Marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l'ombrello

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Rappresentazione agreste del mese di marzo

Marzo pazzarello guarda il sole e prendi l'ombrello, è un proverbio popolare, che tende a sottolineare la variabilità del tempo meteorologico, relativa a questo periodo dell'anno.

Marzo pazzarello[modifica | modifica wikitesto]

« Marzo pazzarello
guarda il sole e prendi l'ombrello
 »

La letteratura popolare offre un numero piuttosto vasto di proverbi, provenienti da tutte le regioni d'Italia, aventi come comune denominatore il vento. Il vento di questo periodo dell'anno possiede ancora, a tratti, caratteristiche invernali, ma nello stesso tempo è già primaverile. L'alternanza di sole e di pioggia, l'incerto passaggio dal freddo al caldo è una condizione ottimale per la campagna, in quanto stimola la vegetazione con gradualità, sospinge alcuni fenomeni naturali, come ad esempio il consolidamento della radice e lo sboccio della gemma, evitando che possano esporsi inavvertitamente al gelo, talvolta ancora presente in questo periodo.[1]

Breve rassegna[modifica | modifica wikitesto]

« Marzo
sole e guazzo
 »
« Marzo muta sette berrette al giorno »
« Marzo ha comprato la pelliccia a sua madre
e tre giorni dopo l'ha venduta
 »
« Marzo non ha un dì come l'altro »
« Marzo vuol far le sue »
« Se marzo entra come un leone, esce come un agnello »

Proverbi dialettali[modifica | modifica wikitesto]

« Marzo l'è fio d'ona baltrocca
ora el piov, ora el fioca
ora el tira vent, ora el fa bel temp.
 »
(dialettale milanese)

("Marzo è figlio di una buona donna, ora piove, ora nevica, ora tira vento e ora fa bel tempo.")

« Sol d'merz cusum e cul
e nom cusr etar
 »
(dialettale romagnolo)

("Sole di marzo, cuocimi le natiche e non cuocermi altro"). Questo proverbio evidenzia i timori che il sole di marzo suscitava presso la popolazione, vista anche l'usanza contadina, diffusa ancora ai primi del Novecento, di recarsi sul tetto della casa, per voltare le spalle al sole e mostrare solo quella parte del corpo nuda citata nel proverbio. In base all'antica credenza popolare, il rituale dell'esposizione associato alla declamazione a voce alta del proverbio, era necessario sia per non abbronzare in modo pericoloso la pelle sia per allontanare le malattie.[2][3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "I proverbi del mese", di Carlo Lapucci & Anna Maria Antoni, ediz. Garzanti, 1985, pag.67
  2. ^ "Usi e pregiudizi de' contadini della Romagna", di M.Placucci, Forlì, 1818
  3. ^ "Vocabolario romagnolo-italiano", di L.Ercolani, Ravenna, 1960

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Lapucci, I proverbi del mese, Garzanti, 1985.
  • T. Buoni, Nuovo thesoro de' proverbij italiani, Venezia, 1604.
  • N. Castagna, Proverbi italiani raccolti e illustrati, Napoli, 1869.
  • U. Rossi, Proverbi agricoli, Firenze, 1931.
  • A. Pochettino, Tradizioni meteorologiche popolari, Torino, 1930.
  • A. Arthaber, Dizionario comparati di proverbi e modi proverbiali, Milano, 1929.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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