La morte co la coda

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« Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca. »

(Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti)

La morte co la coda è un sonetto composto da Giuseppe Gioachino Belli il 29 aprile 1846.

Versione in prosa del sonetto[modifica | modifica wikitesto]

Non c'è via di scampo: o siamo miscredenti giacobini o crediamo alla legge divina (Cqua nun ze n'essce: o ssemo ggiacubbini,/ O ccredemo a la lègge der Ziggnore.): se ci crediamo, a qualunque stato sociale si appartenga (Si cce credemo, o mminenti o ppaini),[1] per tutti il pensiero della morte fa gelare il sangue dal terrore (La morte è un passo cche we ggela er core). Su questo mondo ci si affanna per divertirsi andando al teatro o ai banchetti, ad ubriacarsi nelle osterie o a fare l'amore; ci si dà da fare per trafficare e accumulare denari (Se trafica, s'impozzeno quadrini) senza badare a niente e a nessuno...(Se fa dd'oggn'erba un fasscio... eppoi se more!) e tutto questo per arrivare alla inesorabile fine comune della morte. Morte che non è la fine di tutto ma che ha un seguito, una coda: ed è proprio allora che cominciano i guai: tutti nell'altro mondo dobbiamo andare incontro a un'altra vita che, non importa tanto che sia buona o cattiva (Eppuro, o bbene o mmale, o a ggalla o a ffonno), ma il peggio è che non finisce mai: un'eternità che è una cagna di eternità (Sta cana eternità ddev'èsse eterna!).

Commento[modifica | modifica wikitesto]

Il tema della morte e dell'inesorabile destino dell'uomo accompagna tutta la riflessione dei sonetti belliniani. È un tema dominante che, in modo esplicito o accennato, appare sin dai primi sonetti, che la critica letteraria considera come un'unica meditazione lirica del Belli, composti nel periodo che va dal 1830 al 1837: (Er peccato d'Adamo (1831),[2] Sto monno e quell'antro (1832),[3] La vita dell'Omo (1833),[4]Er caffettiere fisolofo (1833) [5]; pensiero assillante ripreso ne La morte co la coda del 1846 poco prima che Belli terminasse la sua produzione poetica.

La teologia popolare de La morte co la coda si rifà a quella della Controriforma ma l'immagine della morte è molto più antica, risale alla tradizione pittorica medioevale dove si raffigura la morte caudata.[6]

Questa coda della morte, l'eternità è peggio della morte stessa: è un pensiero questo che squinterna, scuote il plebeo (ppaino) come il nobile (mminente). Non è il rimanere a galla o l'andare a fondo che incute terrore ma il pensiero dell'eternità che sconquassa, che va oltre la mente dell'uomo. Ed è un'eternità "cana", maledetta, quella che aspetta l'uomo abituato alla sua dimensione temporale.

Appare chiaro come ormai sia lo stesso Belli ad essere diventato il vero protagonista delle amare riflessioni sul destino dell'uomo; non è più il rozzo plebeo che riflette sull'inferno e sulla morte ma lo stesso colto autore che cerca ancora di nascondersi dietro il dialetto romanesco che non a caso, com'è stato osservato dalla critica letteraria, tende ora ad essere meno stretto e più vicino alla lingua, alla razionalità dell'intellettuale "giacobino" ed insieme alla religiosità del devoto papalino.

Gli interpreti della poesia belliniana hanno visto gli stretti legami stilistici e di contenuto che collegano questo ad altri sonetti dello stesso periodo e ad altri autori sullo stesso tema.[7] Belli di solito assume la maschera-dialetto del plebeo sfacciato facendogli raccontare ciò che prova con un atteggiamento doppio e ambiguo di contestazione e polemica ma nello stesso tempo di ossequio al potere clericale, di blasfemia ma assieme di congenita fede superstiziosa.
Questo duplice aspetto dell'intellettuale Belli che convive con il popolano romanesco nei sonetti che affrontano temi più specificatamente esistenziali che trattano della morte, sembra saltare, sostituito dalla cupa riflessione dell'autore in prima persona.

Così Il caffettiere fisolofo, che apertamente si allontana dai protagonisti plebei dei sonetti del Belli, di cui rimane solo quel termine storpiato di fisolofo a richiamare l'ignoranza popolare, può essere considerato il sonetto che segna il termine ultimo della riflessione del Belli sulla sorte disperata dell'uomo, stritolato senza neppure saperlo come un chicco di caffè nel macinino, caratterizzata dalla completa assenza di una speranza religiosa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I minenti erano la parte non infima e, relativamente, agiata del popolo, formata soprattutto da artigiani e salariati fissi dei rioni Monti e Trastevere: si caratterizzavano (specialmente le donne) per l'uso di abiti sgargianti che ostentavano un'eleganza un po' chiassosa (collane a catena ed anelli d'oro, nastri colorati e lunghe piume al cappello, fibbie d'argento alle maniche, alla gamba dei pantaloni - corti al ginocchio - ed alle scarpe); i paini erano invece gli autentici eleganti appartenenti alle classi sociali superiori (soprattutto i damerini della piccola nobiltà ed i funzionari laici dell'amministrazione papalina).
  2. ^

    «È ttanto chiaro, e ste testacee storte
    Nu la sanno capi, che dda cuer pomo
    Che in barba nostra se strozzò er prim'omo
    Pe ddegreto de Ddio nacque la morte»

  3. ^

    «Me fai ride: e cche ssò ttutti sti guai
    Appett'ar tibbi de cuer foco eterno?
    Nu lo sai che le pene de l'inferno
    So ccom'Iddio che nun finissce mai?»

  4. ^

    «Er zol d'istate, la neve d'inverno...
    E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,
    Vie la morte, e ffinissce co l'inferno.»

  5. ^

    «E mmovennose oggnuno, o ppiano, o ffòrte,
    Senza capillo mai caleno a ffonno
    Pe ccascà nne la gola de la morte.»

  6. ^ Trionfo della morte
  7. ^ Per esempio Meditazione del 1833 o ancor più La golaccia del 1834, che con la metafora barocca dell'orologio:

    «La morte sta anniscosta in ne l'orloggi;
    E ggnisuno pò ddì: ddomanì ancora
    Sentirò bbatte er mezzoggiorno d'oggi»

    richiama apertamente i sonetti di Ciro di Pers. (cfr. Giuseppe Samonà, G.G.Belli la commedia romana e la commedia celeste.,Firenze, 1969)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Edoardo Ripari,Giuseppe Gioachino Belli. Un ritratto Editore Liguori, 2008
  • Piero Gibellini, Giuseppe Gioachino Belli in Storia Generale della Letteratura Italiana, Vol. VIII, Federico Motta Editore, Milano, 2004
  • Marcello Teodonio, Vita di Belli Editore Laterza, Collana Storia e società Anno 1993
  • Giuseppe Gioachino Belli, Sonetti, a cura di Giorgio Vigolo, Mondadori. - Collana: Meridiani - Serie: Letteratura italiana dell'Ottocento, 1978
  • Giuseppe Samonà, G.G.Belli, la commedia romana e la commedia celeste., Firenze, 1969, La Nuova Italia Ed. Coll. Biblioteca di Cultura
  • Giorgio Vigolo, Il genio del Belli, 2 Vol. Saggiatore, 1963

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]