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The Brothers Ashkenazi (1936) is a novel by Israel Joshua Singer. Written in Yiddish, it first appeared serially in the Jewish daily Forward between 1934 and 1935, after Singer had left Poland and moved to New York. It was published in book form in Poland in 1936, the same year in which Knopf published an English translation by Maurice Samuel. It was at the top of The New York Times Best Seller list along with Margaret Mitchell's Gone With the Wind.[1] In 1980 a new translation was published by the author's son, Joseph Singer.
Plot

Most of the novel takes place in the Polish city of Łódź, mostly among the large Jewish community that lived there before World War II. It follows the changes from the 19th century through the insurrection of 1905 and ends just after World War I. The main character is Max Ashkenazi, who moves away from his Hasidic Jewish upbringing and becomes a successful industrialist. In the process he destroys all his personal relationships. The upheaval of World War I, the Russian Revolution, and the creation of the Second Polish Republic ruin him financially. Max is consumed by a desire to be more successful than his fraternal twin Jacob. In the last years of his life, Max realizes he was always driven by greed and does his best to restore the family relationships he lost.

This is a historical novel about Jews in Poland, the Industrial Revolution, and the beginnings of Communism. Moreover, it is a story about a man doing what he does best and chasing false idols, ideologies, and glory; Max longs to be called the King of Lodz.

I fratelli Ashkenazi è un romanzo di Israel Joshua Singer. Scritto in Jiddish, è uscito a puntate nel giornle ebraico "Forward" tra il 1934 e il 1935, dopo che Singer si era trasferito a New York dalla Polonia. E' poi stato pubblicato in volume nel 1936 in Polonia, e in traduzione inglese presso Knopf (traduzione di Maurice Samuel). E' stato in cima alla lista dei bestseller del New Yirk Times, insieme a "Via col vento" di Margaret Mitchell. Il figlio dell'autore, Joseph Singer, ha pubblicato una nuiva traduzione inglese nel 1980.

Trama
la maggior parte del romanzo si svolge nella città polacca di Lodz, soprattutto nella grande comunità ebraica che vi risiedeva prma della second guerra mondiale. Viene seguta l'evoluzione della città dal secolo 19 fino alla prima guerra mondiale e all'immediato dopoguerra. Il personaggio principale è Maz Ash che si allontana dalla formazione ebraica rigorosamente chassidica e diventa un industriale di successo, distruggendo via via tutte le sue relazioni personali. lo scoppio della prima G. M., la riv. russa, la creazione di una seconda repubblica polacca lo mandano finanziariamente in rovina. Max è divorato dal desiderio di aver più successo del fratello gemello Jacob. Negli ultimi anni di vita si rende conto di essere sempre stato dominato dal'avidità e fa del suo meglio per ricostruire la famiglia che ha perduto .
E' un romanzo storico sugli ebrei in polonia, la rivoluzione industriale, e l'inizio del comunismo. Inoltre è la storia di un uomo che fa quel che sa fare meglio e insegue falsi idoli , ideologie e gloria: Maz aspira ad essere chiamato il re di Lodz.

Chiostri di San Pietro (Reggio Emilia)
Chiostri di San Pietro (Reggio Emilia)



Versione delle 13:25, 12 gen 2021

The Brothers Ashkenazi (1936) is a novel by Israel Joshua Singer. Written in Yiddish, it first appeared serially in the Jewish daily Forward between 1934 and 1935, after Singer had left Poland and moved to New York. It was published in book form in Poland in 1936, the same year in which Knopf published an English translation by Maurice Samuel. It was at the top of The New York Times Best Seller list along with Margaret Mitchell's Gone With the Wind.[1] In 1980 a new translation was published by the author's son, Joseph Singer. Plot

Most of the novel takes place in the Polish city of Łódź, mostly among the large Jewish community that lived there before World War II. It follows the changes from the 19th century through the insurrection of 1905 and ends just after World War I. The main character is Max Ashkenazi, who moves away from his Hasidic Jewish upbringing and becomes a successful industrialist. In the process he destroys all his personal relationships. The upheaval of World War I, the Russian Revolution, and the creation of the Second Polish Republic ruin him financially. Max is consumed by a desire to be more successful than his fraternal twin Jacob. In the last years of his life, Max realizes he was always driven by greed and does his best to restore the family relationships he lost.

This is a historical novel about Jews in Poland, the Industrial Revolution, and the beginnings of Communism. Moreover, it is a story about a man doing what he does best and chasing false idols, ideologies, and glory; Max longs to be called the King of Lodz.

