Matteo Messina Denaro

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Matteo Messina Denaro in una foto di repertorio

Matteo Messina Denaro (Castelvetrano, 26 aprile 1962) è un mafioso italiano, legato a Cosa nostra. Era soprannominato 'U siccu («il magro»), a causa della sua costituzione fisica, o anche Diabolik,[1] ed è considerato tra i latitanti più ricercati e pericolosi al mondo.[2] Capo e rappresentante indiscusso della mafia trapanese, risulta essere attualmente il boss più ricco e potente di tutta Cosa nostra, arrivando a esercitare il proprio potere ben oltre i confini della propria provincia, come in quelle di Agrigento e addirittura Palermo.[3] Per quanto tradizionalmente il potere assoluto sull'intera organizzazione non possa essere concentrato nelle mani di un padrino estraneo a Palermo, e sebbene dopo la morte di Salvatore Riina non vi siano più state prove di un'organizzazione piramidale di Cosa nostra, alcuni inquirenti si sono esplicitamente riferiti al latitante castelvetranese come all'attuale capo assoluto[4] Altre fonti, attualmente più realistiche, vedono il boss ormai esclusivamente alle prese con la propria latitanza, forse anche lontano dalla Sicilia, formalmente solo con il ruolo di referente mafioso della Provincia di Trapani ma senza un ruolo attivo all'interno di Cosa Nostra[5][6].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Messina Denaro è figlio di Francesco Messina Denaro, fratello di Patrizia Messina Denaro e zio di Francesco Guttadauro. Matteo Messina Denaro ricopre il ruolo di capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento. Negli anni successivi il collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio dichiarerà che si trattava di «un giovane rampante, anche se non è già capo, e suo padre gli ha dato un'ampia delega di rappresentanza del mandamento».[7] Insieme col padre, Messina Denaro svolgeva l'attività di fattore presso le tenute agricole della famiglia D'Alì Staiti, già proprietari della Banca Sicula di Trapani (il più importante istituto bancario privato siciliano) e delle saline di Trapani e Marsala.[7] Nel 1989 Messina Denaro venne denunciato per associazione mafiosa,[8] mentre nel 1991 si rese responsabile dell'omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina, che si era lamentato con la sua impiegata austriaca (che era anche l'amante di Messina Denaro) di «quei mafiosetti sempre tra i piedi»[9].

Nel 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver, procurati da Messina Denaro stesso[7]; qualche tempo dopo, però, il boss Salvatore Riina fece ritornare il gruppo di fuoco, perché voleva che l'attentato a Falcone fosse eseguito diversamente[10][11]. Nel luglio 1992 Messina Denaro fu tra gli esecutori materiali dell'omicidio di Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo), che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all'autorità di Riina; pochi giorni dopo, Messina Denaro strangolò barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi: i due cadaveri furono poi seppelliti nelle campagne di Castellammare del Golfo[12][13]. In seguito, Messina Denaro fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà, a Mazara del Vallo (14 settembre 1992)[14][15].

Dopo l'arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, insieme con i boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[16][17]; gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a danni al patrimonio artistico[18]. Nell'estate 1993, mentre avvenivano gli attentati dinamitardi, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme con i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e, da allora, si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza: infatti nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori[7][19].

Nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci; infine, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido[20]. Nel 1994 Messina Denaro organizzò un attentato dinamitardo contro il pentito Totuccio Contorno, insieme con Giovanni Brusca[21]; tuttavia l'esplosivo, collocato in una cunetta ai lati di una strada nei pressi di Formello, dove Contorno passava abitualmente, venne scoperto dai Carabinieri, avvertiti dalla telefonata di un cittadino, insospettito da alcuni movimenti strani[22].

Nel 1998, dopo la morte del padre Francesco (stroncato da un infarto durante la latitanza), Messina Denaro è diventato capomandamento di Castelvetrano e anche rappresentante mafioso della provincia di Trapani[23].

