Riserva naturale parziale Selva del Lamone

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Riserva naturale Selva del Lamone
Tipo di areaRiserva naturale regionale, SIC
Codice WDPA178845
Codice EUAPEUAP0276
Class. internaz.IT6010013
StatiItalia Italia
Regioni  Lazio
Province  Viterbo
Superficie a terra2.002,00 ha
Provvedimenti istitutiviL.R. 45,12.09.94
GestoreComune di Farnese
PresidenteMassimo Biagini
Mappa di localizzazione
Sito istituzionale
Coordinate: 42°34′26.4″N 11°42′23.4″E / 42.574°N 11.7065°E42.574; 11.7065

La riserva naturale Selva del Lamone è un'area naturale protetta situata nel comune Farnese, nella provincia di Viterbo e al confine con la Toscana. La riserva occupa una superficie di 2.002 ettari ed è stata istituita nel 1994[1].

Nel 2005 la Selva del Lamone e la contigua zona detta Il Crostoletto sono state proposte come siti di importanza comunitaria, con D.M. 25 marzo 2005[2].

Al suo interno si trova l'area archeologica di Rofalco.

Fauna[modifica | modifica wikitesto]

Le specie più comuni sono la volpe, la faina e il gatto selvatico, ma il re incontrastato di questo territorio è il cinghiale, affiancato dall'istrice e dalla lepre. Molto diffuso è anche il Picchio Rosso maggiore (simbolo della riserva); tra i rettili è facile incontrare l'Aspide (Vipera aspis).

Flora[modifica | modifica wikitesto]

La zona è caratterizzata da boschi di querce a tratti impenetrabili, cerreti (Quercus cerris), cerro-sugherete (Quercus crenata) e leccete (Quercus ilex); numerosa la presenza di aceri e carpini. Arbusti ed essenze aromatiche, muschi e licheni crescono sull'antica lava vulcanica di 50.000 anni fa del vulcano Vulsinio che emerge in grandi rocce nella selva. Coltivi agricoli detti "roggi".[3]


Siti archeologici nel territorio della Riserva[modifica | modifica wikitesto]

  • Sorgenti della Nova, abitato dell'etá del Bronzo finale.
  • Tomba del Gottimo, tomba a camera etrusca.
  • Rofalco, fortezza tardo etrusca.
  • Chiesa di Santa Maria di Sala, sorta in epoca longobarda come monastero, forse da parte dei monaci del monastero di San Colombano di Ischia di Castro, e ricostruita nel XII secolo, quando il vescovo di Castro, diocesi di appartenenza di S. Maria, chiamò i monaci cistercensi dell'abbazia di Santa Maria di Staffarda in Piemonte. Il complesso venne abbandonato nel 1257 e ne rimase solo la chiesa. L'edificio è stato restaurato fra il 2013 ed il 2014[4][5][6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]