Utente:Caria Antonio Angelo/Racconti

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Battaglia di mezzo giugno[modifica | modifica wikitesto]

21 giugno 1942. Taranto (mar grande). A bordo della Corazzata Littorio, Benito Mussolini passa in rassegna le rappresentanze degli equipaggi delle navi che hanno partecipato all'azione del Mediterraneo orientale il 13-14-15 giugno 1942. Lo accompagnavano il segretario del partito fascista, Vidussoni, l'Ammiragio Riccardi, Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, e l'Ammiraglio Iachino, Comandante in Capo della Squadra Navale.

Stereotelemetrista di turno (04-08), all'alba del 15 giugno 1942 siamo stati sorvolati da una squadriglia di aerosiluranti inglesi. Io che avevo frequentato diversi tirocinii per il riconoscimento degli aerei e navi nostri, tedeschi, inglesi, americani e giapponesi, vedendo il contrassegno inglese di tali aerei (il mio posto di turno era la plancia e l'ala di plancia) ho urlato: "AEREI INGLESI..." Non mi sono spiegato perchè il Comandante ed il Direttore di Tiro, presenti in plancia, non abbiano dato l'ordine di aprire subito il fuoco. Il fuoco rabbioso lo ha aperto il Garibaldi dopo aver avuto la visuale di tiro libera dal nostro ingombro sulla sua sinistra. Gli aerei inglesi hanno fatto un giro largo per presentarsi dopo sul lato destro della nostra formazione Garibaldi - Duca d'Aosta - Gorizia e Trento con a lato la squadriglia di Cacciatorpediniere.

Io, istintivamente, col telemetro portatile, mi sono portato sull'ala di plancia destra per vedere cosa sarebbe successo. Ho ancora impresso nella mente il planare dell'aerosiliurante inglese e lo sgancio del siluro diretto al Trento, rimanendo col fiato sospeso aspettando la virata estrema per evitarlo, virata che non c'é stata, cosi ho visto lo scoppio sulla fiancata destra del Trento, all'altezza dell'albero poppiero-torre 3, il fumo ed il vapore che ne è seguito. Ho urlato: "E' stato silurato il Gorizia" per cui il Comandante mi raggiunse e, dopo aver osservato col binocolo la scena, mi dette da tergo uno scappellotto cordiale dicendomi: "Caria, lo vedete il Gorizia che è a poppavia del Duca d'Aosta?" Io, smarrito, mi son corretto dicendo al Comandante: "Allora è il Trento, é laggiù, fermo, che fuma", indicandoglielo col dito. Persuaso, ha esclamato: "Quel testa di cavolo, alla prima missione col Trento si é fatto fregare..."

Abbiamo proseguito verso est inseguendo gli inglesi. Verso le 11, il Garibaldi ha alzato bandiera di combattimento seguito da tutta la formazione di avanscoperta. Si sono fatte avanti Littorio e Vittorio Veneto (si vedeva il fumo all'orizzonte), ma gli inglesi, durante la notte, avevano invertito la rotta verso Alessandria d'Egitto, perciò non è stato possibile agguantarli ed ingaggiare il tanto atteso e sospirato combattimento da parte di tutti i marinai della Squadra Navale.

Apro una parentesi riguardo al lancio del siluro. Dopo aver urlato "AEREI INGLESI" (rimanendo stupito perchè il Comandante e il Direttore di Tiro prsesenti in plancia non hanno dato l'ordine di aprire il fuoco contro tali aerei), dissi che sono passato nell'ala di plancia destra. Lì ho trovato l'Ufficiale di rotta appoggiato alla paratìa tra la colonnina del tiro notturno e il Panerai. Quando le vedette hanno dato l'allarme di aereo diretto verso il Trento, ho sollevato lo stereotelemetro portattile per vedere l'avvicinamento di tale aereo. L'Ufficiale di rotta, vedendomi in osservazione, mi chiese di misurare la distanza nel preciso istante del lancio del siluro contro il Trento,dicendogli ALT (la parola STOP, allora, era vietata) e subito dopo la distanza del Trento col solito ALT. In quei due precisi istanti, lui ha preso i due rilevamenti col Panerai. Ha assistito a tutta la scena, compreso al cordiale scappellotto datomi da tergo dal Comandante (abbozzando un sorriso), e poi si è ritirato in Sala Nautica, ove con riga parallela, matita e compasso sul goniometro della carta nautica, ha stabilito la distanza di lancio del siluro. Subito dopo è venuto nuovamente nell'ala di plancia per riferire al Comandante che la distanza di lancio era avvenuta sugli 800 metri circa. Il Comandante, allora, gli chiese il perchè di quel circa, e lui rispose perchè fra le due misurazioni, seppure avvenute a pochi secondi una dall'altra, il Trento si era mosso. Ho letto le diverse segnalazioni fatte all'Ufficio Storico della nostra Marina Militare, e cioè persone che avevano segnalato che il lancio del siluro contro il Trento era avvenuto dalla distanza di 200 metri, altre di aver visto che gli aerosiluranti inglesi avevano due siluri, ecc. Per me, le une e le altre avevano le traveggole.Aerosiluranti con due siluri non sono MAI esistiti! Se il lancio del siluro contro il Trento fosse avvenuto dalla distanza di 200 mt., con la velocità dell'aerosilurante sui 5-600 Km. orari,il siluro stesso, con la spinta di tale velocità, si sarebbe "inabissato" a meno 100 mt. dal bersaglio, formando una curva di immersione-emersione profonda non meno di 20 mt., cosi tale siluiro sarebbe passsato sotto la chiglia del Trento senza colpirlo. L'Ufficio Storico della nostra Marina Militare ha raccolto TUTTE le informazioni col beneficio d'inventario.

DIVAGAZIONE A MARGINE. La sera del 14 giugno ero di turno, ore 20-24. Verso le 22-23 é venuto in plancia un radiotelegrafista con una busta in mano che l'ha consegnata all'Ufficiale di rotta-responsabile delle telecomunicazioni. Era un cifrato proveniente dal Comando Squadra. Dopo averlo decifrato,l'ha consegnato al Comandante che lo ha letto a voce agli altri presenti in sala nautica: - domani alle 11, saremo a contatto col nemico. Casualmente, io ero appoggiato, nell'ala di plancia sinistra, vicino all'oblò della sala nautica e ho sentito tutto. Ho chiesto il permesso al mio Capo reparto che in quel momento comandava la nave (eravamo sempre insieme di turno) per andare in Centrale di tiro per prendere il caffè o il cognac. Di ritorno, salendo in plancia, un collega mitragliere mi ha chiesto cosa si diceva nelle alte sfere. Risposi: - non dirlo a nessuno, domani alle 11 saremo a contatto col nemico. Segreto di Pulcinella. Lo ha detto a tutti, perciò si sono "assemblati" nel cannone di centro tutti gli addetti del complesso di prora, di poppa, tutti i mitraglieri e siluristi per cantare a squarciagola la canzone fascista VINCERE, VINCERE E VINCEREMO IN CIELO, IN TERRA E MAR... Il Comandandante deve aver sentito il clamore perciò ha chiesto cosa stava succedendo. Gli ha risposto l'Ufficiale di rotta che i cannonieri, mitraglieri, siluristi e altri dell'equipaggio stavano cantando la canzone fascista accennata. Non c'é stato molto per individuare chi aveva dato loro quella notizia, il sottoscritto. Doveva essere punito per quella "spiata", mentre glie n'é venuta una gratificazione perchè ha dato modo al Comandante di "tastare" il polso dei suoi uomini circa il loro spirito combattivo, traendone compiacimento. Lo stesso clamore é stato percepito dal Garibaldi, sulla nostra destra e sottovento rispetto a noi, per cui ci ha chiesto cosa stesse succedendo attraverso la radio a onde-ultra corte, in fonia e quindi in chiaro. Con lo stesso mezzo é stata data una risposta che non ho afferrato, ma senz'altro sarà stata ovvia e pertinente.

Continua DIVAGAZIONE A MARGINE. Era di vedetta nella coffa il Cannoniere Puntatore Scelto Giannocaro, mio collega di corso. Aveva dato l'allarme di aerei che bombardavano le Corazzate Littorio e Vittorio Veneto. Ha cominciato ad enumerare tali aerei: 1,2,3....20,21,22....40.41.42..... 80.81.82..... 120.121.122..... 180.181.182....,ecc. Quando aveva raggiunto tali cifre, io stavo scendendo dalla controplancia, passando dall'ala di plancia destra (il mio collega di turno era dalla parte opposta). In quel mentre, ho sentito dire al Comandante:- OGGI CI AFFONDANO TUTTI..... Vedendomi, mi ha chiamato per dirmi: - Caria, vi prego, date voi uno sguardo! Mi sono portato sull'Astramar (un grosso binocolo a tre ingrandimenti intercambiabili - posizionati fissi in entrambe le ali di plancia), scelgo il massimo ingrandimento, guardo e vedo che di aerei che bombardavano le Corazzate erano, si e no, una decina-non di più. Gli aerei in sovrappiù che contava Giannocaro altri non erano che i coppiòli dei proiettili sparati dalla contraerea delle Corazzate. I coppiòli (forse da coppiòla-detti cosi in Marina nell'artiglieria navale) erano i proiettili che appena scoppiavano determinavano una nuvoletta densa nera che poi piano-piano si dissolveva. Infatti, sopra le Corazzate c'era una nuvola nera derivata, appunto, dallo scoppio dei coppiòli. Ho riferito tutto al Comandante che ha attivato l'Ufficiale medico. Costui ha fatto scendere Giannocaro dalla coffa, lo ha fatto sdraiare in controplancia e lo ha visitato, constatando che lo stesso si trovava in uno stato di paura estrema, perciò lo ha curato.