Indagini sulla latitanza[modifica | modifica wikitesto]

Il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ha dichiarato che nel 1994 Messina Denaro si recò nella clinica oculistica Barraquer di Barcellona, in Spagna, per curare una forte miopia che lo aveva condotto a una forma di strabismo[19]. Nel 2004 il SISDE tentò di individuare Messina Denaro attraverso Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano già inquisito per associazione mafiosa), sfruttando le numerose conoscenze che Vaccarino aveva negli ambienti vicini a Cosa Nostra; infatti l'ex sindaco, per conto del SISDE, riuscì a stabilire un contatto con Messina Denaro proponendogli numerosi investimenti negli appalti pubblici per attirarlo in trappola: le comunicazioni con il latitante avvenivano attraverso pizzini in cui Messina Denaro usava lo pseudonimo di "Alessio" mentre Vaccarino quello di "Svetonio"; l'ex sindaco riuscì anche a prendere contatti con il boss Bernardo Provenzano attraverso il nipote Carmelo Gariffo[24]. L'11 aprile 2006, nel casolare di Corleone dove venne arrestato Provenzano, gli inquirenti trovarono numerosi pizzini mandati da "Alessio", nei quali si parlava degli investimenti proposti da Vaccarino ma anche di altri affari in attività lecite, come l'apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di benzina nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani[7]. In seguito all'arresto di Provenzano, Messina Denaro interruppe la corrispondenza con Vaccarino, inviandogli un ultimo pizzino in cui gli raccomandava "di condurre una vita trasparente in modo da non essere coinvolto nelle indagini"[24].

Nel giugno 2009 gli agenti del Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo condussero l'indagine denominata "Golem", che portò all'arresto di tredici persone tra mafiosi e imprenditori trapanesi, accusati di favorire la latitanza di Messina Denaro fornendogli documenti falsi ma anche di gestire estorsioni e traffico di stupefacenti per conto del latitante[25]. Successivamente, nel marzo 2010 la DDA di Palermo coordinò l'indagine "Golem 2", condotta sempre dagli agenti dal Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo, che portò all'arresto di altre diciannove persone a Castelvetrano, accusate di aver compiuto estorsioni e incendi dolosi per conto di Messina Denaro ai danni di imprenditori e politici locali; tra gli arrestati figurarono anche il fratello del latitante, Salvatore Messina Denaro, e i suoi cugini Giovanni e Matteo Filardo[26][27].

Il 27 luglio 2010 il collaboratore di giustizia Manuel Pasta dichiarò che Messina Denaro, nonostante le estenuanti ricerche e gli arresti attorno a lui, avrebbe visto con alcuni mafiosi palermitani la partita di calcio Palermo-Sampdoria, giocata in casa allo stadio Renzo Barbera il 9 maggio 2010. La partecipazione all'incontro sportivo sarebbe stata solo una parte di un incontro tra il latitante e altri capi della provincia per discutere sull'organizzazione di nuovi attentati dinamitardi contro il palazzo di giustizia e la squadra mobile di Palermo, in risposta ai numerosi arresti contro esponenti mafiosi[28][29]. Inoltre nel 2010 Messina Denaro è stato inserito dalla rivista Forbes nell'elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo[2].

Nel 2015 l'emittente Radio Onda Blu fornisce le immagini satellitari della sua presunta abitazione a Baden, in Germania, e della sua auto.[30][31] Tuttavia in seguito a questo fatto non si sono avute conferme né smentite ufficiali. Salvatore Rinzivillo, arrestato in un'operazione coordinata dalle Procure antimafia di Roma e Caltanissetta,[32] era stato pedinato e si è visto che si recava a Castelvetrano, il paese di Messina Denaro, dove ha incontrato un uomo che non è stato identificato ma che risponde alla descrizione di Messina Denaro. Non è stato possibile comunque risalire all'identità di questa persona, che potrebbe rappresentare quindi una svolta positiva nelle indagini o un altro binario morto. Tuttavia l'indagine ha portato un risultato positivo, perché ha condotto all'arresto dell'agente dei Servizi segreti Marco Lazzari, che stava proteggendo la latitanza di Matteo Messina Denaro.[33]

