La vita dell'Omo

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« Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca. »

(Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti[1])

La vita dell'Omo è un sonetto in dialetto romanesco composto da Giuseppe Gioachino Belli il 18 gennaio 1833.

Testo con traduzione a fronte[modifica | modifica wikitesto]

(it

(ROM)) « La vita dell’Omo

Nove mesi a la puzza: poi in fassciola
tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni:
poi p’er laccio, in ner crino, e in vesticciola,
cor torcolo e l’imbraghe pe ccarzoni.

Poi comincia er tormento de la scola,
l’abbeccè, le frustate, li ggeloni,
la rosalía, la cacca a la ssediola,
e un po’ de scarlattina e vvormijjoni.

Poi viè ll’arte, er diggiuno, la fatica,
la piggione, le carcere, er governo,
lo spedale, li debbiti, la fica,

er zol d’istate, la neve d’inverno...
E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,
viè la Morte, e ffinissce co l’inferno. »

(IT)

« La vita dell'uomo

Nove mesi nella puzza: poi avvolto in fasce
sempre sbaciucchiato, con le croste lattee e i lacrimoni:
poi al laccio, dentro un girello, con una vesticciola,
un copricapo e un'imbragatura al posto dei calzoni.

Poi comincia il tormento della scuola,
l'abbiccì, le frustate per punizione, i geloni per il freddo,
la rosolia, dover far la cacca sul vasetto
e un accenno di scarlattina e di vaiolo.

Poi viene il lavoro, il digiuno, la fatica;
l'affitto, il carcere, il governo,
l'ospedale, i debiti, la fica,

il sole l'estate e la neve d'inverno ...
E alla fine, che Dio ci benedica,
viene la Morte e tutto finisce all'Inferno. »

(Giuseppe Gioachino Belli, sonetto n. 781, La vita dell’Omo)

Versione in prosa[modifica | modifica wikitesto]

Questa è la vita dell'uomo: nove mesi passati nella puzza dell'utero materno, poi appena nato essere avvolto nelle fasce (in fasciola), continuamente sbaciucchiato (sbasciucchi), da chiunque capiti: con la pelle ricoperta dalle croste lattee (lattime), piangere a lungo e disperatamente (llagrimoni): poi cresciuto, essere tenuto al laccio con una cinghia per non cadere in terra quando s'impara a camminare, essere relegato dentro un girello (crino) con una vesticciola, un cercine (torcola) sul capo e un'imbragatura al posto dei calzoni. Poi comincia il tormento della scuola, imparare l'abbicci, essere frustato per punizione, tormentato dei geloni per il freddo, ammalarsi di rosolia, di scarlattina e di un accenno di vaiolo (vvormijjoni) ed essere costretto a fare la cacca sul vasetto (la cacca a la ssediola). Poi viene il momento di lavorare (llarte), rispettare il digiuno[2], faticare per tirare avanti, pagare l'affitto (la piggione) di casa, andare in carcere, sopportare le angherie del governo, andare a finire in ospedale, essere assillato dai debiti e fare esperienze sessuali; sotto il sole in estate e sotto la neve d'inverno...Ma alla fine, che Dio ci benedica, finalmente arriva la Morte e tutto finisce nell'Inferno.

Commento[modifica | modifica wikitesto]

La fine della Roma papale[modifica | modifica wikitesto]

Ancora una volta G.G. Belli affronta in questo sonetto il tema del contrasto tra ragione e religione. Imbevuto di cultura illuminista Belli non poteva non rendersi conto della profonda crisi di valori della Roma papale, tra Sette e Ottocento, tra Rivoluzione francese e Unità d'Italia, giunta ormai al bivio definitivo del suo rinnovamento o della sua caduta.[3]

Nello stesso tempo la mancanza di una visione ottimistica del futuro convinceva Belli, con il distacco dell'antropologo ammirato della filosofia e della vita della plebe romanesca, il «primordio fantastico» com'è stato definito,[4] che ormai il nuovo mondo si sarebbe diviso tra «cattolici od atei».[5]

L'inferno[modifica | modifica wikitesto]

È il "filosofo plebeo", blasfemo ed insieme cattolico, della Vita dell'omo che coglie come nella Roma del Papa Re, lo stato più arretrato d'Europa, dove vive il suo inferno quotidiano, la Chiesa abbia perso il suo messaggio di consolazione e di speranza prospettando solo la prossima venuta di un altro inferno per chi non crede più in lei.