Ammutinamento[modifica | modifica wikitesto]

Navarino (Grecia). A ridosso dell'isola Sfacteria, a poppavia del Duca d'Aosta, si vede l' Incrociatore Duca degli Abruzzi con al suo fianco sinistro il Cacciatorpediniere Corazziere - estate 1942

Dopo che i nostri incursori della X^ MAS hanno messo KO il grosso della flotta inglese del Mediterraneo, violando le munitissime basi di Malta, Gibilterra, Suda e Alessandria d'Egitto e dopo la decisiva battaglia navale di Pantelleria ad opera della VII^ Divisione Navale e della contemporanea azione del Mediterraneo orientale del 13-14-15 giugno '42 ad opera della nostra Squadra Navale, alla Regia Marina si é aperta una certa facilità nelle operazioni navali nel Mediterraneo per rifornire le truppe italo-tedesche impegnate nell' offensiva in Africa settentrionale al comando del Generale Rommel. Travolti Tobruk, Sidi el Barrani e Marsa Matruk le stesse truppe sono arrivate fin ad El Alamein. Tale avanzata ha comportato l'allungamento delle vie di rifornimento per quelle truppe, per cui Supermarina ha dovuto dislocare l' VIII^ Divisione Navale (gli Incrociatori Garibaldi e Duca d'Aosta con i Cacciatorpediniere Corazziere, Bersagliere, Alpino e Mitragliere) nella baia di Navarino (Grecia), ben a ridosso dell'isola Sfacteria. Più tardi é stato aggiunto l'incrociatiore Duca degli Abruzzi Quando passavano i convogli diretti a Bengasi o Tobruk, da Navarino uscivano sempre il Bersagliere, l' Alpino e il Mitragliere per rinforzare la scorta. Noi Corazziere siamo usciti una sola volta, con l'Alpino, per scortare la motonave Monviso per Bengasi. E proprio di fronte a Bengasi il Monviso ci é stato silurato. Noi, con l'ecogoniometro (sonar) installato da poco, abbiamo incocciato quasi subito il sommergibile lanciandogli parecchie bombe di profondità. La caccia poteva essere continuata, ma Supermarina ci ha ordinato di rientrare subito a Navarino, lasciando l'incombenza della caccia al sommergibile alla Torpediniera Pegaso, uscita da Bengasi, che lo ha affondato Non vi è stato mai il bisogno dell'intervento degli incrociatori, dal momento che si navigava "nuovamente" nel mare nostrum. Dopo tanto siamo stati scoperti dalla ricognizione nemica, perciò sono cominciati i bombardamenti dei B24 Liberator americani. Venivamo investiti di traverso rispetto all'isola Sfacteria, sicchè le bombe cadevano sull'ìsola o a mare- procurandoci notevoli quantità di pesce. Dall'Italia, quindicinalmente, venivano le navi della Genepesca cariche di viveri per tutta la Divisione Navale, e ci portavano anche la posta. Si affiancavano prima al Garibaldi, per scaricarvi la sua quota di viveri, indi al Duca d'Aosta e, infine, al Duca degli Abruzzi; per questa operazione noi Corazziere dovevamo lasciare libero il suo fianco sinistro, con posto di manovra, per portarci sul fianco sinistro del Duca d'Aosta. In una di queste operazioni, tutto l'equipaggio era a posto di manovra, sono arrivati i B24 Liberator americani per bombardarci. Al Comandante in 2^ é venuta la sciagurata idea di battere posto di combattimento (del tutto inutile perchè non avevamo cannoni antiaerei e le nostre mitragliere arrivavano a sparare a circa 4.000 mt.- mentre tali aerei volavano sui 6-7.000 mt. di quota. Non sparavano nemmeno i cannoni antiaerei da 100/47 degli Incrociatori perchè la loro elevazione massima era di 60-70° ), perciò la nostra nave, abbandonato il posto di manovra per il posto di combattimento, é rimasta in balìa della corrente che l'ha sbattuta contro gli sbarramenti. Ci siamo presi una gragnola di bombe tanto vicine le cui colonne d'acqua, alte 20-30 mt., ci hanno lavato da capo a piedi e ci hanno fatto anche il lavaggio della tolda. Per fortuna non siamo stati colpiti. Cessato l'allarme, altro posto di manovra per portarci sul fianco sinistro del Duca d'Aosta. Dopo cena, ordine di indossare tutti la divisa ordinaria e assemblea generale sopra castello (prora). Il Comandante ha chiesto all'Ufficiale d'Ispezione-capo del Duca d'Aosta di chiudere tutti gli oblò del loro lato sinistro, chiudere tutti i boccaporti che portavano sopra il loro castello e lo sgombero generale del castello stesso. Questo perchè i marinai del Duca d'Aosta non dovevano sentire nè vedere i panni sporchi che di lì a poco sarebbero stati lavati in famiglia da noi. Ottenuto ciò, il Comandante ha cominciato la sua filippica con le seguenti, testuali parole: - oggi, ho assistito ad una cosa ignominiosa, il mio equipaggio che si é ammutinato di fronte al nemico-passibile della decimazione generale. Il Comandante in 2^, sentendosi in colpa, gli si é inginocchiato davanti, piangente, dichiarandosi il solo colpevole dell'accaduto, l'equipaggio, secondo lui, non c'entrava. Tuttavia, il Comandante non la pensava cosi, dal momento che il Regolamento di Disciplina recitava che GLI ORDINI SBAGLIATI NON DOVEVANO ESSERE ESEGUITI, perciò, furente, é partito col motoscafo diretto sul Garibaldi dal Comandante della Divisione Navale, Ammiraglio De Courten, per chiedere la decimazione generale del suo equipaggio. L'Ammiraglio ha mandato il suo motoscafo per chiamare a rapporto il nostro Comandante in 2^, il Direttore di tiro e l'Ufficiale di rotta. Noi, intanto, siamo rimasti impalati in fila fin oltre la mezzanotte, paventando la conta: ogni dieci persone, l'undicesima doveva essere fucilata - questa era la decimazione generale. Sul Garibaldi c'é stata una riunione burrascosa di fronte alla richiesta del nostro Comandante, richiesta smorzata dall'Ammiraglio con la decisiva osservazione che l'equipaggio ha risposto, si, a un ordine sbagliato senza sapere chi aveva dato quell'ordine, ordine che poteva essere stato dato anche dal Comandante stesso, perciò non passibile di alcun provvedimento disciplinare e tanto meno della decimazione generale. Quando i nostri Ufficiali sono rientrati a bordo, é stato dato l'ordine di rompere le righe e di andare tutti a dormire. La grande paura, l'angoscia e il terrore accumulati in quelle ore si sono dissolti d'incanto.... Dopo quel fattaccio, il Comandante si é chiuso in se stesso, non é venuto più fra noi come prima, in navigazione ci parlava a monosillabi, sembrava una belva ferita. Oggi, debbo rendere omaggio a quel nostro Comandante, l'allora Capitano di Fregata Antonio Monaco duca di Longano, ravvedutosi, per le nobili parole che ci ha rivolto prendendo commiato da noi quando é sbarcato, a Genova-aprile 1943 - parole che riferirò in un'altra pagina.

DIVAGAZIONE A MARGINE - A Navarino, tutta l'estate del '42, per noi é stata una pacchia (al pari dei marinai degli Incrociatori): normali posto di lavaggio, normali esercitazioni e bagni di mare, con tuffi a non finire, da bordo stesso. Noi Corazziere andavamo spesso alla spiaggia (deserta-in quei tempi) a poppavia da noi-trasportativi dalla nostra motolancia. Sono state fatte 4-5 prove di sbarco da parte di due battaglioni costituiti dai marinai della Divisione (io ero in uno di questi), in previsione dell'invasione di Malta che poi non c'é stata per motivi strategici e militari. Le nostre franchigie le facevamo nell'unico centro abitato della baia, il grazioso paese di Pilos, ove era dislocato un Reggimento di Fanteria. Lì c'era l'unico bar ove si gustava il caffè alla turca e si beveva il vino resinato che ci procurava solenni sbornie. Ho visto anche la chiesa ortodossa con le icone, e anche il pope. Da buoni italiani, vendevamo ai greci il chinino che ci veniva distribuito perchè in zona malarica. Nello spaccio dell'Esercito, invece, si trovava quasi di tutto. La Regia Marina, poi, si é fatta parte diligente nel procurarci una casa chiusa ove potevano inzupparvi il "biscotto" anche i soldati, di mattina; il pomeriggio, invece, era tutta per noi marinai. Noi Corazziere siamo stati i primi a rimpatriare, chissà perchè, il 30 ottobre 1942.- Il perchè lo abbiamo saputo appena arrivati a Taranto: caricare munizioni anticarro da portare urgentemente a Tobruk che stava per cadere in mano nemica, come dirò nella pagina seguente.

