Italo Picini

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

Italo Picini (Bugnara, 9 novembre 1920Sulmona, 12 ottobre 2016) è stato un pittore e insegnante italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Italo Picini frequenta la Scuola d'Arte di Sulmona e, grazie a una borsa di studio del Ministero dell'Educazione Nazionale, approda all'Istituto d'Arte di Firenze.

A partire dal 1942 partecipa alle più importanti manifestazioni artistiche nazionali: nel '48 un suo dipinto a olio viene esposto alla XXIV Biennale di Venezia[1]; dal 1951 al '66 le sue opere sono ospitate dalla Quadriennale di Roma[2]; nel 1953 e nel 1955 i suoi lavori presenziano alla Biennale Nazionale d'Arte di Verona.

Dopo la fine dell'ultima guerra, Picini lavora come Professore di Decorazione Pittorica e Disegno Ornato presso l'Istituto d'Arte di Sulmona, di cui diverrà successivamente Preside. S'interessa alacremente al rilancio della tessitura artistica abruzzese (che aveva origine nel paese di Pescocostanzo), e nel 1955 organizza, su autorizzazione del Ministero della Pubblica Istruzione, una sezione dedicata all'Arte della Tessitura, e chiama come insegnante l'abile tessitrice pescolana Maria d'Eramo. A testimonianza di questo grande lavoro, Picini pubblicherà, molti anni dopo, il libro La tessitura artistica abruzzese (Castelli, Verdone Editore, 2012).

Negli anni '50 Italo Picini fa del suo laboratorio sulmonese una vera fucina d'arte. Il critico Carlo Fabrizio Carli descrive così i motivi dell'ispirazione del pittore:
Per anni, Picini visitò d'estate i lavatoi pubblici, i mercati, le campagne abruzzesi, disegnando le donne del popolo intente nei loro durissimi lavori; disegni veloci, molto attenti al dato chiaroscurale, o bozzetti a tempera che, d'inverno, rielaborava in pittura ad olio o ancora a tempera nello studio sulmonese. Ciò che più stava a cuore a Picini erano, in realtà, dei valori formali, le larghe masse, le curve di quelle donne disfatte dalle gravidanze e da fatiche spesso disumane; affidate alla loro carnalità debordante: figure risolte in monocromo, sull'azzurro, sul turchino, sul verde, sul violetto; che erano poi i colori della Valle Peligna; gamma a cui s'improntavano dunque, spontaneamente, anche i paesaggi.
Ma presto l'interesse formale, mai freddo e astratto, lasciava spazio nell'attitudine del pittore alla partecipazione esistenziale, alla ribellione verso un destino privo di umano riscatto; alla solidarietà nei confronti dei ceti più esposti e fragili: le donne e i bambini in particolare. Davvero, nel caso dell'artista abruzzese, valeva l'antico adagio: "facit indignatio versus"; la ribellione si faceva pittura.[3]

Alla sua opera si sono interessati critici e storici dell'arte come Fortunato Bellonzi, Marcello Gallian, Carlo Barbieri, Piero Scarpa e Leo Strozzieri.

Dal 1976 al '79 Picini insegna Tecniche Espressive delle Tradizioni Popolari presso l'Accademia delle Belle Arti dell'Aquila.

Il pittore si spegne a Sulmona, all'età di novantasei anni. Gran parte dei suoi dipinti è stata donata alla Provincia dell'Aquila, e sistemata in una mostra permanente nello storico palazzo di via Mazara, a Sulmona.

Bibliografia parziale[modifica | modifica wikitesto]

  • Umberto Russo, Edoardo Tiboni, L'Abruzzo nel Novecento, Pescara, Ediars, 2004.
  • Erika D'Arcangelo (a cura di), Tessere è Arte, Spoltore, Di Paolo Edizioni, 2012.
  • Cosimo Savastano, Italo Picini. Dal cuore del XX all'affacciarsi del XXI secolo, Castelli, Verdone Editore, 2016.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]