Native advertising

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Il Native advertising è una forma di pubblicità sul world wide web che, per generare interesse negli utenti, assume l'aspetto dei contenuti del sito sul quale è ospitata. L'obiettivo è riprodurre l'esperienza-utente del contesto in cui è posizionata sia nell'aspetto che nel contenuto. Al contrario della pubblicità tradizionale, che distrae il lettore dal contenuto per comunicare un messaggio, il native advertising cala completamente la pubblicità all'interno di un contesto senza interrompere l'attività dell'utente, poiché assume le medesime sembianze del contenuto, diventandone parte, amplificandone il significato e catturando l'attenzione del potenziale consumatore.

Nello specifico, il Native Advertising è un metodo pubblicitario contestuale che ibrida contenuti e annunci pubblicitari all'interno del contesto editoriale dove essi vengono posizionati (sia dal punto di vista grafico sia dal punto di vista della linea editoriale), indicando chiaramente chi è l'inserzionista che 'sponsorizza' tale contenuto. È distante dal Pubbliredazionale, che invece cerca di mascherare contenuti pubblicitari come articoli editoriali su prodotti o servizi.[1]

In un articolo sulla prestigiosa Harvard Business Review, l'esperto di marketing Mitch Joel[2] ha definito la Native Advertising come "un formato pubblicitario creato specificamente per un determinato media sia dal punto di vista del formato tecnico sia dal punto di vista del contenuto (la creatività)". L'obiettivo finale è quello di rendere l'annuncio pubblicitario meno intrusivo in modo che non interrompa la fruizione del contenuto che l'utente sta guardando, così da aumentare la percentuale di click e interazioni sull'annuncio.[3]

I formati più noti di Native Advertising sono probabilmente i cosiddetti In-Feed Units quali i promoted tweets di Twitter[4] o i promoted posts di Facebook[5].

L'approccio del Native Advertising ricorda in parte il Content marketing, anche se per quest'ultimo il fine è informativo piuttosto che promozionale. Lo sviluppo di internet e in particolare dei social media, ha modificato profondamente il rapporto tra consumatori e brand, per i quali la tradizionale strategia di marketing, denominata "interruption marketing", non è più efficace.

Nell'estate del 2008 Gruner + Jahr è il primo gruppo ad investire in maniera importante in questo settore con l'acquisizione di Ligatus per 18.75M di euro.

Negli Stati Uniti d'America esistono piattaforme di Native Advertising che servono siti differenti come ad esempio Nativo[6] e Sharethrough[7] oppure piattaforme proprietarie come Forbes' Brandvoice™[8] e WP BrandConnect[9] del Washington Post. Anche il The New York Times, nella nuova veste grafica online dall'8 gennaio 2013, ha iniziato a sperimentare il native advertising con articoli sponsorizzati da Dell.[10]

Nel Dicembre 2013 lo IAB, dopo aver costituito a Giugno una task force[11], pubblica un primo documento ufficiale sul Native Advertising - Native Advertising Playbook[12] - che raggruppa in sei categorie gli annunci più diffusi (in Italia, il documento, chiamato Native Advertising – The Art of Making, è stato presentato in occasione dello IAB Seminar tenutosi a Milano in data 15 aprile 2015[13]).

Il 27 gennaio 2014 è stato presentato Multimag, un nuovo formato di comunicazione digitale nato della partnership tra la concessionaria Manzoni e la Condé Nast, che permetterà agli inserzionisti di sponsorizzare i contenuti editoriali.[14]

A Febbraio 2015 IAB UK ha pubblicato un documento di linee guida per aumentare la trasparenza del Native Advertising.[15]

Il 15 aprile 2015 si è tenuto uno IAB Seminar a Milano sul tema Native Advertising, moderatore Marco Montemagno.[16]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]