Missione di guerra sul Corazziere (1-2 novembre 1942)[modifica | modifica wikitesto]

OMAGGIO alla memoria di Delio INDEO di SAN GAVINO MONREALE

Nella missione del 1-2 novembre 1942, c'era anche il Da Recco e Bersagliere, per il trasporto veloce di munizioni anti-carro per Tobruk, che stava per essere investita dall'avanzata dell'8^ Armata del Generale Montgomery. In linea di fila abbiamo attraversato il Canale di Corinto. Siamo passati davanti ad Atene, scivolando in giù davanti alle isole di Poros, Ydra e più giù ancora tra quelle di Cerigo e Cerigotto. Doppiata Creta, si é scatenato l'inferno. E dire che Supermarina, per farcela fare franca, aveva escogitato il percorso interno della Grecia.... E' stato un segreto di Pulcinella, poichè, doppiata Creta (come già detto) si sono accesi su di noi una quarantina di bengala, se non di più, sicuramente lanciati da ricognitore nemico. Il mare era calmo come l’olio e c’era il plenilunio. Dopo circa un’ora dal lancio dei bengala, siamo stati attaccati da bombardieri nemici che hanno sfruttato, per individuarci, le nostre scie fosforescenti e, nell’osservazione contro-luna, hanno potuto vedere le nostre sagome stagliate nel mare d’argento. Premetto che io, dopo cena, sono stato colto da terribili dolori addominali che, contorcendomi, per trovare sollievo (col salvagente addosso) mi distendevo prono sui sacchetti di sabbia collocati in controplancia. Nell’attacco aereo accennato, il Cannoniere Ordinario – trattenuto di leva – Delio INDEO di San Gavino Monreale, che era di vedetta, ha urlato “rumore di aerei sulla destra”. Io, seppure dolorante, sono scattato in piedi come una molla, guardo a destra e vedo l’aereo. Corro alla mitragliera alta singola, da 20/65 - snodata in brandeggio ed elevazione - afferro da tergo il mitragliere dicendogli “lascia fare a me” e, impugnando le mezze lune con i grilletti multipli sincronizzati, sparo in direzione dell’aereo i cui proiettili traccianti rossastri, verdastri, biancastri, ecc, sono serviti a indicare alle mitragliere binate del lato destro di sparare pure loro. Fortunatamente, in quell’attacco aereo nessuno di noi è stato colpito. L’handicap delle scie fosforescenti e del mare d’argento è stato eliminato con i fumogeni, con rotte intersecanti e a rientrare cosi da oscurarci vicendevolmente. Sono seguiti numerosi attacchi per i quali c’è stato sempre il solito urlo di INDEO “rumore di aerei a destra o sinistra” e il mio correre alle mitragliere del lato indicato per sparare, dando indicazione alle altre mitragliere di sparare anche loro. In uno di questi attacchi, il mio tiro e soprattutto per il fuoco corale di tutte le mitragliere, ho visto la gragnola di proiettili traccianti scoppiare nella carlinga dell’aereo attaccante che ha cominciato a fiammeggiare allontanandosi; oltre l’orizzonte si è vista una vampata il che ci ha fatto pensare che sia esploso.

Noi, colpiti da una bomba a frammentazione laterale e obliqua all'ingiù, scoppiata a circa un metro di altezza nel plateau del complesso di poppa, abbiamo avuto 6 feriti tra gli addetti uno dei quali ha avuto tranciate le cosce. Più tardi, un idrovolante Cant Zeta 506 della Croce Rossa, ammarando nella rada di Tobruk, lo ha preso a bordo e trasportato nell'Ospedale di Chirurgia di Guerra di Massa Carrara.

Quando c’è stato lo schianto della bomba scoppiata nel plateau del complesso di poppa, l’Ufficiale alle vedette in controplancia mi sollecitava ad alzarmi, toccando delicatamente col piede il mio salvagente dicendomi che la situazione stava precipitando. Il Comandante ha sentito senz’altro che in controplancia c’erano problemi, per cui, attraverso il portavoce, lo ha chiesto all’Ufficiale, che gli ha risposto che c’ero io con intensi dolori addominali e che facevo fatica ad intervenire durante gli attacchi aerei. Il Comandante (tutto l'equipaggio era al posto di combattimento) lo ha pregato di andare subito dal Tenente Medico, che accudiva i feriti, per dirgli di venire subito da lui in plancia, ma quello non è venuto. Allora, il Comandante ha pregato il Comandante in 2^ di andarci lui, per ordinare al medico di venire subito in plancia. Quando è arrivato, il Comandante lo ha apostrofato dicendogli: "Non vi ho chiamato per capriccio, ma per il bene e l‘interesse supremo di TUTTI!" Quello ha risposto che lui stava facendo il suo dovere di medico, curando e assistendo sei feriti, uno grave e uno gravissimo. A quel punto, il Comandante è “esploso”: "Mi dispiace per i miei sei uomini feriti, ma io ho altri 254 uomini che mi sono stati affidati con un mezzo bellico da portare all’offesa e alla difesa." Il medico ha detto: "Sono ai vostri ordini." Il Comandante gli dice: "Andate su in controplancia e vedete cosa ha Caria, quel ragazzo sardo che insieme a quell’altro ragazzo sardo, stanotte ci stanno tenendo a galla, mentre voi, sardo, vi siete macchiato del reato di diserzione e insubordinazione di fronte al nemico-se non di ammutinamento…". Il medico ha ordinato al Sergente Infermiere di darmi alcune pastiglie, due da prendere subito e altre, una ogni quarto d’ora. Tali pastiglie hanno sortito l’effetto sperato, per cui, di nuovo pimpante, ero sempre vicino a INDEO. Il suo ultimo urlo di rumore di aerei sulla destra, mi ha fatto intravedere l’aereo che ci lanciava il siluro. Ho ritenuto più opportuno attaccarmi al portavoce per dire al Comandante che ci era stato lanciato un siluro…., dalla distanza di 50-60 metri. L’ho sentito dire, in modo calmo, "VIA COSI" (al timoniere), sicuro che il siluro ci sarebbe passato sotto la chiglia. In quell’attacco di aerosiluranti, al Da Recco il siluro è caduto in coperta scivolando poi in mare, lasciando la sua coda impigliata in una bitta doppia-passacavo del trincarino di sinistra vicino all'occhio di cubìa (particolare raccontatomi dal collega stereotelemetrista, sardo pure lui, che vi era imbarcato). Le bombe e i siluri il nemico era costretto a lanciarli a casaccio dal momento che eravamo ben occultati dalle cortine fumogene. Cessati gli attacchi, verso le 4,30, il Comandante ha voluto avere al suo cospetto, nell’ala di plancia sinistra, INDEO e me per farci i complimenti. A INDEO ha chiesto: "Come mai sentivate il rumore degli aerei nonostante la turbolenza della nostra velocità?" E lui, modestamente rispose: "Signor Comandante, li sentivo…". A me ha chiesto come mai vedevo gli aerei, ed io, modestamente, risposi: "Signor Comandante, li vedevo…". Tutti e tre CC.TT. abbiamo aumentato al massimo la velocità, 35-38 miglia all’ora, per battere sul tempo gli inglesi.

Frattanto, siamo arrivati in Africa. Randeggiando la Marmarica, ho ancora impresso nel cervello la visione di un piccolo dromedario, immobile, in quella landa strabombardata dagli eserciti contrapposti. Un nostro aereo da caccia é stato abbattuto dal Da Recco- perchè non preavvisati... Il Bersagliere ha tratto in salvo il pilota. Siamo giunti a Tobruk, ove ho visto la gloriosa San Giorgio, semiaffondata e bruciacchiata, e la motonave Liguria scaraventata con la prora su un molo diroccato. Marina Tobruk aveva preparato molte bettoline e anche il Genio aveva preparato delle chiatte per adagiarvi le casse delle armi anti-carro trasportate da noi. Tutti, a cominciare dal Comandante in 2^ fino all'ultimo marò, abbiamo fatto il passamano delle casse di munizioni ai marinai di Marina Tobruk, e ai soldati. In un battibaleno, abbiamo scaricato tutto e subito dopo si é usciti in mare aperto. Anche noi, dopo aver sbarcato i due feriti gravi, sull’idrovolante, come già detto. Eravamo lontani da Tobruk, 4-5 miglia, quando sono apparse una squadriglia di bombardieri Avro Lancaster e una di Mosquito. Sono passati su di noi, ma di bombe non ne hanno sganciato. Le hanno sganciate sulle munizioni delle bettoline e delle chiatte, per cui abbiamo visto, da lontano, i “fuochi artificiali” che ne sono derivati. Se ci avessero sorpresi nel porto di Tobruk, gli inglesi avrebbero fatto una bella “mattanza”.

Arrivati a Messina, abbiamo trovato ad attenderci due ambulanze per portar via i quattro feriti, che sono voluti rimanere a bordo, e un camioncino per prendere le cose del Tenente Medico, sbarcato e cacciato come un cane rognoso, e chissà con quali capi d'imputazione... Non ne abbiamo saputo più niente!

Ricordo questa missione nei minimi particolari, essendo stata la più cruenta, la più combattuta e la più difficile che ho fatto stando imbarcato sul Corazziere.

