Autoarchiviazione

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

L'autoarchiviazione (self-archiving) è la pratica di rendere liberamente disponibile su Internet, o più in particolare sul World Wide Web, il proprio contributo di ricerca per garantirgli accesso aperto[1]. Il contributo di ricerca può essere di diverse forme, tra le quali gli e-print—versioni digitali di un documento di ricerca[2], siano essi preprint, postprint o la stessa pubblicazione scientifica—fogli di lavoro, poster scientifici, presentazioni e così via.

L'autoarchiviazione è un processo che consiste nell'immissione guidata dei metadati che individuano il proprio contributo e del relativo file (solitamente, un PDF), nell'archivio digitale scelto. Gli archivi digitali sono solitamente il proprio sito Web personale, un deposito istituzionale o un deposito disciplinare.

La pratica di autoarchiviazione viene garantita dai diritti concessi dalla casa editrice che gestisce la pubblicazione finale, e regolata dal Copyright transfer agreement che gli autori firmano quando pubblicano.

Origini[modifica | modifica sorgente]

Il termine self-archiving (autoarchiviazione) è stato proposto esplicitamente come pratica universitaria da Stevan Harnad nel 1994 "Subversive Proposal" e poi formalmente pubblicato nel 1995[3]).

Ricercatori in informatica hanno praticato l'autoarchiviazione su server FTP dagli anni '80 (vedi CiteSeer), mentre dagli anni '90 si hanno tracce di autoarchiviazioni su archivi digitali come arXiv. Da luglio 2013, circa il 70% delle 1274 case editrici registrate nell'indice SHERPA RoMEO permette l'autoarchiviazione.[4]

Cosa viene autoarchiviato[modifica | modifica sorgente]

Una pubblicazione scientifica assume varie forme elettroniche, chiamate con il nome generale di eprint [5], a seconda dello stadio editoriale che assumono a seconda della revisione paritaria.

  • pre-prints, ossia la versione dell’articolo come viene sottoposto alla revisione paritaria (peer review)[6]
  • post-prints, ossia la versione dell'articolo con le correzioni dei revisori[6]
  • la versione finale della pubblicazione, come viene prodotta dalla casa editrice

Diritto di autoarchiviazione[modifica | modifica sorgente]

L'autoarchiviazione è un diritto che gli autori (i ricercatori) posseggono naturalmente finché detengono il copyright sull'opera. Come spiegato nel Funzionamento della revisione paritaria, un articolo viene sottomesso a una rivista scientifica o a un congresso scientifico. Se dopo le varie fasi di revisione paritaria l'articolo viene accettato senza ulteriori riserve, l'editore assegnato raccomanda la pubblicazione e la casa editrice procede a rendere l'articolo una pubblicazione scientifica. Durante tutte queste fasi, ma solitamente dopo l'accettazione senza ulteriori riserve, la casa editrice editrice incaricata per la pubblicazione chiede usualmente il trasferimento di copyright da parte degli auturi.

Dal momento in cui copyright viene ceduto alla casa editrice, l'autoarchiviazione viene solitamente concessa in licenza agli autori.

Esistono eccezioni. Alcune case editrici chiedono agli autori di rimuovere le preprint o le postprint di un articolo, nel momento in cui viene accettato per la pubblicazione. Altre case editrici o meglio, molte riviste scientifiche, considerano l'autoarchiviazione di una preprint o di una postprint come un atto di precedente pubblicazione e possono rifiutare di considerare l'articolo in revisione paritaria.

Le case editrici di tipo Open Access, d'altra parte, non richiedono solitamente un trasferimento del copyright, rendendo di fatto l'autoarchiviazione un diritto continuo e perpetuo per gli autori.

Se l'unico vero modo per conoscere i diritti di autoarchiviazione è quello di comprendere un copyright transfer agreement, non sempre chiari e facili da capire, esistono degli strumenti che aiutano i ricercatori a scoprire se la casa editrice o la rivista accademica concedono questi diritti e in quale stadio della pubblicazione.

Lo strumento più conosciuto e utilizzato è SHERPA/Romeo[7], un motore di ricerca dei diritti concessi dalle case editrici e dalle riviste scientifiche. SHERPA/RoMEO cataloga le entrate con i giallo, blu, verde e bianco. Il colore giallo denota il diritto di archiviare preprints. Il colore blu denota il diritto di archiviare postprints (non include necessariamente il diritto di archiviare preprints). Il colore verde denota il diritto di archiviare preprint e postprints e a volte la versione elettronica della pubblicazione finale, prodotta dalla casa editrice. Il colore bianco viene assegnato alle case editrici e alle riviste che non supportano formalmente l'autoarchiviazione. Il colore assegnato da SHERPA/RoMEO è solo una prima catalogazione, perché molte condizioni possono essere richieste dalle case editrici. Per esempio, la Association for Computing Machinery (ACM) viene considerata una casa editrice verde, ma richiede di includere uno specifico avviso di copyright nella preprint[8].

Esiste poi lo strumento rchiveit[9], una rivisitazione moderna e Open Source di SHERPA/RoMEO fruibile da dispositivi mobile e dotato di un sistema di caching che velocizza il recupero dei dati. Lo strumento tenta di semplificare ulteriormente le informazioni fornite da SHERPA/RoMEO, abbandonando la catalogazione per colori e adottando un sistema di icone grafiche. Inoltre, mostra le condizioni di autoarchiviazione scimmiottando le pagine riassuntive delle Creative Commons.

