Discussione:Cesare Maria De Vecchi

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Massoneria[modifica wikitesto]

Ho rimosso il passo, come da discussione qui --Chrysochloa (msg) 14:32, 11 giu 2013 (CEST)

Ho rimosso le citazioni iniziali, entrambe estremamente POV ed inutili ai fini della voce.--Jose Antonio (msg) 15:44, 23 lug 2015 (CEST)

Cosa dice il testo[modifica wikitesto]

Riporto il testo di una delle fonti sulla battaglia di Piombino (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/10/08/piombino-citta-di-eroi.html), a beneficio dell'utente Civa61.

L'euforia del «tutti a casa che la guerra è finita», fallace interpretazione dell'annuncio dell'armistizio diramato due giorni prima per radio dal maresciallo Badoglio, si volatilizza quando davanti al porto compaiono minacciosi due cacciatorperdiniere tedeschi. Prima la TA9 e la TA11, agli ordini del capitano Albrand, cercano di spacciarsi per un convoglio italiano, poi chiedono di attraccare per rifornirsi di acqua e carbone. Il comandante della Marina Piombino, Amedeo Capuano, nega l'accesso. Ma viene esautorato dal comandante della divisione costiera De Vecchi che dà ordine di aprire gli sbarramenti del porto e di consentire l'accesso alle navi nemiche. Il comandante del presidio Perni aveva da parte sua autorizzato la presenza al semaforo di alcuni segnalatori tedeschi disarmati. E' l'inizio di una giornata storica per Piombino. Quella che vede coinvolta un'intera città - nel vuoto di potere post8 settembre un ruolo fondamentale di guida viene svolto dal comitato di concentrazione antifascista - prima nella protesta e poi nella battaglia per fermare e accerchiare le truppe tedesche ormai sbarcate. «Lo spirito pubblico della città era decisamente e fortemente contrario ai tedeschi per il fondato timore di un eventuale ripristino del fascismo» scriverà nella sua relazione sugli avvenimenti il capopresidio. E sono proprio i civili che spronano alla lotta e in parte affiancano alle batterie, dopo aver fatto incetta di armi alla casa del fascio, marinai, soldati e ufficiali subalterni. Alcuni, nella stazione di Campiglia Marittima, riescono persino a riconvogliare su Piombino numerosi militari sbandati e in borghese che stanno cercando di tornare a casa. Un impegno coraggioso e efficace che però il giorno successivo sarà vanificato dall'ordine di liberare i 400 prigionieri tedeschi e di restituire loro le armi. E ancora una volta ad emanarlo fu il generale De Vecchi, quadrumviro della marcia su Roma. Il giorno 12 settembre una pesante mitragliata tedesca su Piombino chiuderà temporaneamente la vicenda. Fino alla liberazione e all'arrivo degli alleati il 25 giugno del 1944. Una pagina emblematica ma poco nota della storia della seconda guerra mondiale e della resistenza che proprio oggi, dopo un'altra lunga battaglia, torna agli onori delle cronache. La battaglia è quella per l'ottenimento della medaglia d'oro al valor militare nella Resistenza che stamani verrà consegnata alla città di Piombino da parte del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ventuno anni fa Nilde Jotti aveva appuntato sul gonfalone cittadino la medaglia d'argento. Ma per tutto il periodo della guerra fredda, nonostante l'interessamento di Palmiro Togliatti e di Ferruccio Parri e l'apprezzamento di Saragat e Nenni, era stato negato ai piombinesi qualsiasi riconoscimento. «Anche se i testi di storia le assegnano solo qualche riga, o nel migliore dei casi una mezza pagina, la battaglia di Piombino, insurrezione popolare contro i tedeschi nel caos del dopoarmistizio, è stata un evento di grande rilievo, degno di essere ricordato accanto alle quattro giornate di Napoli o ai fatti di Porta San Paolo e di Cefalonia. E degno soprattutto del massimo riconoscimento da parte dello stato». Ad affermarlo è lo storico Ivan Tognarini (all'anagrafe, che quando nacque nel 1944 non riconobbe quella dizione straniera e pericolosa nelle sue allusioni, risulta però Ivano), che per più di trent'anni si è occupato di questa vicenda che ha visto tra i protagonisti anche suo padre Federigo, oggi novantaduenne. «La mia è stata una lunga ricerca della verità - confessa il docente di origini piombinesi che insegna archeologia industriale a Arezzo e storia moderna a Siena - E' per questo che non ho smesso di cercare nuove fonti che supportassero la versione fornita dai tanti protagonisti e testimoni diretti dell'evento, tutti concordi nel sottolineare l'importanza bellica dell'episodio, l'opposizione determinante della gente di Piombino, e l'ambiguità delle alte gerarchie militari, responsabili oltretutto di avere abbandonato a un destino di deportazione in Germania e Polonia tutti i soldati italiani di stanza all'Elba». Sull'episodio hanno prevalso all'inizio altre versioni. «La rivolta popolare fu fatta passare come una opposizione del Regio esercito contro i tedeschi - spiega Tognarini - Basta pensare che i meriti della lotta contro gli exalleati del fascismo in quella giornata drammatica se li era ascritti, davanti al tribunale che lo processò nel 1947 per le sue responsabilità di gerarca fascista (e che gli condonò per questo cinque anni di carcere), il generale De Vecchi. Proprio lui che aveva permesso agli invasori di entrare in porto senza colpo ferire e che della battaglia, trovandosi a Massa Marittima, era praticamente rimasto all'oscuro fino alla conclusione». Tra i membri della commissione ministeriale che si era opposta alla assegnazione della medaglia d'oro aveva poi trovato credito la lettura dei fatti fornita dal generale Perni, che la mattina del 10 settembre aveva fatto sparare sui civili che protestavano appena si era sparsa la notizia dello sbarco di truppe tedesche. La sua relazione - a cui Tognarini ha avuto accesso solo allo scadere dei 50 anni dagli eventi - piena di rancore e di odio per i piombinesi, «sovversivi e comunisti», che lo avevano pesantemente insultato, sputandogli in faccia e accusandolo di tradimento, ha fornito alcuni degli argomenti più forti per la messa a fuoco e la giusta valutazione della battaglia di Piombino. «La svolta nelle ricerche fu però nel 1986 - racconta ancora lo storico - Nell'archivio militare di Friburgo riuscii a individuare il diario di bordo e alcuni fonogrammi del comandante tedesco che occupò Piombino. E' da lì che sono arrivate le prime conferme ufficiali della partecipazione popolare allo scontro che si svolse prima tra le batterie contrapposte, e poi sia lungo le strade del porto sia dentro le fabbriche, con un bilancio di morti molto pesante tra le fila tedesche e l'affondamento di una delle due navi». Il giorno dopo, mentre il comando di divisione italiano concorda la resa ai nazisti, gran parte degli operai, dei militari, e dei civili protagonisti della battaglia si sono già dati alla macchia. Sta per formarsi la banda di Poggio alla Marruca che poi confluirà nella Terza Brigata Garibaldi.