Il principio della fine[modifica | modifica wikitesto]

5 FEBBRAIO 1943. Ennesima missione di trasporto veloce di truppe a Tunisi, assieme al Malocello, Da Noli e Zeno. Al ritorno, assumiamo la testa della formazione poichè alzavamo le insegne dell'Ammiraglio Gaspari, Comandante del Gruppo Cacciatorpediniere, che avevamo a bordo. Navigazione tranquilla, a 30 miglia all'ora. Arrivati in vista di Trapani, verso le 22, abbiamo visto che vi era un bombardamento aereo in corso e la contraerea che sparava rabbiosamente. Eravamo entrati appena nella rotta di sicurezza, con le nostre mine a desta e sinistra, cosicchè avevamo poco spazio a disposizione. In quel frangente c'é stata una collisione tra noi e una motozattera tedesca che ci ha aperto una falla a prora, sulla dritta, di 10-12 mt., allagandoci tutti i locali al di sotto della linea di galleggiamento. L'Ammiraglio ha fatto dare ordine di libertà di manovra al Malocello, Da Noli e Zeno, il che voleva dire di non entrare nella rotta di sicurezza perchè intasata da noi e dalla motozattera tedesca. Io avevo chiesto il permesso di allontanarmi per prendere il caffè o il cognac in Centrale di tiro, posto di riferimento del mio rancio durante le navigazioni, ove mi son trattenuto con gli SDT (Specialisti Direzione del Tiro). Allo schianto, siamo balzati disperatamente, scavalcandoci reciprocamente e le apparecchiature (Indicatore Centrale, Gimetro e Tavolo previsore) per raggiungere lo scoperto. Uscito dalla tuga centrale, allo scoperto, stavo meditando di buttarmi a mare ma tergiversavo giacchè la nave non era sbandata. Gli addetti del complesso di poppa hanno calato a mare una zattera di salvatagio. I responsabili di quel gesto sono stati puniti con un massimo di rigore. Sono rientrato nella realtà dalle chiamate Caria..., Caria... del mio Capo Reparto che in quel momento comndava la nave e che mi aveva dato il permesso di allontanarmi. Salto di corsa in plancia. Le macchine erano state fermate subito per dar modo di verificare il danno subìto, chiudere le porte stagne e per fare il punto nave - dal momento che la corrente ci stava scarrocciando a destra o sinistra verso le mine. Per il punto nave (il cielo era coperto), il radiogoniometro ci dava all'altezza di Marettimo, ma evidentemente era sfasato. Allora, é stato chiesto a Marina Trapani di accenderci un fanalicchio di Levanzo o Favignana (non ricordo quale). Marina Trapani ci ha comunicato che il fanalicchio sarebbe rimasto acceso per tre secondi per darci la direzione, e dopo cinque minuti altra accensione di cinque secondi per poter fare il rilevamento e misurare la distanza. L'Ufficiale di rotta, alla seconda accensione, ha fatto il rilevamento ed io con lo stereotelemetro, con la scala telemetrica illuminata, ho misurato la distanza. L'Ufficiale di rotta, fatto il punto nave, ha detto al Comandante che eravamo con la poppa molto vicini alle mine del lato destro. Il Comandante ha dato l'ordine macchine di sinistra avanti mezza e macchine di destra avanti adagio, cosi abbiamo riguadagnato la linea mediana dello sbarramento. Piano-piano, siamo andati avanti finchè siamo arrivati a Trapani (il bombardamento era cessato), dando fondo in rada. Quella notte, finalmente, siamo potuti dormire in branda- dopo tre mesi di dormire a terra tra cielo e mare, con le inevitabili intemperie, nelle diuturne missioni di trasporto veloce di truppe per la Tunisia, alternate subito dopo dalla posa delle mine. Noi stereotelemetristi (fortunati....) dormivamo dentro la torretta telemetrica, insieme al sott'ordine del Direttore di tiro col quale era nato un affetto fraterno. Non parlo degli addetti al complesso di prora, poveracci, perchè dovrei fare un lungo discorso. Parte del personale di macchina, però, si é dovuto arrangiare, poichè il loro locale era allagato. Ha dormito come é capitato. Molto più tardi, sono arrivati il Malocello. Da Noli e Zeno, dando fondo in rada anche loro.

6-7 FEBBRAIO 1943. Sbarchiamo TUTTE le munizioni, siluri e bombe di profondità compresi.

8 FEBBRAIO 1943. Presto accendiamo e posto di manovra alle 7. Salpiamo subito per Palermo, scortati da due motovedette, navigando lentamente. Vi arriviamo verso le 11.

9-10-11-12-13-14 FEBBRAIO 1943. Gli operai del Cantiere Navale ci hanno riparato la falla con un fasciame provvisorio. Il lavoro definitivo lo si doveva fare a Napoli.

15 FEBBRAIO 1943. Sveglia al mattino presto. Ci accorgiamo di essere accesi e pronti a muovere. Posto di manovra, e si salpa per Napoli, alle 6,40, scortati dalla Torpediniera Premuda. Arriviamo a Napoli alle 15,20, ormeggiandoci alla calata Villa del Popolo. Dopo mezz'ora, pesante bombardamento su Napoli da parte di numerosi aerei B17 americani. E' stato un bombardamento a tappeto. Ho visto crollare gli edifici di S.Giovanni a Teduccio, e le bombe che cadevano avvicinandosi sempre più a noi per cui ho detto a me stesso: - OGGI SI MUORE! Un po distante da noi c'era ormeggiato un incrociatore ausiliario tedesco che sparava all'impazzata, ma si é preso una gragnola di bombe che lo hanno fatto letteralmente "sedere" con la tolda al livello del mare. E' caduta una scarica di bombe fra noi e quell'incrociatore, e, infine, anche noi abbiamo avuto la nostra razione. Due bombe sono cadute a prora, "perforando" tutti i ponti e scoppiando in acqua, tagliandoci un bel pezzo di chiglia. 22 metri della nostra prora si é inclinata in avanti, spezzandosi e affondando. Anche il resto della nave ha cominciato ad affondare. Le nostre pompe di esaurimento non bastavano perciò Marina Napoli ne ha mandato alcune per rimediare. Metà equipaggio era in franchigia, molti marinai stavano facendo la doccia, ma sono scappati tuffandosi in mare, sporco di nafta, vagando (nudi) come invasati in cerca di un rifugio antiaereo. Io, pur essendo franco, non sono uscito per rispondere alle lettere di mia madre. Me la sono cavata bene riparandomi all'interno della torretta telemetrica per ovviare eventuali schegge. Comunque, la bomba "intelligente" tanto agognata, finalmente, era arrivata: nessun morto e nessun ferito. La notte abbiamo cenato e dormito a bordo della nave-caserma Lombardia, e l'indomani tutti in licenza per lavori: per noi sardi gg. 30+4, per gli altri gg. 30+2

Il Corazziere in bacino a Napoli
Il Corazziere in bacino a Napoli
La prora del Corazziere recuperata e adagiata sulla banchina


26 MARZO 1943. Sono rientrato in ritardo dalla licenza a causa delle discontinue comunicazioni da e per la Sardegna (motivi di sicurezza). Arrivato a bordo, vengo a sapere che 150 persone, rientrate dalla loro licenza, sono state sbarcate e avviate a Maridepo Taranto (Deposito della Regia Marina). Tutto il personale di macchina sbarcato; quasi tutto il reparto Cannonieri idem; idem per gli SDT, per i Radiotelegrafisti, Siluristi e Nocchieri. Tutti gli Ufficiali sbarcati meno il Comandante e il mio Caporeparto-Direttore di tiro. Tutti i Sottufficiali sbarcati meno uno. 1° aprile 1943 - Partiamo per Genova trainati da rimorchiatori a poppa e prora; assieme a noi c'é anche il Maestrale, senza poppa (finito sulle mine), rimorchiato anche lui. Arriviamo a Genova il pomeriggio di sabato 3 aprile. Ad attenderci, mezza Genova assiepata nella parte alta di Corso Italia (credevano che provenissimo da una battaglia navale). Noi Corazziere siamo stati alloggiati nella caserma della GIL-Mare.G.I.L.= Gioventù Italiana del Littorio, quei giovani destinati alla Leva di Mare. Quelli del Maestrale non so dove siano stati alloggiati. Il lunedì successivo, altre 70 persone sbarcate da noi e avviate a Maridepo La Spezia. A bordo era rimasta la "crema", e fra quella, modestamente, c'ero anch'io. Vita beata, a Genova: niente sveglia il mattino, ci si alzava alle 8, alle 9, alle 10 e oltre. Si andava in cucina e lì c'era caffelatte e pane pronto per la colazione. Di giorno si usciva a tutte le ore, svirgolando nella riviera di levante e ponente, la sera non c'era l'ora della ritirata. Una sola parola: PACCHIA! Tuttavia, ogni tanto, dal Ministero della Marina arrivavano dei dispacci di movimento nominativo per il Tizio, il Caio o il Sempronio per imbarco su altre navi che continuavano la guerra. Un bel giorno, é arrivato il movimento anche per me, a Marinalles Trieste per Corvetta Sibilla. Il mio Caporeparto, non volendo perdermi, ha fatto un dispaccio al Ministero comunicando che io ero in licenza di lavori di gg. 30+4 (e non era vero), sperando che il Ministero ripiegasse su un altro nominativo. Non é stato cosi. Dopo 40 giorni, il Ministero ha reiterato il dispaccio ed io ho dovuto fare le valigie per Trieste.