Quindi morte e inferno vanno assieme e la morte non è la fine della sofferenza, voluta dalla misericordia divina, di una misera esistenza ma l'inizio di una nuova e peggiore miseria in un al di là concepito e immaginato a fosche tinte materiali:

(it

(ROM)) « Cristiani indilettissimi, l'inferno
È una locanna senza letto e ccoco,
Ch'er bon Iddio la frabbicò abbeterno,
Perché sse popolassi appoco appoco. »

(IT)

« Tristissimi cristiani, l'inferno
è una locanda senza letto e senza cuoco
che il buon Dio creò ab aeterno
affinché si popolasse a poco a poco. »

(Giuseppe Gioachino Belli, sonetto n. 837, L'inferno[6], datato 29 gennaio 1833)

D'altra parte l'alter-ego dialogante del filosofo plebeo proprio in vista di ciò che aspetta l'uomo in quella locanda infernale dopo la morte, consiglia di non stare troppo a lamentarsi delle sofferenze della vita dell'omo:

(it

(ROM)) « Me fai ride: e cche ssò ttutti sti guai
Appett'ar tibbi de cuer foco eterno?
Nu lo sai che le pene de l'inferno
So ccom'Iddio che nun finissce mai? »

(IT)

« Mi fai ridere: e che sono tutti questi guai
rispetto al danno di quel fuoco eterno?
Non lo sai che le pene dell'inferno
Sono come Dio, che non finisce mai? »

(Giuseppe Gioachino Belli, sonetto n. 494, Sto monno e quell'antro, datato 27 novembre 1832)

Anzi bisogna esser grati a Dio:

(it

(ROM)) « Cqua, mmaggni, dormi, cachi, pìssci, raschi,
Te scotoli, te stenni, t'arivorti...
Ma llà, fratello, come caschi caschi. »

(IT)

« Qua, mangi, dormi, cachi, pisci, ti schiarisci la gola,
Ti scuoti, ti stendi, ti rivolti...
Ma là, fratello, come càpiti càpiti. »

(Giuseppe Gioachino Belli, sonetto n. 494, Sto monno e quell'antro, datato 27 novembre 1832)

perché su questa terra puoi godere delle soddisfazioni animalesche che rendono meno ingrata la vita quotidiana di fronte a quella che ti aspetta nell'al di là.

Non c'è quindi scampo nella vita dell'uomo: anzi le sofferenze cominciano ancor prima di nascere quando si sta nel puzzolente utero materno e non finiscono neppure con la morte quando ci aspetta l'altrettanto sgradevole ambiente che è l'inferno. La stessa vita umana è un continuo inferno per cui la morte, grazie a Dio, appare come una liberazione beffarda che dura quel tanto che ci separa dall'altro eterno inferno che ci propina lo stesso misericordioso Padreterno.

Il filosofo plebeo[modifica | modifica wikitesto]

Il critico della letteratura italiana Samonà ha evidenziato come nella Vita dell'Omo «non è leggendo la Bibbia» che Belli si convince della irridente misericordia divina della morte, finta liberazione dall'inferno quotidiano ma egli «ha conosciuto la violenza teocratica immergendosi nella vita quotidiana della sua città» e con toni dolorosi ed insieme umoristici descrive quella «soffocante quotidianità» risalendo a grado a grado nella vita dell'uomo, sino ad arrivare «alla fonte dei mali», sino a Dio.[7]

(it

(ROM)) « È ttanto chiaro, e ste testacce storte
Nu la sanno capi, che dda cuer pomo
Che in barba nostra se strozzò er prim'omo
Pe ddegreto de Ddio nacque la morte; »

(IT)

« È tanto chiaro, e queste testacce storte
Non la sanno capire, che da quel pomo
Che, in barba nostra, si strozzò il primo uomo,
Per decreto di Dio fu creata la morte; »

(Giuseppe Gioachino Belli, sonetto n. 277, Er peccato d'Adamo, datato 26 novembre 1831)

Il filosofo plebeo che osserva come:

(it

(ROM)) « Pe una meluccia, c’averà ccostato
mezzo bbaiocco, stamo tutti a ffonno! »

(IT)

« Per una piccola mela, che sarà costata
Mezzo baiocco, siamo tutti al fondo. »