I fratelli Ashkenazi è un romanzo di Israel Joshua Singer. Scritto in Jiddish, è uscito a puntate nel giornle ebraico "Forward" tra il 1934 e il 1935, dopo che Singer si era trasferito a New York dalla Polonia. E' poi stato pubblicato in volume nel 1936 in Polonia, e in traduzione inglese presso Knopf (traduzione di Maurice Samuel). E' stato in cima alla lista dei bestseller del New Yirk Times, insieme a "Via col vento" di Margaret Mitchell. Il figlio dell'autore, Joseph Singer, ha pubblicato una nuiva traduzione inglese nel 1980.

Trama la maggior parte del romanzo si svolge nella città polacca di Lodz, soprattutto nella grande comunità ebraica che vi risiedeva prma della second guerra mondiale. Viene seguta l'evoluzione della città dal secolo 19 fino alla prima guerra mondiale e all'immediato dopoguerra. Il personaggio principale è Maz Ash che si allontana dalla formazione ebraica rigorosamente chassidica e diventa un industriale di successo, distruggendo via via tutte le sue relazioni personali. lo scoppio della prima G. M., la riv. russa, la creazione di una seconda repubblica polacca lo mandano finanziariamente in rovina. Max è divorato dal desiderio di aver più successo del fratello gemello Jacob. Negli ultimi anni di vita si rende conto di essere sempre stato dominato dal'avidità e fa del suo meglio per ricostruire la famiglia che ha perduto . E' un romanzo storico sugli ebrei in polonia, la rivoluzione industriale, e l'inizio del comunismo. Inoltre è la storia di un uomo che fa quel che sa fare meglio e insegue falsi idoli , ideologie e gloria: Maz aspira ad essere chiamato il re di Lodz.

Chiostri di San Pietro (Reggio Emilia)

I Chiostri di San Pietro fanno parte di un importante complesso monastico del XVI secolo, situato nel centro storico di Reggio Emilia.

Il Chiostro piccolo di San Pietro con la cupola dell'omonima chiesa

Storia

Nel Medioevo i Benedettini avevano un monastero, dedicato a San Prospero, fuori dalle mura nella campagna a nord della città . Quando per esigenze militari fu abbattuta la torre nell'anno 1510, i monaci decisero di trasferirsi in luogo più sicuro. Nel 1513, una bolla di papa Leone X autorizzò l'acquisto di un ampio terreno entro le mura, subito a nord della Via Emilia. Nell'area sorgeva una piccola chiesa, ormai pochissimo frequentata, intitolata a san Pietro. Da questo derivò la doppia intitolazione del complesso monastico ai santi Pietro apostolo e Prospero vescovo (protettore della città di Reggio Emilia). Per il progetto dei nuovi edifici fu indetto un concorso da parte di una commissione di abati benedettini dei monasteri vicini; non è chiaro l'esito del concorso, ovvero l'identità dell'architetto che fornì il progetto poi realizzato. Sulla base di alcuni disegni e di somiglianze con edifici analoghi, si fa l'ipotesi di Alessio Tramello; quanto all'esecutore dei lavori, grazie ai documenti di spesa relativi all'opera, si ha la certezza che si trattò del reggiano Leonardo Pacchioni.

Vista della cupola dal Chiostro piccolo

I lavori iniziarono dal Chiostro piccolo; un contratto del 1524 impegna lo scultore Bartolomeo Spani detto il Clemente per l'esecuzione delle colonnine binate che lo caratterizzano. Nel 1537 risulta avvenuto il trasferimento nel nuovo monastero da quello vecchio fuori le mura. Erano già stati sottoscritti atti notarili relativi alla costruzione del Chiostro grande; nel 1541 i lavori per quest'ultimo iniziarono, affidati ai costruttori Alberto e Roberto Pacchioni (figlio e nipote di Leonardo). Intorno al 1550 fu necessaria una sospensione, poiché la vecchia chiesa di san Pietro occupava ancora parte dell'area prevista per il Chiostro. Si lavorò al dormitorio e ai locali accessori, non senza difficoltà che resero necessario rifare parte del nuovo edificio. Circa nel 1580 ripresero i lavori per il completamento del Chiostro grande, che comportarono la demolizione della vecchia chiesa, contemporanea all'apertura del cantiere della nuova grande chiesa sul lato occidentale del Chiostro piccolo. L'edificazione del Chiostro grande si concluse entro il 1622.

Porticato del Chiostro piccolo

Nel 1783 il monastero venne soppresso; da quell'anno in poi si succedettero diversi usi civili, che comportarono anche alterazioni degli edifici. Quando, dopo l'Unità, l'ex monastero fu adibito a caserma, si operarono interventi poco rispettosi dell'antica architettura. Il complesso rimase di proprietà del Demanio Militare fino circa al 2000, quando passò all'Amministrazione Comunale di Reggio Emilia. Un impegnativo intervento di restauro è ancora in corso (2020).