DIVAGAZIONE A MARGINE. 15 aprile 1943. Per tutto il "resto" dell'equipaggio, sveglia alle ore 8 e ordine di indossare la divisa ordinaria. Verso le ore 10 vuole salutarci il Comandante perchè sbarcava pure lui. E' venuto vestito col frac, con cappello a cilindro, guanti bianchi, uose grigie e scarpe lucide. Nel petto sinistro del frac spiccava lo stemma gentilizio della sua casata. Poche parole per dirci che per il "pomeriggio" di Navarino si era fatto un concetto errato del suo equipaggio. Aggiunse, però, che aveva seguito il suo spirito di sacrificio, il suo coraggio e ardimento nei tremendi mesi di diuturna fatica durante la battaglia della Tunisia, posa di mine, ecc, traendone la convinzione di aver avuto al suo comando un equipaggio formato da veri uomini. Ci ha passato in rassegna. A me, che ero il primo della fila, mi strinse la mano (nuda) con un Caria, continuate cosi... Ha stretto le mani a tutti e detto qualcosa anche a qualcun'altro. Uno di noi, ha gridato EVVIVA IL NOSTRO COMANDANTE, e lui si é allontanato, ringraziandoci, agitanto in alto il suo cappello a cilindro. Chiudo questa pagina dicendo che io sono sbarcato il 4 giugno '43. Arrivato a Trieste il giorno dopo, ho assistito alla cerimonia della consegna della Corvetta Sibilla alla Regia Marina. Pertanto, ho preso parte al pranzo speciale offerto dai Cantineri Navali S. Marco di Monfalcone, ove é stata costruita la Corvetta. Una ventina di giorni a Trieste, indi un mese a Pola per l'addestramento e, infine, trasferimento a Brindisi-zona di operazione.

L'armistizio [modifica | modifica wikitesto]

Monopoli - 8 settembre 1943, dalla Corvetta Sibilla.

6-7-8 SETTEMBRE 1943. Noi Sibilla, in solitario, siamo stati mandati nel golfo di Manfredonia in pendolamento antisommergibile, poichè un nostro peschereccio aveva visto, di notte, emergere un po lontano un sommergibile nemico, sicuramente per caricare le sue batterie, per ossigenarsi, ecc., un posto impensabile per noi. Abbiamo pendolato (in ascolto ecogoniometrico) in lungo e in largo tale golfo, tutto il giorno 6, 7 e parte del giorno 8 settembre, senza trovare alcuna traccia di sommergibili nemici, forse perchè quel sommergibile ha comunicato la sua scoperta da parte nostra. Ci é stato ordinato di venire giù, sempre in ascolto, doppiando Barletta, Trani e Bari. Verso le 16 del giorno 8 settembre, dopo Bari, é sbottato, dalla cabina R.T. un radiotelegrafista che urlava come un ossesso, da poppa a prora, da prora a poppa e sottocastello E' FINITA LA GUERRA...., E' FINITA LA GUERRA.... Io mi trovavo in controplancia, assieme al Comandante, l'Ufficiale di rotta e le vedette a lato. Il Comandante, sentendo quelle urla, ha fatto chiamare il suo "autore" per chiedergli il perchè del suo urlare. Questi lo ha informato che un comunicato radio aveva trasmesso la notizia dell'armistizio, precisando che più tardi ci sarebbe stato il messaggio del Maresciallo Badoglio alla Nazione per informarla dell'armistizio chiesto e accettato dagli alleati. Il messaggio del Maresciallo Badoglio c'è stato. A quel punto, abbiamo cessato l'ascolto ecogoniometrico. Proseguendo verso sud, sempre più vicini alla costa. A Monopoli, dall'estremità di un molo esterno del porto, un marinaio segnalatore (forse in licenza), senza le bandierine, ci ha segnalato che le colonne tedesche (camion, autoblinde e mezzi corazzati) stavano ripiegando verso nord. Abbiamo ricevuto l'ordine di andare a prendere nel canale di Otranto la motonave Istria e scortarla fino a Brindisi. Qui dimenticavo di dire del nostro incontro con la motonave Istria. Vedendo la sagoma di una nave, nell'oscurità del Canale d'Otranto, con i fanali di via spenti (di prammatica)ci siamo avvicinati il più possibile per chiedere col megafono come si chiamava. Al primo "urlo" COME VI CHIAMATE? ci é stato risposto: - E' FINITAAAAA. Altra manovra per avvicinarla il più possibile e chiederle:- come vi chiamate? Stessa risposta:- E' FINITAAAA. Dato che la guerra era "finita" e le cautele erano ormai cessate, abbiamo acceso i nostri fanali di via ed acceso il proiettore di segnalazione per illuminarla e leggere il suo nome nella fiancata. Con lo stesso proiettore, in Morse, le abbiamo segnalato di seguirci perchè mandati per scortarla fino a Brindisi La notizia dell'armistizio ha fatto fare i bagagli ai marinai di leva che già avevano assolto la loro ferma biennale prescritta, credendo che l'indomani sarebbero tornati, finalmente-felici e contenti - a casa loro. Il sottocastello, infatti, era invaso dai bagagli di questi marinai-poveri illusi... Verso le 23 siamo arrivati a Brindisi, con la motonave Istria, dando fondo all'ancora in rada. A Brindisi si sparava da tutte le parti, sembrava di essere in una vera battaglia. In effetti, si sparava da tutte le parti in segno di gioia per la fine della guerra. Il Comandante ha chiamato tutto l'equipaggio in assemblea generale, sopracastello, per dire che la guerra contro gli alleati era finita, ma ne cominciava un'altra contro i tedeschi per cacciarli dal suolo patrio. E ha invitato i marinai (delusi) di rimettere il loro vestiario e gli altri effetti personali nei rispettivi stipetti, giacchè non cambiava nulla. Il giorno dopo, ci siamo ormeggiati nel porto interno di fronte al castello svevo.

DIVAGAZIONE A MARGINE. Quando sono sbarcato dal Corazziere, il 4 giugno '43, ho salutato gli amici e, per ultimo, il mio Capo Reparto-Direttore di tiro, Ufficiale Responsabile della nave durante i lavori a Genova. Quasi-quasi piangevo per il "dolore" di lasciare la MIA nave, gli amici e, soprattutto lui che mi aveva imparato tante-tante cose. Mi ha confortato dicendomi: - ma, dai...., andrai a Marinalles Trieste, la Corvetta Sibilla sarà appena impostata dai Cantieri Navali di Monfalcone, lì starai accasermato fino a quando sarà bene allestita e, forse, allora, la guerra sarà anche finita... Il resto lo conoscete già. Piuttosto quella quarantina di persone rimaste a bordo del Corazziere, l'8 settembre, alla notizia dell'armistizio, hanno avuto l'ordine di autoaffondare la nave, cosa che hanno fatto. Uscendo dal porto, scappando, sono stati falciati dalle mitragliere tedesche. I ritardatari, vedendo la fine di quelli che li avevano preceduti, si sono nascosti nel bunker antiaerei esistenti in porto. Vi sono rimasti dentro tutta la notte e il giorno successivo, e ne sono usciti mischiandosi alle maestranze a fine giornata lavorativa. SI SONO SALVATE SOLO 6 PERSONE, tra le quali il mio collega stereotelemetrista. Un proverbio recita "non tutti i mali vengono per nuocere". Il mio "male" é stato uno di quelli......che non mi ha procurato nocumento, anzi ho avuto salva La PELLE (non quella descritta da Malaparte)....

L'arrivo dei Savoia e del governo italiano a Brindisi [modifica | modifica wikitesto]

Proclama di Vittorio Emanuele III ai marinai italiani con l'appello a proseguire la difesa della Patria contro i tedeschi.

10 SETTEMBRE 1943. Poco dopo le ore 16, mi trovavo a poppa sfotticchiando un collega sardo (Sottocapo Torpediniere) mentre si stava sbrugnando (uguale, più o meno, a si stava "sbaffando") il suo turno di Sottocapo di guardia a poppa, 16-24. Casualmente ho rivolto lo sguardo dalla parte del porto esterno e ho visto, quasi di fronte al monumento del Marinaio, un incrociatore leggero della Classe Capitani Romani (come l'incrociatore Attilio Regolo) che issava il vessillo reale.

Di fronte, a terra, c'era tanta gente sicura che vi fossero i reali e di poterli vedere sbarcare. Per vederci meglio, ho fatto un salto in controplancia, ho tirato fuori lo stereotelemetro portatile e sono stato in osservazione una decina di minuti per vedere i reali, ma non li ho visti proprio. Era lo Scipione Africano. Sono sceso di nuovo a poppa e vedo che entrava in porto, alla chetichella, la corvetta Baionetta.

Ha fatto una manovra scalcinata, che più scalcinata non poteva essere, per attraccarsi vicino a noi, corvetta Sibilla. Mentre veniva con la poppa in banchina, lentamente, ho visto che a poppa c'era un gruppo di persone in abiti civili. Mi ha colpito il fatto che fra tali persone c'era uno spilungone, e mentre la Baionetta si avvicinava sempre più alla banchina, ho intravisto che quello spilungone altri non era che il Principe Umberto.

Mi sono portato e appoggiato alla draglia[1] del nostro lato destro per vedere meglio tutti quei signori. Ho visto la Regina, Vittorio Emanuele III, il Maresciallo Badoglio, il Generale Vittorio Ambrosio, L'Ammiraglio Raffaele De Courten e tutti gli altri membri del Governo. Dopo che la Baionetta ha sistemato la passerella, è scesa a terra per prima la Regina, tenuta per mano da un "Ufficiale e gentiluomo", giacché la passerella aveva il corrimano da un lato solo. E' sceso anche il Re col figlio Umberto.