(Giuseppe Gioachino Belli, sonetto n. 253, Er primo bboccone, datato 21 novembre 1831)

non è quindi così sprovveduto se richiama nella sua ingenua spontaneità l'accusa kierkegaardiana di un Dio supremo tentatore.[8]

Chiaro e inesorabile il pessimismo del Belli[9] costruito nel ritmo della poesia senza aggettivi con una serie incalzante di piccoli, e grandi fastidi, piccole e grandi sventure che amareggiano l'esistenza.[10]

Il pessimismo[modifica | modifica wikitesto]

È stato spesso accostato il pessimismo del Belli a quello di un altro suddito del Papa Re: Giacomo Leopardi, angosciato dall'arretratezza degli uomini del suo tempo e per nulla speranzoso nelle "magnifiche sorti e progressive" che offriva come riscatto la storia intesa romanticamente.

Non è questa la storia del popolo romano del Belli che vive nell'immobilità del tempo presente non dissimile da quello passato. Si può ridere del sovrano e insultarlo, persino bestemmiarlo, ma questo, come Dio, non risponde se non come fanno i potenti, senza dare nessuna spiegazione, se non richiamando il suo potere[11], e angariando i comuni mortali condannandoli all'immutabilità di una condizione umana che non cambierà neppure dopo la morte.

Non c'è nessuna speranza di redenzione perché chi dovrebbe operarla è un popolo che non teme, insultando, di dire la verità ma inetto e spregevole tanto quanto chi lo comanda.

Si è quindi parlato di un nihilismo radicale in Belli che lo porterà su posizioni reazionarie mentre Leopardi, con la sua "morale della compassione"[12] continuerà a sperare nella solidarietà umana che nasce dal comune dolore dell'esistenza.[13]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sonetti romaneschi: Introduzione.
  2. ^ L'obbligo del digiuno in particolari ricorrenze secondo la legge della Chiesa va in vigore a 21 anni
  3. ^ Marcello Teodonio, Vita di Belli Editore Laterza, Collana Storia e società Anno 1993
  4. ^ G. Vigolo, Il genio del Belli, op.cit., I, p. 2
  5. ^ Edoardo Ripari,Giuseppe Gioachino Belli. Un ritratto Editore Liguori Anno2008
  6. ^ Incontri sulla letteratura italiana dell'Otto-Novecento a cura di Rocco Paternostro
  7. ^ Giuseppe Samonà, G.G.Belli la commedia romana e la commedia celeste., Firenze, 1969, La Nuova Italia Ed. Coll. Biblioteca di Cultura, p.56
  8. ^ Sören Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia, Editore: SE, 2007. ISBN 8877107170
  9. ^ «Grandissima l'arte e la potenza [...] del Belli, ma in una poesia che nega, deride e distrugge» (Giosuè Carducci, Arte e poesia in Opere, Ed.Naz. XXIII: Bozzetti e scherme, Bologna, Zanichelli, 1937, p. 387
  10. ^ Per il commento e il testo cfr. opera citata in Bibliografia: Piero Gibellini, Giuseppe Gioachino Belli
  11. ^ «"Io sò io, e voi nun zete un cazzo, | sori vassalli buggiaroni, e zitto.» (Li soprani der monno vecchio, 21 gennaio 1832)
  12. ^ Arthur Schopenhauer,Il mondo come volontà e rappresentazione
  13. ^ Edoardo Ripari, op.cit.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Edoardo Ripari, Giuseppe Gioachino Belli. Un ritratto, Editore Liguori, 2008
  • Piero Gibellini, Giuseppe Gioachino Belli in Storia Generale della Letteratura Italiana, Vol. VIII, Federico Motta Editore, Milano 2004
  • Marcello Teodonio, Vita di Belli Editore Laterza, Collana Storia e società, 1993
  • Giuseppe Gioachino Belli, Sonetti, a cura di Giorgio Vigolo, Mondadori. - Collana: Meridiani - Serie: Letteratura italiana dell'Ottocento, 1978
  • Giuseppe Samonà, G.G.Belli, la commedia romana e la commedia celeste.,La Nuova Italia Ed. Coll. Biblioteca di Cultura, Firenze, 1969
  • Giorgio Vigolo, Il genio del Belli, 2 Vol. Saggiatore, 1963

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]