Chiostro grande durante i restauri

Descrizione

Chiostro piccolo

Chiostro piccolo

Il Chiostro piccolo, al quale anticamente si accedeva dalla chiesa attigua, è un edificio di raffinata semplicità, che costituisce un esempio di piena aderenza ai canoni rinascimentali. La superficie interna quadrata, al centro della quale vi è il pozzo, ha un lato di m. 13,78, che corrisponde all'altezza della costruzione: si definisce così uno spazio vuoto quasi perfettamente cubico. L'ambulacro è ricoperto da una volta a botte, e, agli angoli, da piccole cupole. Sono tuttora visibili frammenti della decorazione a fresco. Il portico è costituito da cinque campate per ogni lato, sostenute da coppie di colonnine, poste trasversalmente, di forma leggermente affusolata e coronate da capitelli dorici. Le colonnine, della cui esecuzione fu incaricato Bartolomeo Spani, scultore e orafo reggiano, sono alternativamente di marmo bianco e rosso di Verona; un segmento di trabeazione di marmo bianco funge da pulvino. Lo stesso gioco cromatico si incontra negli angoli del portico, con pilastrini quadrangolari di marmo finemente lavorato a rilievo.
La parte superiore presenta una superficie liscia, suddivisa simmetricamente in due fasce da sottili profili, che in basso sono tangenti alle arcate, al centro segnano la linea di davanzale delle finestre bifore, due per lato, affiancate da lesene di stile ionico e sormontate da timpani. Il terzo profilo, tangente al vertice dei timpani, definisce in alto le pareti. Infine, una semplice cornice di beccatelli sottolinea lo spiovente del tetto.

Chiostro grande

Il Chiostro maggiore ha il lato di misura doppia rispetto al minore, quindi la superficie interna è quadrupla. Il portico presenta cinque aperture per lato, che non raggiungono gli angoli. Verso gli angoli, infatti, le aperture sono sostituite da profonde nicchie contenenti statue. L'arcata centrale di ogni lato è di ampiezza e altezza superiore alle laterali; queste ultime presentano la tipica forma a serliana con le colonnine sormontate da capitelli ionici.

Corridoio e cortile del Chiostro grande

Nel piano superiore, ad ogni arcata corrisponde una nicchia con statua, affiancata da finestre con timpano. Si presenta dunque una successione di "vuoti" e "pieni": due finestre - una statua - due finestre, e così via, a partire dagli angoli, dove troviamo due finestre su ogni lato. Le pareti, in tutte le loro parti, sono caratterizzate da una lavorazione a bugnato, che, con l'alternarsi di bugne piatte e pulvinate, compone motivi vari anche intorno alle arcate e alle statue.

Cortile interno del Chiostro grande

La coerenza dell'impianto complessivo e le caratteristiche più evidenti, come le serliane e il bugnato, con evidenti somiglianze con Palazzo Te a Mantova, suggeriscono il nome di Giulio Romano, che è compatibile anche cronologicamente con la costruzione del chiostro, come progettista di quest'opera.
Diversamente dal consueto, vi è un marcato dislivello (quasi tre metri) tra il piano del portico e il piano dello spazio interno: si ha notizia di abbassamenti, operati a partire dal 1637, per liberare dall'umidità il sotterraneo. Si sono così messe a nudo le arcate di fondazione (otto per ogni lato), che non corrispondono all'andamento del portico sovrastante, e si è resa necessaria la costruzione di una scala in corrispondenza di una delle arcate maggiori.

Bibliografia

  • Manfredo Tafuri, L'Architettura del Manierismo nel Cinquecento europeo, Roma, 1966
  • Nerio Artioli, Bartolomeo Spani, orafo e scultore 1468-1539. Reggio Emilia, 1964
  • I chiostri benedettini di S. Pietro in Reggio : Reggio Emilia, novembre 1988. Interventi di Stefano Maccarini, Umberto Nobili, Franca Manenti Valli. - [S.l. : s.n.].
  • Bruno Adorni, Alessio Tramello, Electa, Milano, 1998. ISBN 88-435-6735-7.
  • Bruno Adorni, Elio Monducci (a cura di), I Benedettini a Reggio Emilia, 2 voll. Diabasis, Reggio Emilia, 2002. EAN: 9788881033508
  • Franca Manenti Valli, Oltre misura. Il linguaggio della bellezza nel monastero benedettino di San Pietro a Reggio Emilia, Franco Cosimo Panini, Modena, 2008. EAN: 9788857000084

Altri progetti

Collegamenti esterni

Progetti per il riuso del complesso benedettino