La Direzione Investigativa Antimafia ha sequestrato alcune società riconducibili a Gianfranco Becchina, che era stato indagato per traffico di reperti archeologici.[34] Tra i beni sequestrati risulta anche un'ala del castello di Castelvetrano di Federico II del 1239, divenuto Palazzo ducale dei principi Pignatelli. Poche ore dopo il sequestro, scoppia un incendio nell'ala del palazzo appena sequestrato e alcuni documenti vengono distrutti. In seguito a ciò è stata avviata un'indagine.[35]

Il 13 marzo 2018 viene annunciato l'arresto, da parte di carabinieri e DIA, di 12 capimafia e gregari che avrebbero provveduto al mantenimento di Matteo Messina Denaro.[36]

Il 29 ottobre 2018 la polizia arresta Leo Sutera, amico di Matteo Messina Denaro e considerato il capo della mafia di Agrigento. Leo Sutera era già stato arrestato nel 2012, ma l'arresto aveva suscitato forti polemiche, perché si riteneva che continuando a sorvegliarlo, come si stava già facendo da due anni, Sutera avrebbe condotto le forze dell'ordine allo stesso Matteo Messina Denaro, con il quale aveva affermato di essersi incontrato poco prima. All'epoca i carabinieri volevano continuare a sorvegliare Sutera, mentre la polizia guidata dal procuratore capo di Palermo Francesco Messineo decise di arrestarlo.[37][38]

Un pentito ha affermato che il latitante si sarebbe sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica al volto, per non essere riconoscibile. L'intervento sarebbe avvenuto in Piemonte o in Valle D'Aosta.[39] Un informatore ha invece affermato al contrario che Matteo Messina Denaro si è fatto la plastica in Bulgaria, sia al volto sia ai polpastrelli, per non essere riconoscibile. Inoltre ha sostenuto che il latitante ha problemi di salute: non ci vede quasi più ed è in dialisi. Il testimone ha raccontato che Messina Denaro si è recato più volte a Pisa e a Lamezia Terme, e che sarebbe protetto dalla 'ndrangheta. Sul suo racconto ha indagato la Procura distrettuale antimafia di Firenze.[40] Lo stesso informatore ha portato i magistrati a dire: «si può senza dubbio affermare come i soggetti indagati hanno costruito una stabile organizzazione finalizzata a compiere molteplici fatti illeciti.» [...] «L’organizzazione è ben radicata sul territorio nazionale, in primis in Toscana e in Calabria, e si avvale senza dubbio di soggetti che hanno contatti con l’estero, quantomeno Svizzera, Germania e Nord Africa». [...] «allo stato attuale delle indagini è emerso che al di sopra dei soggetti indagati ed intercettati vi è una figura non ancora identificata, la quale viene spesso menzionata durante le conversazioni.»[41]

La sua latitanza è stata finanziata anche con il gioco d'azzardo, praticato in Sicilia e a Malta, dove l'imprenditore Carlo Cattaneo, attivo a Castelvetrano, il paese natale di Messina Denaro, si è recato più volte.[42]

Messina Denaro ha legami anche con il Venezuela, dove alcune persone legate al latitante hanno gestito i suoi interessi.[43]

Il 16 aprile 2019, nell'ambito delle indagini sulla latitanza di Messina Denaro, vengono arrestati due carabinieri con l'accusa di favoreggiamento alla mafia, inoltre viene arrestato Antonio Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, [44] già arrestato nel 1992 per traffico di droga.[45]

A marzo del 2019 viene scoperta una loggia massonica a Castelvetrano, paese natale del boss e di firferimento del clan mafioso[46], operazione alla quale segue a novembre un blitz antidroga a Palermo, nel quale viene arrestato Antonio Messina, ex avvocato radiato dall'albo e massone trapanese di lungo corso, che teneva i contatti con la criminalità siciliana radicata nel milanese[47][48] nell'ambito di un traffico di hashish organizzato fra la Spagna, Milano e la Sicilia.[49]

Legami con la politica e l'imprenditoria[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori e l'ex senatore Vincenzo Garraffa[50], nel 1994 Messina Denaro si attivò per fare votare Antonio D'Alì (rampollo della famiglia D'Alì Staiti per la quale il padre aveva lavorato), candidato nelle liste del Popolo della Libertà, per l'allora nuovo movimento politico "Forza Italia": infatti alle elezioni politiche del marzo quell'anno D'Alì risultò eletto al Senato con 52 000 voti nel collegio senatoriale di Trapani-Marsala, e venendo rieletto per altre tre legislature[7], mentre nel territorio del mandamento di Messina Denaro (collegio Mazara-Castelvetrano) fu eletto Ludovico Corrao. D'Alì nel 2001 venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell'Interno nei Governi Berlusconi II e III fino al 2006[51].

