Persefone (Rossetti)

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Persefone
Dante Gabriel Rossetti - Proserpine.JPG
AutoreDante Gabriel Rossetti
Data1874
Tecnicaolio su tela
Dimensioni125,1×61 cm
UbicazioneTate Britain, Londra

Persefone è un dipinto a olio su tela (125,1×61 cm) di Dante Gabriel Rossetti, realizzato nel 1874 e conservato nella Tate Britain di Londra.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Dante Gabriel Rossetti, Ottava versione della Persefone (1882), galleria d'arte di Birmingham

Dopo la morte dell'amata moglie Elizabeth Siddal Rossetti si orientò definitivamente verso la ritrattistica femminile. In questo dipinto, realizzato nel Capodanno del 1874 (come ricordato dal cartiglio in basso), sceglie di ritrarre Jane Burden, moglie di William Morris e sua amante, nelle vesti di Persefone, regina dell'oltretomba insieme al consorte Ade. La figura di Persefone ritorna ossessivamente nella produzione pittorica di Rossetti (fra il 1872 e il 1882 fu visitata ben otto volte) e intende probabilmente alludere alla tragicità del suo matrimonio.[1]

Come sottolineato dal Rossetti in una lettera, Persefone è ritratta come una vera imperatrice dell'Ade, mentre posa «in un oscuro corridoio della reggia». La dea, ripresa a mezzo busto, è ammantata in una veste blu e presenta un'espressione pensosa, quasi mesta: il suo sguardo è molto penetrante e trasmette un'emozione intensissima, come se vedesse un qualcosa che va oltre l'osservatore. Il corpo è volto di lato, il viso è rappresentato a tre quarti, la pelle è diafana e i lineamenti sono affilati e precisi, quasi aristocratici. La fulgente chioma di capelli bruni sembra quasi imprigionare l'esile volto della dea, in cui risalta la bocca, che con il suo rosso riprende il colore del melograno, così come l'acquamarina degli occhi è un vero e proprio pendant cromatico dell'azzurro della veste.[1]

Tra le mani Persefone regge un melograno appena sbocconcellato: si tratta di un simbolo di amore e fedeltà coniugale, ma anche di prigionia, siccome - come narra il mito - fu proprio questo frutto a negarle la possibilità di tornare stabilmente nel mondo dei vivi. Un risalto murario a sinistra della fanciulla sostiene un incensiere spento, «attributo di divinità», che richiama la dimensione spirituale di Persefone (associata dagli antichi all'immortalità dell'anima),[2] mentre sul muro posteriore si inerpica un ramo di edera, «simbolo della memoria che avvince». La scena è immersa in un buio profondo, rischiarata esclusivamente da un quadrato luminoso alle spalle della dea che, come spiega l'artista, simboleggia la luce del mondo superiore, la quale filtra «da un'apertura improvvisamente dischiusa».[1]

L'amore che Rossetti prova per la civiltà italiana è ribadito anche in questo quadro. In alto a destra, infatti, è riportato un componimento poetico scritto dallo stesso artista, riposto all'interno di un cartiglio e dedicato a Proserpina e alla sua infelice condizione esistenziale:

« Lungi è la luce che in sù questo muro / Rifrange appena, un breve istante scorta / Del rio palazzo alla soprana porta. / Lungi quei fiori d’Enna, O lido oscuro, / Dal frutto tuo fatal che ormai m’è duro. / Lungi quel cielo dal tartareo manto / Che qui mi cuopre: e lungi ahi lungi ahi quanto / Le notti che saran dai dì che furo. / Lungi da me mi sento; e ognor sognando / Cerco e ricerco, e resto ascoltatrice; / E qualche cuore a qualche anima dice, / (Di cui mi giunge il suon da quando in quando, / Continuamente insieme sospirando,) – / “Oimè per te, Proserpina infelice! »

(Dante Gabriel Rossetti[1])

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Giorgio Cricco, Francesco Di Teodoro, Il Cricco Di Teodoro, Itinerario nell’arte, Dal Barocco al Postimpressionismo, Versione gialla, Bologna, Zanichelli, 2012, p. A151.
  2. ^ Francesco Morante, Proserpina, su francescomorante.it. URL consultato il 9 febbraio 2017.

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