A terra, c'era un'auto pronta per riceverli e per portarli su nel Castello svevo - di proprietà della Regia Marina - proprio di fronte al Sibilla e Baionetta. Del fatto si sono accorte tutte le maestranze dell'arsenale e molte altre persone che vi si trovavano casualmente, perciò una fiumana di gente è accorsa verso la Baionetta. Io sono sceso a terra, e subito dopo è sceso dalla Baionetta anche il Maresciallo Badoglio, trovandosi bloccato da tutta quella gente. Me lo sono trovato di fronte, aveva la barba rasata di fresco - con una "bistecca" al lato sinistro della gola. La gente gli gridava: - avete fatto bene a fare la pace, avete fatto bene a fare la pace - in continuazione. Si è sentito in pericolo, perciò gli è venuto in soccorso il Capo del Parco salvataggio, aprendogli il portone del parco per rifugiarvisi. Tale parco era al di sopra del livello stradale, di un metro e forse più, per cui il Maresciallo Badoglio doveva salire 6-7 gradini, cosa che ha cominciato a fare. Quando era arrivato a metà, si è girato e ha rivolto a tutta quella gente dicendo loro le seguenti testuali parole: - NOI LA PACE L'ABBIAMO FATTA, PERO' VOGLIAMO VEDERE SE VOI, ADESSO, SIETE PRONTI A MENARE CONTRO I TEDESCHI PER BUTTARLI FUORI DA CASA NOSTRA. La risposta corale è stata "siiiii! siiiii!". E' scesa nuovamente la macchina dal Castello, e ha preso lui e altre quattro persone. Tale macchina ha fatto la spola altre tre-quattro volte, cosi ha portato tutta la carovana dei fuggiaschi nel Castello svevo.

L'Amerigo Vespucci, riparata a Brindisi, dopo l'armistizio (Settembre 1943).

APPENDICE A MARGINE - L'arrivo dei Savoia e del Governo Italiano a Brindisi non ha influito più di tanto nella vita di quella città. I Savoia e i membri del Governo Italiano, piuttosto, si sono trovati nella condizione di una prigionia dorata nel Castello svevo della Regia Marina. Unico diversivo, per loro, per prendere una boccata d'aria, era affacciarsi alle finestre posteriori del Castello stesso, quelle che spaziavano su tutto il porto interno e in parte su quello esterno. Le Corvette Sibilla e Baionetta erano ormeggiate fianco a fianco proprio di fronte, perciò li si vedeva casualmente durante il servizio a bordo. A me é capitato di aver visto due volte la regina, una volta il re, il principe Umberto non l'ho mai visto, mentre alcune volte ho visto il Generale Vittorio Ambrosio e altri membri del Governo che non conoscevo per nome. Dopo circa una settimana, sono cominciati ad arrivare a Brindisi pescherecci, tartane, barconi e natanti di ogni genere e grandezza, stracarichi di gente che scappava disperatamente, dopo aver abbandonato tutte le loro cose, da Spalato, Sebenico, Ragusa (oggi Dubrovnik), dalla nostra isola Curzola (oggi Korcula) isola di Meleda (Mljet), dal porto montenegrino di Antivari (detta cosi perché di fronte alla nostra città di Bari - ribattezzata da Tito col nome turco di Bar - oggi ha un altro nome che non saprei, poiché manco dalla Jugoslavia da pochi mesi dopo la morte di Tito). Di tali natanti ne arrivavano molti anche dall'Albania. Il porto di Brindisi si è riempito all'inverosimile di tutti questi mezzi, tanto da trovare molto difficile il riparo e l'approdo della nostra nave-scuola Amerigo Vespucci. Tutto questo avveniva, giornalmente, sotto gli occhi dei Savoia e del Governo Italiano. Un giorno, non ricordo quale, c'è stato allarme aereo, perciò posto di combattimento. Con lo stereotelemetro portatile ho visto che si trattava di 6-7 aerei tedeschi Junkers Ju 88 che hanno girato al largo in periferia senza sganciare bombe. C'è stato che un nostro aereo da caccia Macchi è decollato raso terra, passando di traverso al porto, per cui si è attirato il fuoco delle mitragliere della Baionetta e altre postazioni di terra e, se non ricordo male, è stato abbattuto perché ho visto che cominciava a fiammeggiare. Un nostro mitragliere-veneziano, invece, ha indirizzato il tiro verso i SIGNORI che si trovavano affacciati alle finestre del Castello, scaricando, di proposito, tutto il caricatore della sua mitragliera binata da 20/65, cominciando, però, dallo spigolo del lato sinistro rispetto a noi, solo che la mira, per la fretta, i colpi sono arrivati sotto le finestre. E' ovvio che quei SIGNORI si sono messi in salvo... Non c'è stata alcuna inchiesta e nessun provvedimento. Forse, ancora oggi, ci saranno i segni di quei colpi sparati contro i SIGNORI citati che si "divertivano" a guardare il tutto, dopo essere scappati da Roma pensando solo di mettersi in salvo, senza dare indicazioni e ordini utili per rimediare a quell'immane tragedia causata da una guerra sbagliata.

(Sarei grato a qualche amico-utente brindisino, se mi leggerà, di farmi sapere se i segni di quella sventagliata di mitragliera ci siano ancora, oppure se siano stati "riparati". Lo ringrazio anticipatamente).

Continua l'APPENDICE A MARGINE - Questo periodo si chiude con un altro evento storico capitato a Brindisi. Non ricordo il giorno esatto della terza decade del settembre nero degli Italiani. Con tre navi tipo Liberty, sono arrivati i LIBERATORS, cioè il presidio degli americani e degli inglesi, accolti dalle autorità civili e militari, in primis la folta rappresentanza della Regia Marina con la banda musicale del Corpo (un centinaio di elementi). Ho visto quando due Liberty hanno dato fondo all'ancora in rada, nel porto esterno, e il terzo che si affiancava alla banchina per sbarcare i Comandanti dei due contingenti. Prevedendo che la cerimonia sarebbe stata lunga, me ne sono andato al cinema. Sono ritornato a cose finite. Pertanto, alle 21 in punto, la banda musicale ha preso la via del ritorno, percorrendo tutto il Corso della città sino al Castello svevo, suonando LA RITIRATA DELLA MARINA, seguita dal sottoscritto e da una moltitudine di persone molte delle quali piangevano, forse per la cocente sconfitta, o forse, più verosimilmente, per un inconscio anelito di libertà, di pace e di ritrovato benessere con la fine dei pesanti bombardamenti e del "duro" tesseramento di tutti i generi alimentari, delle privazioni e della fame nera patiti a causa della guerra.

Il tentativo del rimpatrio delle Armate Italiane dislocate nei Balcani [modifica | modifica wikitesto]

Il faro e il semaforo di Capo d'Otranto dalla Corvetta Sibilla (settembre 1943)
Un'altra immagine del faro (settembre 1943)

Alla grande confusione e sbandamento generale in cui si é trovata l'Italia, dopo l'8 settembre 1943-in seguito all'armistizio, si é aggiunto il dramma delle nostre Armate dislocate nei balcani e che andavano rimpatriate. I Comandanti di quelle Armate non hanno trovato di meglio ove far convergere i loro soldati nel punto più sbagliato, a Santi Quaranta-in Albania, a uno sputo da Corfù ove i tedeschi avevano un aeroporto agibile ed efficiente. A Santi Quaranta, il Genio Trasmissioni aveva messo su un ponte radio attraverso il quale, insistentemente, quei Comandanti premevano presso il Comando Supremo (che Supremo non era più), affinchè si attivasse per disporre il rimpatrio dei loro soldati. Per tale insistenza, sono stati approntati il piroscafo Dubac e la motonave Salvore, scortati dalla Torpediniera Sirio e dalla Corvetta Sibilla. Arrivati a Santi Quaranta, alcuni Comandanti ci hanno chiesto se avevamo portato dei viveri. La risposta del Comandante del Sirio é stata che non avevamo portato dei viveri perchè non richiesti. Comunque, a presiedere l'imbarco, ordinatamente era stato destinato un Colonello che faceva imbarcare per primi i disarmati. Molti soldati, vedendo come si procedeva e perchè non erano fessi, buttavano le armi un po lontano, cosi potevano imbarcarsi pure loro. Per tale motivo, lontano, si é formata una catasta enorme di moschetti e pistole, buttate e abbandonate.

La Motonave Salvore scortata dalla Corvetta Sibilla (settembre 1943)
La Motonave Salvore scortata dalla Corvetta Sibilla, in rientro dai Balcani (settembre 1943)

Siamo ripartiti con i due mercantili, stipati all'inverosimile, raggiungendo Brindisi il giorno dopo. Nel giro di pochi giorni, é stata approntata la nuova missione per Santi Quaranta, con le stesse navi, Dubac e Salvore (cariche di 5-6 tonnellate di viveri richiesti), e la stessa scorta della Torpediniera Sirio e noi Corvetta Sibilla. Navigazione tranquilla all'andata, ma all'arrivo abbiamo trovato una situazione desolante. Desolante per quei soldati calati dalla Croazia orientale (un soldato mi disse che proveniva dalla Slavonia, mai sentita nominare tale regione), un altro mi disse che veniva da Giannina e molti da varie località dell'Epiro. Erano in uno stato pietoso, poiché i partigiani titini li avevano depredati di tutto, scarpe comprese. E' cominciato l'imbarco col solito rituale, solo che tutti quei soldati non erano armati e la maggior parte erano scalzi e con le divise a brandelli. Terminate le operazioni d'imbarco, siamo salpati prendendo la via del ritorno.