Nonché (http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/1998/09/13/LB601.html):

PIOMBINO - Perché alla città di Piombino, nell'immediato dopoguerra, fu negata la concessione della Medaglia d'Oro al valor militare per «l'eroica resistenza opposta dai suoi concittadini all'invasione nazista» (con queste precise parole si esprimeva il questore di Livorno il 12 settembre 1945)? Perché un generale, il comandante del presidio di Piombino, Fortunato Perni, in un promemoria indirizzato al ministero il 25 novembre 1947, aveva scritto: «Sono stato informato che la città di Piombino ha in corso pratica per la concessione di Gonfalone della medaglia d'oro al valor militare per aver combattuto e respinto attacchi tedeschi nei giorni 10 e 11 settembre 1943. Tale affermazione è contraria alla verità perché ai tedeschi tennero testa, battendoli, annientandoli e facendo i superstiti tutti prigionieri (poi rimandati in alto mare) esclusivamente reparti dell'esercito». Il rancore che questo generale nutriva verso i piombinesi (e verso i marinai) e che lo portava ad esprimersi in termini tanto drastici, aveva radici ben precise. Infatti, come egli stesso ammetteva nel medesimo promemoria, la popolazione a più riprese aveva dimostrato una profonda e irriducibile ostilità nei suoi confronti. Essa infatti, il 10 settembre 1943, «con un violento tumulto, aveva tentato di spingermi al combattimento» (è ancora il Perni che scrive) sulla base di una «errata interpretazione che (essa aveva dato) ad un mio abboccamento con ufficiali tedeschi (...) Fra la popolazione si era sparsa la voce che io avevo pattuito la cessione della città e la popolazione stessa si andava radunando sotto la sede del mio comando per impormi l'immediata cacciata dei tedeschi (...) Fui costretto ad ordinare il fuoco (...) Ripetuto il fuoco tre volte, ottenni una certa tregua del tumulto». La tregua fu raggiunta «senza disgrazie e, ripeto, senza che la volontà della folla influisse menomamente sulle mie decisioni e sulla linea di condotta che dovevo seguire nei riguardi dei tedeschi, linea di condotta che mi ero già tracciata in modo preciso e irrevocabile per gli impegni conclusi nella mattinata». Gli impegni del generale con i tedeschi - Ma quale era la linea di condotta che Perni aveva deciso di seguire e quali gli impegni assunti con gli ufficiali nazisti? All'alba del 10 settembre, quando la flottiglia tedesca si era presentata all'ingresso del porto di Piombino, proprio Perni, in accordo con il generale De Vecchi, comandante della 215a Divisione costiera, scontrandosi duramente con il comandante di Marina, che voleva rifiutare l'accesso, aveva ordinato di lasciar entrare liberamente i nazisti. Non soddisfatto, dopo qualche ora aveva tentato di destituire il capitano di fregata Capuano, colpevole di avere chiaramente manifestato l'intenzione di combattere l'invasore. Dopo le manifestazioni ostili della popolazione e dopo le sparatorie contro i civili, proprio il generale Perni, di fronte alle allarmate richieste di chiarimenti del comandante tedesco Albrand, lo tranquillizzava. Così scriveva lo stesso Albrand: «Nel pomeriggio si udirono degli spari provenienti dalla città. I civili stavano dimostrando. Il generale italiano poi avvertì di non dare peso a questi spari. Erano i suoi carri armati che sparavano sui civili». Conclusa la battaglia, il generale Perni, al pari di tutti gli altri gerarchi militari, fece perdere le proprie tracce e, quando i tedeschi occuparono la città, dopo essersi preoccupato di «tener celata alla popolazione la decisione delle forze armate di desistere dalla resistenza», si allontanava prudentemente da Piombino. I piombinesi e la