Emmenidi

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Gli Emmenidi (in greco antico: Ἐμμενίδαι) furono un ghenos siceliota, attivo in Akragas e originario, secondo la tradizione, di Rodi o di Tera. La famiglia fu in vari modi collegata dagli antichi alla figura di Edipo.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Capostipite degli Emmenidi fu Emmene, figura la cui storicità è oscura. Sarebbe stato lui (o un Telemaco) responsabile della caduta del tiranno Falaride, ma è facile immaginare che tale tradizione sia stata messa in piedi dall'emmenide più illustre, cioè Terone, tiranno di Akragas a partire dal 488 o dal 487 a.C. (date che è possibile indurre dalle testimonianze di Diodoro Siculo).[2]

In effetti, il mezzo secolo di storia agrigentina tra Falaride e l'instaurarsi della tirannide di Terone non è quasi per nulla documentato e comunque solo in modo indiretto. Furono gli scoliasti di Pindaro a suggerire che gli Emmenidi abbiano avuto un ruolo preminente nell'abbattimento della tirannide falaridea. Rimane quindi del tutto ipotetico che a Falaride sia seguita una tirannide "protoemmenide" e a questa un regime oligarchico, che precedette il ritorno, con Terone, alla tirannia in Akragas.[3]

Gli Emmenidi, al momento dell'instaurarsi della tirannide teronea, appaiono come una delle casate più in vista di Akragas: allevano cavalli e hanno relazioni con tutta la grecità. Senocrate, fratello di Terone, si afferma con la quadriglia alle Pitiadi del 490 a.C. e la vittoria è cantata da Pindaro in un'ode in onore di Trasibulo, figlio di Senocrate.[4]

Quanto all'emmenide Terone, il più insigne rappresentante del ghenos, egli appare in posizione di eminenza all'interno della famiglia anche prima di assumere la tirannide. L'imponenza della figura di Terone è così ricordata da Diodoro (X, 28, 3)[5]:

«Terone agrigentino, non solo per stirpe e per ricchezza, ma anche per generosità nei confronti della plebe, di molto superava non solo i concittadini, bensì tutti i Sicelioti.»

Terone fu importante alleato del tiranno di Siracusa Gelone ed insieme si affermarono contro i Cartaginesi e contro le poleis calcidesi alla battaglia di Imera. L'alleanza tra Gelone e Terone fu sostanziata anche da matrimoni dinastici: Demarete, figlia di Terone, sposerà Gelone e, alla morte di questi, passerà al fratello Polizelo. Nel breve periodo che vide i Dinomenidi Polizelo e Gerone contendersi la successione a Gelone, Terone prenderà le parti del genero e si sfiorerà lo scontro tra Akragas e Siracusa. Composto il conflitto con l'aiuto del poeta Simonide, Terone sposerà una figlia di Polizelo e i due diventeranno l'uno suocero dell'altro.[6]

L'equilibrio mantenuto da Terone nei suoi rapporti con Siracusa non è retto da Trasideo, che tenta di abbattere Gerone, come racconta Diodoro (XI, 53, 3-5)[7]:

«[Trasideo], dopo la morte del padre Terone, raccolti molti mercenari, e aggiuntivi contingenti agrigentini e imeresi, radunò un esercito di oltre ventimila uomini fra cavalieri e fanti. [...] Prevalsero i Siracusani. [...] Trasideo, sfiduciato, fu deposto e privato delle sue prerogative. Esule riparò a Megara Nisea, dove fu condannato a morte. Gli Agrigentini, instaurata la democrazia, rivoltisi con un'ambasceria a Ierone, ottenero la pace.»

Il tentativo egemonico di Trasideo fallisce dunque miseramente. Gerone, vecchio e malato, riesce comunque a sconfiggerlo. Non è comunque chiaro come mai Trasideo venga condannato a morte a Megara Nisea.[7] La vittoria siracusana non porterà bene nemmeno ai Dinomenidi, il cui ultimo rappresentante, Trasibulo (succeduto a Gerone nel 467 o nel 466 a.C.), verrà deposto di lì a poco (nel 472 o nel 471 a.C.), anche se, a differenza di Trasideo, avrà salva la vita e otterrà un esilio a Locri.[8]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Emmenidi, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  2. ^ Braccesi e Millino, op. cit., pp. 93-95.
  3. ^ Braccesi e Millino, op. cit., pp. 93-94.
  4. ^ Braccesi e Millino, op. cit., p. 95.
  5. ^ Braccesi e Millino, op. cit., pp. 95-96.
  6. ^ Braccesi e Millino, op. cit., pp. 74, 83 e 96.
  7. ^ a b Braccesi e Millino, op. cit., p. 101.
  8. ^ Braccesi e Millino, op. cit., p. 103.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Lorenzo Braccesi e Giovanni Millino, La Sicilia greca, Carocci editore, 2000, ISBN 88-430-1702-0

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Gaetano Mario Columba, Emmenidi, Enciclopedia Italiana (1932), Treccani