, funzioni superiori. Come nel pubblico anche nel privato la laurea costituisce un titolo fondamentale per le neo-assunzioni. Ma nel privato la laurea non viene valutata tanto per il suo valore legale, quanto per il suo contenuto sostanziale: le imprese considerano diversamente il titolo e il voto di laurea a seconda dell'università che lo ha rilasciato. Ovviamente per assunzioni successive alla prima o alle prime contano più che la laurea soprattutto l'esperienza maturata e le competenze acquisite nel settore di interesse.

In conclusione si può affermare che in Italia, a differenza di altri Paesi, il titolo di studio non è un semplice titolo accademico, che attesta il felice superamento di un corso di studi, bensì un vero e proprio certificato pubblico, rilasciato "in nome della Legge" dall'autorità accademica nell'esercizio di una potestà pubblica. Il valore legale del titolo di studio rappresenta una certezza legale circa il possesso, da parte dei soggetti che ne siano provvisti, di una data preparazione culturale o professionale, risultante dalla conformità del corso di studi seguito agli standard fissati dall'ordinamento didattico nazionale. Tale certezza legale opera non solo nell'ordinamento didattico, consentendo il proseguimento degli studi, ma in tutto l'ordinamento giuridico nazionale, permettendo, ad esempio, la partecipazione a pubblici concorsi o l'esercizio di un corso di studi.

Per quanto riguarda invece la tutela del valore delle lauree italiane all'estero ci si avvale della legislazione esistente in materia, prodotta dall'Unione Europea, dal Consiglio d'Europa, dalle Nazioni Unite e dagli accordi bilaterali tra i singoli paesi. Tale legislazione è più efficace per quanto riguarda i paesi dell'Unione Europea e del Consiglio d'Europa, ma non da la certezza assoluta del pieno riconoscimento, essendo la materia ancora di prevalente competenza dei singoli stati. Un caso ben noto è quello delle lauree conferite, ancora fino a tempi recenti, secondo il così detto "vecchio ordinamento", che soprattutto nei paesi anglo-sassoni e del Nord Europa possono incorrere a riconoscimento parziale. Di questo problema si è occupato anche il Parlamento Europeo[6], la Commissione Europea[7] e il Parlamento Italiano (presso il quale giace da anni una interpellanza parlamentare)[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Diploma universitario - Quadro dei Titoli Italiani. URL consultato il 02-03-11.
  2. ^ Elenco Nominativo di Diploma universitario - Quadro dei Titoli Italiani. URL consultato il 02-03-11.
  3. ^ Quadro dei Titoli del precedente Ordinamento. URL consultato l'11-02-11.
  4. ^ Decreto 22 ottobre 2004, n.270, miur.it.
  5. ^ Rivista Universitas - La riduzione dei crediti formativi legati all’esperienza professionale nella “legge Gelmini
  6. ^ Petizione al Parlamento europeo su casi di mancato pieno riconoscimento di lauree italiane vecchio ordinamento ovvero AGENZIA AISE, On line il coordinamento per la difesa delle lauree all'estero
  7. ^ Vedi il sito del COGIVALE, ospitato sul sito di ADILATE
  8. ^ Vedasi Interpellanza Cassola, Interpellanza Micheloni, in cui si lamentano anche certe mancanze della rete NARIC/ENIC ed in particolare dell'ufficio italiano; cfr. anche Giuseppe di Claudio, "Tutelare le lauree italiane all'estero", Mare Nostrum, 2008

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Il paragrafo sul valore legale è adattato dal Documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sugli effetti connessi all'eventuale abolizione del valore legale del diploma di laurea, Senato della Repubblica, 7a Commissione permanente, Resoconto sommario n. 350, 1º febbraio 2012.

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