Sinacori dichiarò inoltre che «era risaputo che i D'Alì con i Messina Denaro erano in buoni rapporti, se qualcuno aveva bisogno, poteva andare a chiedere ai Messina Denaro di intercedere»[52]; tuttavia la famiglia D'Alì Staiti si difese dichiarando che licenziarono Messina Denaro dopo aver saputo che si era reso latitante[7]. Un altro collaboratore di giustizia, Francesco Geraci (ex gioielliere e mafioso di Castelvetrano), dichiarò che nel 1992 Antonio D'Alì cedette alcuni suoi terreni nei pressi di Castelvetrano a Messina Denaro, il quale li regalò al boss Salvatore Riina; il prestanome della transazione fu Geraci stesso. Inoltre nel 1998 i documenti acquisiti dalla Commissione Parlamentare Antimafia fecero emergere che nel 1991 Messina Denaro (all'epoca ufficialmente agricoltore) aveva percepito un'indennità di disoccupazione di quattro milioni di lire attraverso Pietro D'Alì, fratello di Antonio[7]. Nell'ottobre 2011 la procura di Palermo chiese il rinvio a giudizio nei confronti del senatore D'Alì per concorso esterno in associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con Messina Denaro e altri mafiosi della provincia di Trapani, sempre smentiti pubblicamente dal senatore[53]; il 30 settembre 2013 D'Alì venne assolto soltanto per i fatti successivi al 1994 mentre i giudici dichiararono la prescrizione per quelli precedenti, nonostante l'accusa avesse chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi di carcere[54].

Nel 2007 venne arrestato l'imprenditore Giuseppe Grigoli, proprietario dei supermercati Despar nella Sicilia occidentale, il quale era accusato di essere favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro, che investiva denaro sporco nei suoi supermercati[55]; nel 2011 Grigoli venne condannato a dodici anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco mentre nel settembre 2013 il tribunale di Trapani dispose la confisca di società, terreni e beni immobiliari di proprietà di Grigoli dal valore di 700 milioni di euro[56][57][58].

Nel 2010 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo mise sotto sequestro numerose società e beni immobili dal valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, le quali appartenevano all'imprenditore alcamese Vito Nicastri, ritenuto vicino a Messina Denaro: tra il 2002 e il 2006 Nicastri aveva ottenuto il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici e secondo gli inquirenti il suo patrimonio sarebbe frutto del reinvestimento di denaro sporco[59][60].

Il 12 marzo 2012 la Direzione Investigativa Antimafia di Trapani chiese il sequestro del patrimonio dell'imprenditore Carmelo Patti, proprietario della Valtur, considerato anch'egli favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro[61]; il sequestro di oltre un miliardo e mezzo di euro[62] è stato eseguito nel novembre 2018. Nel dicembre 2012 un'indagine coordinata dalla DDA di Palermo e condotta dai Carabinieri portò all'arresto di sei persone, tra cui l'imprenditore Salvatore Angelo, il quale era accusato di investire il denaro sporco di Messina Denaro nella costruzione di parchi eolici fra Palermo, Trapani, Agrigento e Catania, destinando una percentuale degli affari al latitante; inoltre nelle telefonate intercettate dai Carabinieri, Salvatore Angelo si vantava di essere amico di Messina Denaro[63]. Il 28 novembre 2013 il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè riferì che l'archivio di Totò Riina, che fu trafugato dal covo del boss nel 1993 dopo il suo arresto, è in parte nelle mani di Matteo Messina Denaro, vero e proprio pupillo del boss corleonese[64].