Modalità di autoarchiviazione[modifica | modifica sorgente]

L'autoarchiviazione avviene principalmente su tre fronti di archiviazione digitale.

Archiviare sul sito personale è veloce e pratico ma presenta delle problematiche, tra le quali la visibilità dell'articolo e la volatilità dei link Web[10]. Per questo motivo è consigliabile autoarchiviare su depositi creati per questo scopo.

Archivi aperti[modifica | modifica sorgente]

Un archivio aperto, o deposito digitale, è un'infrastruttura virtuale che consente il deposito di eprints (preprints, postprints e versioni finali delle pubblicazioni). I depositi istituzionali sono installati e mantenuti da università e istituti di ricerca. Solitamente il loro utilizzo è consentito solo agli adetti ai lavori, assunti dagli stessi enti di ricerca. I depositi istituzionali solitamente si basano su software open source: fra i più utilizzati, vi sono EPrints[11], DSpace[12], FEDORA[13]. I depositi disciplinari, o archivi aperti, non sono legati a un singolo organo di ricerca ma limitano la sottomissione di eprints rispetto alle discipline alle quali appartengono. Per esempio, tra i più conosciuti depositi disciplinari vi sono arXiv (per ricerca in fisica, matematica, inforamtica, biologia quantitativa, finanza quantitativa e statistica), RePEc[14] (economia), SSRN[15] (scienze sociali), PeerJ Preprints[16] (life sciences). Recentemente, sono nati archivi digitali non legati ad alcuna disciplina in particolare, che spesso hanno caratteristiche peculiari. Per esempio, figshare[17] e zenodo[18] ammettono ogni tipo di disciplina ma anche vari tipi di artefatti di ricerca, come tabelle, immagini, e basi di dati.

Elenchi di archivi aperti[modifica | modifica sorgente]

Per trovare l’archivio aperto più consono al proprio ambito di ricerca, esistono alcuni elenchi:

  • OpenDOAR – Directory of Open Access Repositories, Univ. of Nottingham, Univ. of Lund
  • ROAR – Registry of Open Access Repositories, EPrints

Interoperabilità[modifica | modifica sorgente]

Gli archivi sono fra di loro interoperabili, purché compatibili con standard come OAI-PMH (Open Archive Initiative – Protocol for Metadata Harvesting). Il contenuto degli archivi diviene interrogabile dai comuni motori di ricerca grazie ai metadati associati a ogni singolo file. I metadati sono le informazioni che permettono l’identificazione di un contributo (autore, titolo, data di pubblicazione, fonte…) e ne costituiscono le principali chiavi di ricerca.

Ricerca negli archivi aperti[modifica | modifica sorgente]

Il materiale contenuto negli Archivi Aperti viene normalmente ricercato e ritrovato anche dai comuni motori di ricerca e da Google Scholar.

Esistono alcuni motori dedicati, che offrono risultati più mirati:

Contributi sull’autoarchiviazione e gli archivi aperti[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ S. Harnad, The Self-Archiving Initiative in Nature, vol. 410, nº 6832, 2001, pp. 1024–1025, DOI:10.1038/35074210.
  2. ^ Swan Alma, Carr , Leslie, Institutions, their repositories and the Web in Serials Review, vol. 34, nº 1, 2008, p. 31-35, DOI:10.1016/j.serrev.2007.12.006.
  3. ^ Okerson, A. S. & O'Donnell, J. J. eds. (1995). Scholarly Journals at the Crossroads: A Subversive Proposal for Electronic Publishing. Association of Research Libraries. Retrieved from http://www.arl.org/sc/subversive/
  4. ^ Statistics for the 1274 publishers in the RoMEO database in SHERPA/RoMEO. URL consultato il 9 luglio 2013.
  5. ^ Alma Swan, Needham, Paul; Probets, Steve; Muir, Adrienne; Oppenheim, Charles; O'Brien, Ann; Hardy, Rachel; Rowland, Fytton; Brown, Sheridan, Developing a model for e-prints and open access journal content in UK further and higher education in Learned Publishing, vol. 18, nº 1, 2005, p. 25-40, DOI:10.1087/0953151052801479.
  6. ^ a b Eprints: Electronic Preprints and Postprints in Harnad, S.. URL consultato il 21 ottobre 2013.
  7. ^ SHERPA/RoMEO
  8. ^ SHERPA/RoMEO - Search - Publisher copyright policies & self-archiving
  9. ^ http://rchiveit
  10. ^ Wallace Koehler, Web page change and persistence - A four-year longitudinal study in Journal of the American Society for Information Science and Technology, vol. 53, nº 2, 2002, p. 162-171, DOI:10.1002/asi.10018.
  11. ^ EPrints - Digital Repository Software
  12. ^ www.dspace.org - www.dspace.org
  13. ^ Home — Fedora Repository
  14. ^ RePEc: Research Papers in Economics
  15. ^ Social Science Research Network (SSRN) Home Page
  16. ^ PeerJ PrePrints
  17. ^ figshare - credit for all your research
  18. ^ ZENODO