Chārvāka

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Chārvāka, spesso traslitterato come Charvaka o Carvaka e conosciuto anche come Lokayata. Più raramente viene usato anche il termine Nāstikā nel significato di “coloro che negano”. Infatti in sanscrito asti è colui che crede nelle divinità, nāsti quello che non ci crede. La dottrina cārvāka è considerata fortemente blasfema oltre che atea perché nega alcun valore a uno dei pilastri fondamentali della religiosità indiana, i libri sacri Veda, e con essi tutta la dottrina, i rituali e la mitologia ad essi legati. Cārvakā, lokāyatā e nāstikā sono considerati quindi in India gli atei materialisti. Il primo termine è però quello più noto e che in relazione ai suoi sviluppi nel tempo è il più significativo sotto il profilo filosofico. Scuola di pensiero molto antica e considerabile pre-induista essa è radicalmente materialista e ateista originaria dell'India.

Significato della parola Chārvāka[modifica | modifica wikitesto]

In sanscrito Chārvāka è generalmente inteso come l'unione delle parole chaari e vaak, che significano rispettivamente "dolce" e "parola". A volte anche altri significati vengono associati al termine, ma "dolce parola" è il più plausibile. La dottrina Chārvāka veniva anche chiamata Lokayata probabilmente in epoche pre vediche; Loyaka, composto di loka e ayata, significa verosimilmente "Il più diffuso tra la gente" o "prevalente nel mondo".

Perdita integrale delle opere[modifica | modifica wikitesto]

I dati disponibili suggeriscono che la filosofia Chārvāka sia nata in India e fondi le proprie radici nelle Brhaspati Sutra attorno al 600 a.C.; tuttavia nessun testo originale della scuola si è preservato fino ad oggi. Tutti gli scritti sono noti solo tramite frammenti citati dai suoi oppositori indù e buddisti. Le tracce più recenti della filosofia Chārvāka risalgono al quindicesimo secolo.

In contrapposizione alla nozione che i seguaci della dottrina Chārvāka si opponessero a quanto c'è di buono nella tradizione vedica Dale Riepe obbiettò: «Si può dedurre dal materiale rimasto che i Chārvāka tenessero la verità, l'integrità la coerenza e la libertà di pensiero nella più alta considerazione».

Madhavacharya e la dottrina Chārvāka[modifica | modifica wikitesto]

Madhavacharya, il filosofo vedico del quindicesimo secolo, originario dell'India meridionale, inizia il suo famoso lavoro, il Sarva-darsana-sangraha, con un capitolo dedicato alla dottrina Chārvāka con l'intenzione di confutarla. Dopo aver invocato le divinità indù Śiva e Visnù (per i quali furono creati il modo e tutto il resto) il filosofo chiede:

« ma come possiamo attribuire agli dei il dono della suprema felicità, quando questa nozione è stata assolutamente negata da Chārvāka, il fiore all'occhiello della scuola ateistica, il seguace della dottrina di Brihaspati?
Gli intenti di Chārvāka sono in effetti difficili da sradicare, perché la maggior parte degli essere viventi si attiene al solito ritornello:
Finché la vita è tua vivila con gioia
Nessuno può sfuggire all'occhio indagatore della morte
Una volta che il nostro guscio sia stato bruciato
Come potrà più ritornare? »
(Madhavacharya)

Brihaspati e Lokayata[modifica | modifica wikitesto]

Si crede che il saggio indù Brihaspati, l'istitutore degli dei vedici, abbia istituito e creduto nella dottrina Lokayata; tuttavia questo solleva un gran numero di contraddizioni con le scritture Indù. Verosimilmente esisterono due filosofi di nome Brihaspati. Alcuni testi antichi, come il Brhati (una critica al Saabarbhaashya) o il Sarvadarsanasangraha menzionano Brihaspati come fondatore e maestro della dottrina Chārvāka.

I versi più noti, attribuiti a Brihaspati, enunciano un principio che verrà, ironicamente, usato dai suoi oppositori per confutarlo:

(HI)

« Yavajjivet sukham jivet
Rinam kritvaa ghritam pibet
Bhasmibhutasya dehasya
Punaraagamanam kutah »

(IT)

« Finché la tua vita è felice
chiedi credito e bevi del ghee
Dopo che il corpo si è ridotto in cenere
da dove dovrebbe ritornare? »

(Brihaspati)

Il ghee, cioè burro di bufala fuso, è spesso usato, nel contesto della dottrina Ayurveda (medicina tradizionale indiana), nella frase «il ghee è vita» (aayurghritam). La frase è la settima di una serie di undici versi nel trattato Sarvadarsana Sangraha.

Anche se non ci sono certezze su chi sia il vero autore di questi versi attribuiti a Brihaspati non ci sono dubbi sul fatto che riflettano la dottrina Chārvāka. In particolare criticano i benefici economici ottenuti dai bramini per mezzo delle funzioni religiose. Il 'ghee' occupa un posto di rilievo: veniva considerato come prototipo del buon cibo e un'offerta prediletta per le cerimonie Indù.

I seguaci della dottrina Chārvāka ritenevano che la vita serena e soddisfacente, simboleggiata dal ghee, fosse la via per la propria realizzazione. Gli oppositori della scuola consideravano l'aderenza ai principi dell'artha e del kama trascurando però il dharma (e il moksha) come una sorta di estremo edonismo egocentrico.

Nell'epica dell'Induismo Mahābhārata, un Chārvāka amico di Duryodhana, fu bruciato vivo. Egli era uno dei pochi discendenti dei già antichi Chārvāka secondo Krishna, l'avatar del dio della preservazione Visnù.

Argomenti correlati[modifica | modifica wikitesto]

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