Il 6 dicembre 2013 la DIA sequestra all'imprenditore palermitano Mario Niceta, settantunenne, presunto prestanome del boss Messina Denaro, 50 milioni di euro in immobili e quote di società operanti nel settore della vendita di abbigliamento e preziosi. A incastrarlo, i pizzini ritrovati nel covo di Bernando Provenzano. Pizzini in cui Messina Denaro faceva riferimento a un certo "Massimo N."[65]. Il 13 dicembre 2013 vengono arrestati 30 fiancheggiatori di Messina Denaro nell'ambito dell'operazione "Eden" nella provincia di Trapani. Negli arrestati figurano anche la sorella del boss Patrizia Messina Denaro e il nipote prediletto ventinovenne Francesco Guttadauro.[66] Secondo il procuratore aggiunto Teresa Principato, dopo questa operazione il cerchio attorno al capo della mafia si è ristretto e dunque ora dopo l'arresto dell'intera famiglia, il boss è solo.

Esponenti di una cosca vicina a Matteo Messina Denaro sono stati arrestati per aver trasferito in Sicilia una somma di denaro guadagnata con l'allestimento di alcuni stand dell'EXPO di Milano del 2015.[67]

Le indagini hanno portato a indagare anche il vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona[68][69]. Anche a San Marino si è trovato un legame: un professionista ha avuto contatti email con uno stretto collaboratore di Matteo Messina Denaro.[70][71]

Il caso Saverio Masi[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio del 2013 il maresciallo capo dei carabinieri Saverio Masi ha presentato una denuncia alla procura di Palermo contro i suoi superiori, asserendo che nel 2004, quando prestava servizio al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Palermo, individuò per la strada il superboss latitante Messina Denaro, a bordo di una utilitaria, e di averlo seguito fino all'ingresso di una villa. Ma una volta denunciato il fatto ai superiori, questi gli avrebbero intimato di non proseguire nelle indagini. Per gli stessi fatti - tra gli altri - Masi è stato a sua volta denunciato per calunnia alla Procura della Repubblica di Palermo dagli ufficiali da lui accusati.

Il 24 aprile 2015 il maresciallo Masi è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per i reati di falso materiale e tentata truffa aggravata, in relazione al tentativo di ottenere l'annullamento di una contravvenzione stradale. In conseguenza di tale vicenda, nel dicembre 2008 venne trasferito dal Nucleo Investigativo. Oggi Masi è capo scorta del pubblico ministero Nino Di Matteo.[72]

Nel febbraio 2016, al termine delle indagini svolte, la Procura della Repubblica di Palermo ha richiesto al GIP l'archiviazione tanto delle accuse di Masi contro i suoi superiori, poiché prive di riscontri, sia dell'opposta ipotesi di calunnia, per mancanza dell'elemento psicologico.[73][senza fonte]

Ad aprile 2017 il GIP del Tribunale di Palermo, ha accolto solo in parte le richieste della Procura e, nel disporre l'archiviazione della posizione degli ufficiali accusati dal Masi, ha ordinato alla Procura l'imputazione coatta di quest'ultimo per le ipotesi di calunnia e diffamazione dei suoi superiori. Per fatti collegati, il maresciallo Masi è altresì imputato per diffamazione sia innanzi al Tribunale di Roma, sia a quello di Bari.[73][senza fonte]

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Secondo gli inquirenti, tra il 1994 e il 1996 Messina Denaro trascorse la sua latitanza tra Aspra e Bagheria, ospitato dalla sua compagna Maria Mesi, con cui andò in vacanza in Grecia sotto il falso nome di "Matteo Cracolici"[7]. Paola e Francesco Mesi, sorella e fratello di Maria, erano stati assunti nella clinica di Bagheria dell'ingegnere Michele Aiello (ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano): in particolare Paola Mesi era segretaria personale di Aiello e amministratrice unica della Selda s.r.l., società riferibile ad Aiello stesso[74]; inoltre Messina Denaro era cognato di Filippo Guttadauro (fratello del medico Giuseppe, capomandamento di Brancaccio-Ciaculli), che ne aveva sposato la sorella Rosalia.