La Sirio segue il Dubac, gravemente colpito dagli Stukas, che cerca disperatamente di raggiungere la costa salentina per arenarvisi o incagliarvisi ed evitare l'affondamento (settembre 1943)
La Sirio si accosta al Dubac -adagiato sulla scogliera - per prelevare i feriti più gravi e trasportarli a Brindisi (settembre 1943)

Nel bel mezzo del Canale di Otranto siamo stati attaccati da un gran numero di Stukas (decollati dalla vicinissima Corfù). L'attacco é stato repentino, a volo radente sul livello del mare, per cui non abbiamo avuto il tempo di brandeggiare le mitragliere perchè le cabrate e le successive "picchiate" ci hanno costretto a salvarci con estreme virate Il Sirio, noi Sibilla e il Salvore, manovrabilissimi, abbiamo evitato tutte le bombe che ci sono state lanciate. Il Dubac, purtroppo, é stato centrato da 2-3 bombe causando una carneficina fra i soldati stipati all'inverosimile. Per questo, il Dubac ha cominciato a sbandare sul lato sinistro per il cui sbandamento si é cercato di controbilanciarlo facendo affluire tutti i soldati incolumi, all'interno (lato agibile) e all'esterno, del lato destro. Al Comandante del Dubac é stato ordinato di andare avanti con le macchine a tutta forza, fino a raggiungere la costa salentina ove potersi arenare o incagliare, per evitare l'affondamento, cosa che é avvenuta. Alla Torpediniera Sirio é toccato l'ingrato compito di accostarsi al Dubac per prendere i feriti più gravi per portarli immediatamente a Brindisi (quando vi é arrivato, aveva tutta la tolda intrisa di sangue, ma anche il Dubac aveva il lato sinistro sporco di sangue). I feriti meno gravi sono stati soccorsi dai mezzi sopraggiunti da Otranto e trasportati a Lecce. I morti, quasi duecento, sono stati recuperati succesivamente. Noi Sibilla, invece, abbiamo ricevuto l'ordine di scortare la motonave Salvore fino a Brindisi. Sono ancora convinto che se i nostri soldati fossero stati fatti affluire verso il porto di Valona, che é quasi di fronte a Brindisi, molto probabilmente avremmo potuto rimpatriare molti-molti altri soldati. Non é stata progettata ed eseguita altra missione per Santi Quaranta, visto il grande pericolo che occorreva affrontare. Pazienza per quelli che si trovavano molto più a sud (Peloponneso, Morea) e quelli in Tessaglia e a nord della Grecia, compresi i Carabinieri martiri di Cefalonia e quelli del Dodecaneso, Lero compreso-ove c'era un mio cugino. Il destino per quei soldati, marinai, carabinieri che non si sono potuti rimpatriare é stato di finire nei campi di concentramento (o lager) in Germania.

La coobelligeranza [modifica | modifica wikitesto]

Della coobelligeranza c'é poco da dire. Dopo le quattro giornate di Napoli, noi Corvetta Sibilla abbiamo lasciato Brindisi per Taranto e subito dopo per Napoli. Abbiamo trovato quella città in ginocchio, presa nella morsa della fame. L'arrivo degli americani ha contribuito ad alleviare, progressivamente, le sorti di quella città con la loro presenza, i loro insediamenti che hanno richiesto l'impiego di manodopera locale, oltre ad alimentare le attività commerciali, bar e ristoranti soprattutto, e le poche industrie salvate dai bombardamenti. Gli americani hano fatto della città di Napoli la loro grande base di approdo e smistamento dei rifornimenti per la loro 5^ Armata che si era dispiegata sul fronte a sud di Cassino contro i tedeschi. Il 12 o 13 ottobre c'é stata la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia alla Germania, perciò l'Esercito Italiano rimasto nell'Italia libera é stato via-via riorganizzato, ed é entrato a far parte nei servizi ausiliari dell'Allenza in ossequio alla coobelligeranza chiesta ed accettata. Tali uomini non bastavano più perciò é stata chiamata alle armi la classe 1925. Circa la Regia Marina, posso dire che per quanto riguarda la Corvetta Sibilla, dopo aver imbarcato un Tenente di Vascello della Marina inglese, come Ufficiale di collegamento, ed un marò di carriera-suo attendente, é stata impiegata di scorta ai convogli da Augusta a Napoli e da Napoli ad Augusta. Il Tenente di Vascello inglese (richiamato) era un Professore di Latino all'Università di Oxford. Parlava perfettamente l'italiano, ma con la solita cadenza strascicata degli inglesi. Tale Ufficiale non interferiva minimamente nel comando della nostra nave, ma sovraintendeva solamente alla missione del convoglio. Era un gentiluono, anzi, per dirla all'inglese, era un perfetto gentleman. Con me, saputo che ero sardo, tutte le volte che ci ritrovavamo insieme in controplancia, mi parlava della Sardegna con i suoi nuraghi e che lui conosceva abbastanza bene, meglio di me, e non solo della Sardegna. Aveva preso imbarco da noi poichè il nostro Ufficiale di rotta parlava molto bene l'inglese. Tutte le navi Liberty del convoglio, come pure le nostre navi di scorta, per qualsiasi evenienza, dovevano far capo a noi Sibilla che ospitavamo il citato Ufficiale inglese di collegamento. Il nostro posto in convoglio era sempre il lato esterno rispetto alla costa, mentre sul lato opposto, oltre ad altre nostre unità, c'era sempre un natante inglese, del quale non ricordo il nome della classe, che resisteva molto bene al mare - molto meglio di noi - e che noi impropriamente chiamavamo sciabecco. Di missioni di scorta ai convogli ne abbiamo fatto molte, anzi moltissime, dopo lo sfondamento del fronte di Cassino, lo sbarco di Nettuno, l'occupazione di Roma e la liberazione di Livorno. I convogli per i rifornimenti alla 5^ Armata americana, pertanto, sono stati spostati da Napoli a Livorno e viceversa. Io, come stereotelemetrista, sono rimasto pressochè disoccupato (venivo chiamato alle occorrenze). Ammazzavo il mio tempo riparando in Segreteria Dettaglio dal collega Sottocapo Furiere, perciò ho imparato in toto il suo servizio. Riparavo più spesso in cabina R.T. e anche, col permesso del Comandante, a fare il timoniere. Lo stesso dicasi degli addetti all' ecogoniometro (sonar), data la non presenza di sommergibili tedeschi nel Mediterraneo. Le nostre scorte ai convogli, praticamente, erano delle belle "passeggiate" in mare. Per rendere l'idea della disparità delle forze in campo, debbo dire che i nostri convogli per Tripoli, Bengasi e Tobruk, composti da 2-3-4 carrette del mare, che navigavano si e no a 5-6 nodi all'ora e che per arrivarci si impiegavano 3-4-5-6 giorni,i convogli dei nostri ex nemici (leggasi soprattutto americani) erano una cosa ben diversa. Un giorno é toccato a noi Sibilla dar fondo all'ancora, alle sei del mattino, al di fuori degli sbarramenti nell'ingresso della rada di Augusta, per prendere il nome di tutte le navi Liberty che sarebbero uscite per Napoli. Siamo stati lì tutto il santo giorno fino alle 20,30 prendendo il nome di tutti quei Liberty, e alla fine ne abbiamo contato ben 96 (ripeto: novantasei). Tutte quelle navi hanno raggiunto lo stretto di Messina in due colonne, mentre dopo tale stretto i Liberty si sono messi in quattro colonne. Finita la conta, abbiamo preso il mare per raggiungere la testa del convoglio. L'abbiamo raggiunta verso mezzanotte. Io sono stato svegliato e chiamato in controplancia, salendovi dal nostro lato di babordo (sinistro). Arrivatovi, ancora assonnato, ho visto qualcosa in fiamme per cui ho urlato: - Sig. Comandante, a dritta c'é una nave in fiamme. E lui, bonariamente, mi ha risposto: - si, Caria. Quel che hai visto sarebbe stata una nave in fiamme, se non fosse stato lo Stromboli...... (il vulcano) Finisco di rendere l'idea delle disparità delle forze in campo dicendo che la rada di Augusta era strapiena di navi Liberty provenienti dal nord Africa (anche da Gibilterra), ma altrettanto lo era il golfo di Napoli strapieno di tali navi, in attesa di entrare in porto per potervi scaricare il contenuto delle loro stive. Nelle banchine del porto di Napoli, poi, vi era accatastato ogni ben di Dio, in attesa delle colonne ininterrotte dei loro camion per portare tutto nelle retrovie della 5^ Armata.