Nel 2000 la polizia arrestò Maria Mesi e trovò alcune lettere d'amore che aveva scambiato con il latitante: per queste ragioni l'anno successivo venne condannata a tre anni di carcere per favoreggiamento insieme con il fratello Francesco[75]. Inoltre nel luglio 2006 gli inquirenti trovarono altre lettere d'amore di Maria Mesi a casa di Filippo Guttadauro,[76] che aveva incarico di consegnarle al cognato Messina Denaro[77].

Nel 1995 Messina Denaro aveva già avuto una figlia da una precedente relazione con la castelvetranese Francesca Alagna, che dopo il parto andò a vivere insieme con la madre del latitante[7]. In una lettera destinata a un amico, sequestrata dagli inquirenti, Messina Denaro rivelò di non aver mai conosciuto questa figlia[1]. Nel 2013 il settimanale L'Espresso pubblicò un servizio, nel quale rivelava che la figlia del latitante aveva lasciato la casa della nonna paterna insieme con la madre, perché voleva vivere lontana da quella famiglia[78].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Giorgio Dell'Arti, Matteo Messina Denaro, Cinquantamila.it, 30 ottobre 2014. URL consultato il 7 maggio 2019 (archiviato il 4 marzo 2016).
  2. ^ a b (EN) The World's 10 Mos t Wanted Fugitives - Matteo Messina Denaro, Forbes, 14 giugno 2011. URL consultato l'8 maggio 2019 (archiviato il 17 ottobre 2011).
  3. ^ Riccardo Lo Verso, "Messina Denaro ha scelto i capi" Galatolo e la mafia di Palermo, Live Sicilia. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviato il 13 aprile 2019).
  4. ^ Rino Giacalone, "Date 30 anni a Messina Denaro" Il pm: "Il capo assoluto è lui", Livesicilia, 5 luglio 2013. URL consultato l'8 luglio 2019 (archiviato il 6 luglio 2018).
  5. ^ Messina Denaro, ”capo” in discesa. La Dia: «Cosa Nostra trapanese gli è fedele», La Valle dei Templi, 16 febbraio 2019. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviato il 7 luglio 2019).
  6. ^ Mafia Cortese: "Matteo Messina Denaro senza ruolo", CorriereAgrigentino.it, 12 gennaio 2019. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviato il 7 luglio 2019).
  7. ^ a b c d e f g h i j Matteo Messina Denaro il "Re" di Trapani Archiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  8. ^ Messina Denaro, per la Dia in difficoltà, Alpa Uno, 28 febbraio 2013. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviato il 7 luglio 2019).
    «La carriera mafiosa di Matteo Messina Denaro inizia ufficialmente nel 1989, quando viene denunciato per associazione mafiosa».
  9. ^ Enrico Bellavia, Da boss spietato a mediatore il nuovo volto di Messina Denaro, la Repubblica, 15 aprile 2006. URL consultato il 10 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  10. ^ Audizione del procuratore Sergio Lari dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA (PDF), Parlamento della Repubblica Italiana. URL consultato il 10 luglio 2019 (archiviato il 31 marzo 2019).
  11. ^ Processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF), www.misteriditalia.it. URL consultato il 10 luglio 2019 (archiviato il 14 dicembre 2018).
  12. ^ Maurizio Torrealta e Giorgio Mottola, Processo allo stato, 2012
  13. ^ ' SONO MOSTRI, BARBARI ANTONELLA ERA INCINTA E L' HANNO UCCISA', la Repubblica, 21 dicembre 1993. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 14 dicembre 2018).
  14. ^ Rino Giacalone, Cosa nostra e il fallito attentato al commissario Rino Germana', ANTIMAFIADUEMILA, 14 settembre 2008. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 14 dicembre 2018).
  15. ^ Saverio Lodato, Quarant'anni di mafia: Storia di una guerra infinita, 2008
  16. ^ Le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia - Atti del processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF) (archiviato dall'url originale il 27 dicembre 2013).
  17. ^ I pentiti del terzo millennio Archiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  18. ^ Autobombe '93, per l'accusa ergastoli da confermare, la Repubblica, 2 dicembre 2000. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
    «la strategia di attacco terroristico al patrimonio culturale del Paese sarebbe stata decisa dai vertici di Cosa Nostra già alla fine del '92».