DIVAGAZIONI A MARGINE - Inizio le mie divagazioni facendo cenno del marò inglese di carriera accennato, per dire che con quel ragazzo ce la siamo spassata. Gliene abbiamo dette e combinate di tutti i colori. Lui, un buon incassatore, accettava tutto, ma anche lui, nel suo italiano stentato, era "graffiante" all'occorenza. Le nostre battute non riguardavano affatto la guerra vinta e persa, la Marina Inglese o la Marina Italiana, ma erano espressioni dettate dalla esuberanza giovanile, compresi gli "alzabandiera" della sveglia mattutina. Era oltremodo contento di essere imbarcato da noi, poichè, lo diceva lui, da noi aveva trovato fratellanza e vicinanza umana, cosa che negli imbarchi che aveva fatto nella loro Marina non li aveva mai notati. Quando é sbarcato, alla fine della guerra, quasi-quasi gli dispiaceva. Sbarcando, ha abbracciato tutti quelli che ha trovato nel suo percorso da prora a poppa. Detto questo, passo a dire che la vita di Napoli ha avuto un impulso notevolissimo, grazie all'intrallazzo (detto anche contrabbando) e all'industria più vecchia del mondo. Il contrabbando lo hanno esercitato TUTTI, anche noi marinai, ma anche il nostro Comandante. Compravamo sigarette, sale e formaggio ad Augusta e vendevamo tutto a Napoli. Generalemente, davamo fondo all'ancora in rada, nel borgo marinaro-di fronte a Piazza Vittoria. Ad attenderci un mugolo di barche che "compravano" e pagavano a pronta cassa, fidandosi del peso dichiarato da noi, sicuri della nostra onestà. Un giorno, c'é stato un furbo napoletano che, dopo aver preso la merce, con quatro colpi di remi se la stava squagliando senza pagare. Il marinaio "gabbato" era il mitragliere veneziano citato nel mio Racconto dell'arrivo dei Savoia a Brindisi. Egli cosa fa? Va su, inforca la sua mitragliera e gli scarica tutto il caricatore dei traccianti bianchi, rossi, verdi, ecc. facendoglieli fischiare nelle orecchie, costringendolo a tornare indietro e a pagare. Gli ha detto: - ti ti son napoletan, mi son venessian, e un napoletan non fregherà mai un venessian. Dopo gli spari, é salito in coperta il Comandante per chiedere cosa erano quegli spari. Gli ha risposto lo stesso veneziano: - Sior Comandante, go taccao la mitragliera, non ghe s'era la sicura ed é partio tutto il caricatore... Qualcuno di bordo aveva racimolato il milioncino, tutti gli altri il mezzo milioncino (o quasi) che ci permetteva di divertirci. Dell'industria più vecchia del mondo ne ha parlato diffusamente Curzio Malaparte nel suo libro "La Pelle". Una quindicina di episodi narrati da lui, io ne ho avuto conoscenza diretta e qualcun'altra per sentito dire, come quella del soldato negro americano che aveva portato in dono un carro armato alla sua bella napoletana. La famiglia di costei, contenta del dono ricevuto, ha smontato pezzo per pezzo il carro armato e ha venduto tutto ai ferri vecchi ricavandone una bella sommetta. Ho assistito adf altri episodi che Malaparte non poteva vedere nè sapere.... Giornalmente, passavo in Via Chiatamone ove c'era la caserma dei marocchini. Immancabilmente, c'era sempre una fila di mamme che portavano per mano i loro bambini. Leggendo Malaparte, ho saputo il perchè di quella fila...... Per quel libro, Malaparte si é attirato le ire dei napoletani, per aver narrato tutte le loro sozzerie al riguardo dell'industria più vecchia del mondo. Perciò, guai se fosse passato per Napoli perchè, come minimo,l'avrebbero linciato. Raggiungeva la sua villa a Capri con l'elicottero. Mi sfuggiva di dire che con il contrabbando, l'industria accennata e i tanti modi di arrangiarsi, più o meno leciti, i napoletani avevano "acquisito" il benessere della sapravvivenza e il capitone natalizio. Tuttavia, erano rimaste sacche di estrema indigenza e di fame. Un giorno sono passato nell'angiporto della Galleria Umberto, e, uscendo, ho trovato a terra un ragqazzo che si contorceva in convulsioni. Sono saltato subito su Via S.Carlo per chiedere aiuto. Meno male che é passata una camionetta americana con la croce rossa che ho bloccato sbarrandole la strada. Ai due occupanti, occhialuti, ho fatto cenno di seguirmi indicando loro quel ragazzo. Erano due Ufficiali medici. Uno di loro, in italiano stentato mi ha detto: - ragazzo morendo di fame. E se lo sono portato via a sirena spiegata. Quasi la metà del personale dell'equipaggio era settentrionale, perciò il loro moralismo feroce contro i meridionali era di prammatica. Tuttavia, saliti su a Piombino, Porto Ferraio e Livorno non c'era affatto tutto quel "bordello" di Napoli. Liberata Genova, vi siamo arrivati subito e... cosa troviamo e vediamo? Le "segnorine" genovesi sedute in grembo delle sentinelle indiane dentro le loro garitte sistemate nel porto. Si può immaginare la rivalsa moralistica feroce dei meridionali verso i colleghi del settentrione. Finisco queste divagazioni, che mi hanno permesso di "illustrare" l'Italia di quei tempi, facendo cenno ad un fatto raccontatomi dal proprietario del Ristorante Savoia di Piombino, ove andavo sempre a cena. L'ala della 5^Armata americana, nel litorale tirrenico, era formata da soldati della Francia Libera, tutti nordafricani. Il loro Comando (francese), per vendicare la "pugnalata alla schiena" decantata dai francesi, aveva dato loro carta bianca, e cioè di penetrare nelle case, armi alla mano, e di prelevare le ragazze per violentarle. Se i famigliari si opponevano, cosa sempre accaduta, sparavano e... ci é scappato anche qualche morto. Un caso era accaduto a Piombino, un altro a Cecina ed un altro ancora in un paese che non ricordo.

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Persa la guerra e liberata l'Italia dall'occupazione tedesca, é rimasto il problema dei ricongiungimenti famigliari degli italiani del centro-nord, rimasti bloccati al sud e i meridionali rimasti bloccati al nord a seguito dell'armistizio dell' 8 settembre '43. I tedeschi man mano che indietreggiavano verso nord, sotto l'incalzare delle offensive alleate, facevano saltare i binari delle ferrovie con cariche esplosive sistemandole a venti metri una dall'altra, cosi le tratte Roma-Livorno-Genova, come la tratta Roma-Firenze-Bologna non erano percorribili da alcun treno. Non so se nella tratta Roma-Ancona-Venezia sia successa la stessa cosa. Io ho visto questo "scempio" nella tratta Roma-Livorno-Genova e la Roma-Firenze-Bologna. Il problema dei ricongiungimenti famigliari é stato demandato alla Regia Marina, con le sue navi del naviglio sottile, e tra queste c'era anche la Corvetta Sibilla. Gli interessati affluivano dall'estremo sud e dalla Sicilia, alla Prefettura di Napoli che, di concerto con l'Ammiragliato di Napoli, organizzava gli scaglioni di persone dirette all'Italia centrale e quelli diretti in Liguria, Piemonte e Lombardia, verso Livorno, La Spezia e Genova. Per i meridionali bloccati a nord, il compito era demandato alle Prefetture di Genova, La Spezia e Livorno che, di concerto con l'Ammiragliato di La Spezia, venivano organizzate le partenze degli stessi verso sud. Le partenze delle navi avvenivano alla spicciolata, cioè in solitario, per non creare problemi e ingorghi nei porti di Livorno, La Spezia e Genova. Noi Sibilla portavamo 35 persone alla volta (uomini, donne e bambini-con pochi bagagli). I più contenti erano i bambini che assaporavano l'ebbrezza del mare, il vedere cannoni e mitragliere e noi marinai al lavoro, molto cortesi con loro. Nel Sibilla, come del resto nelle altre navi, si era creato un vuoto per la concessione di tre mesi di licenza ai militari del settentrione imbarcati, dato che erano due-tre anni che non fruivano di licenze. E cosi, allo scrivente é toccato fare tre mesi di timoniere, di segnalatore ed altro, finchè, per un disturbo-settembre '45, é stato ricoverato in ospedale e sbarcato al Deposito della Regia Marina di Napoli. Lì é stato destinato al Servizio di Rappresentanza (a far niente - ha fatto solo due servizi di rappresentanza e tre missioni all'estero) e, infine, incastrato di servizio alla Segreteria Comando. Nel Giugno '46, e' stato fatto reimbarcare a viva forza nella Corvetta Sibilla, destinata al dragaggio delle mine (considerato a tutti gli effetti operazioni di guerra), insieme ad altre undici Corvette, a partire dal litorale di Fiumicino fino Piombino (tutto minato). E' stato un lavoro massacrante, SOPRATTUTTO PER GLI STEREOTELEMETRISTI (i quali, per il diuturno superlavoro, sono crollati uno dopo l'altro, come birilli), prima con i divergenti e dopo con la sciabica. Per tale lavoro, lo scrivente é crollato e sbarcato (febbraio 1948) con destinazione Maridist Napoli (leggasi Distaccamento Marina Militare). Infine, (novembre '48)si é ammalato di brutto, perciò riformato perchè non più idoneo al servizio militare marittimo e, quindi, congedato (col grado di 2°Capo) e a casa (giugno '50). Pertanto, spiacente, ha dovuto dire ADDIO ALLE ARMI e alla carriera. Tuttavia, nonostante TUTTO, é ancora qui, la pelle c'é ancora.......

IL TRAMONTO DI UNA GRANDE MARINA dell'Ammiraglio Angelo IACHINO[modifica | modifica wikitesto]

Un devoto omaggio all'Ammiraglio Angelo IACHINO da parte del marinaio Antonio Angelo CARIA che, imbarcato sul Regio Cacciatorpediniere "CORAZZIERE", lo ha avuto suo Comandante in Capo della Squadra Navale della Regia Marina Italiana durante la seconda guerra mondiale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si dice "draglia" un cavo d'acciaio o di tessile, teso tra supporti detti candelieri e pulpiti, che va a formare la battagliola, una sorta di ringhiera sui lati di un'imbarcazione.