  19. ^ a b Da diciotto anni alla macchia tra Sicilia, Spagna e Sudamerica, la Repubblica Inchieste, 12 ottobre 2011. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  20. ^ Paola Bellone, Biografia di Santino Di Matteo, Cinquantamila.it, 28 aprile 2014. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato dall'url originale il 24 gennaio 2018).
  21. ^ Il boss Raccuglia, voleva uccidere Contorno Archiviato il 29 ottobre 2013 in Internet Archive. Rainews.it
  22. ^ Trappola esplosiva per Contorno Corriere della Sera
  23. ^ Una nuova Cosa Nostra Archiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  24. ^ a b Le grandi manovre Archiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  25. ^ Mafia, tredici arresti a Trapani coprivano il boss Messina Denaro, la Repubblica, 16 giugno 2009. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  26. ^ Mafia, operazione con 19 arresti a Trapani anche il fratello di Matteo Messina Denaro, la Repubblica, 15 marzo 2010. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  27. ^ Alessandra Ziniti, Una rete di uomini fidatissimi e regole ferree per la latitanza di Matteo Messina Denaro, la Repubblica, 15 marzo 2010. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  28. ^ Salvo Palazzolo, "Il latitante Messina Denaro allo stadio per Palermo-Samp", la Repubblica, 27 luglio 2010. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  29. ^ MAFIA: PENTITO, MESSINA DENARO ALLO STADIO PER PALERMO-SAMP, ANSA, 27 luglio 2010. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 23 settembre 2015).
  30. ^ Una radio privata: "Messina Denaro in Germania". Cauti gli investigatori, la Repubblica, 17 ottobre 2015. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 26 febbraio 2016).
  31. ^ Una radio privata: "Matteo Messina Denaro è in Germania", Rai News24, 19 ottobre 2015. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019).
  32. ^ Giovanni Bianconi e Redazione Roma, Roma, arrestati il boss Salvatore Rinzivillo e altri 36 del clan mafioso, Corriere della Sera, 4 ottobre 2017. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 15 gennaio 2018).
  33. ^ Messina Denaro, lo 007 svelò l'indagine, la Repubblica, 6 ottobre 2017. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 16 ottobre 2017).
  34. ^ Rino Giacalone, Mafia, sequestrati beni a un mercante d’arte: “Aveva legami con il boss Messina Denaro”, La Stampa, 16 novembre 2017. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019).
  35. ^ Salvo Palazzolo, "Messina Denaro finanziato da un mercante d'arte". La Dia sequestra il patrimonio di Becchina, la Repubblica, 15 novembre 2017. URL consultato il 12 luglio 2019.
  36. ^ Mafia: soldi clan per latitanza Messina Denaro, ANSA, 13 marzo 2018. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 9 marzo 2019).
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  69. ^ Antonio Massari, Unicredit, la Cassazione riabilita l’indagine su Palenzona. I pm: “Favorì società vicine a Messina Denaro”, il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2016. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019).
    «La Corte resuscita l’indagine, con una sentenza dura bastona il Tribunale del Riesame che aveva stroncato l’intera inchiesta: “I giudici sono andati ben oltre i propri compiti”».
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  73. ^ a b Mafia, Carabiniere trova Messina Denaro ma viene bloccato “non vogliamo prenderlo”, Cronaca.news, 17 marzo 2019. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviato il 7 luglio 2019).
    «Nel febbraio 2016, al termine delle indagini svolte, la Procura della Repubblica di Palermo ha richiesto al GIP l’archiviazione tanto delle accuse di Masi contro i suoi superiori, poiché prive di riscontri, sia dell’opposta ipotesi di calunnia, per mancanza dell’elemento psicologico. [...] Ad aprile 2017 il GIP del Tribunale di Palermo, ha accolto solo in parte le richieste della Procura e, nel disporre l’archiviazione della posizione degli ufficiali accusati dal Masi, ha ordinato alla Procura l’imputazione coatta di quest’ultimo per le ipotesi di calunnia e diffamazione dei suoi superiori. Per fatti collegati, il maresciallo Masi è altresì imputato per diffamazione sia innanzi al Tribunale di Roma, sia a quello di Bari.».
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