battaglia - Nonostante l'evidente rancore e l'innegabile faziosità che lo animava, il generale Perni era costretto ad ammettere che, durante i combattimenti, anche i civili avevano avuto un ruolo. Scriveva infatti: «Pochi operai degli stabilimenti, circa una decina, si erano mischiati nell'interno degli stabilimenti stessi, alla truppa del maggiore Cimino, ma quale parte abbiano svolto non ho potuto sapere». Però in una relazione precedente, presentata il 5 marzo 1945 alla Commissione per l'esame del comportamento degli ufficiali generali e colonnelli all'atto e dopo l'armistizio, aveva scritto: «Col comandante tedesco intendevo raggiungere i seguenti punti: (...) 3 - che la popolazione civile non fosse soggetta a rappresaglie per l'avvenuta difesa della città, per la violenta dimostrazione ostile della mattina del 10 ed anche perché qualche gruppo, sia pure esiguo (una decina) di piombinesi aveva combattuto negli stabilimenti». Nel suo livore, il generale Perni ometteva di dire che anche i marinai avevano combattuto, che dalle batterie della Marina militare della Dicat era partito un fiume di ferro e di fuoco, tale da affondare due cacciatorpediniere, un piroscafo armato, numerosi mezzi da sbarco ed altro naviglio. E soprattutto ometteva di dire che, con i marinai, alle batterie c'erano anche i civili. In una relazione del 9 dicembre 1944, il Perni aveva scritto: «Lo spirito pubblico della città era decisamente e fortemente contrario ai tedeschi per il fondato timore di un eventuale ripristino del fascismo. (...) Il mattino del 10 settembre (...) la popolazione di Piombino, e specialmente gli operai degli stabilimenti Ilva e Magona, venuti intanto a conoscenza di quanto avevo dovuto concedere alle due unità tedesche, cominciò a riunirsi e protestare sotto il palazzo del Comando del presidio. Scesi immediatamente e affrontai la folla invitandola a sciogliersi. Essa esigeva l'immediato allontanamento delle due unità tedesche e le voleva assalire nel porto». Due pesi e due misure: Piombino punita, De Vecchi miracolato - Ma le affermazioni negative del generale Perni, anche se palesemente contraddittorie e contraddette dalle sue stesse relazioni, furono accolte tanto acriticamente che la richiesta di onorificenza avanzata dalla città di Piombino fu condannata al fallimento. Una città nettamente schierata a sinistra, impegnata in grandi lotte per la difesa del lavoro nella prima metà degli anni '50, non poteva essere vista di buon occhio da commissioni ministeriali deputate alla concessione di riconoscimenti al valor militare, di cui facevano parte anche alti ufficiali la cui carriera era iniziata con la divisa della Repubblica sociale di Salò.Template:Commento non firmato

Questa non è la voce sui fatti di Piombino. E le due fonti sono parziali, oltre che discordanti. Infatti vi è una relazione ufficiale che dichiara che furono "esclusivamente reparti dell'esercito", mentre la terza fonte citata nel testo, forse la più attendinile dice: Il colonnello Fantacchiotti ed altri ufficiali scelsero consapevolmente di infrangere gli ordini superiori, emanati dal comandante della piazza militare generale De Vecchi, che vietavano qualsiasi azione contro i tedeschi. Gruppi di marinai in fuga da La Spezia si unirono ai loro commilitoni di Piombino rinforzando ulteriormente i reparti schierati a difesa della città. Poche ore dopo, la flotta tedesca si rifiutò di lasciare il porto ed i militari cominciarono a sbarcare sulle banchine. Lo scontro fu immediato e terminò con la vittoria della Marina e dei civili sulle truppe tedesche. La vittoria non poté durare a lungo di fronte alla presenza massiccia dellesercito nazista che aveva già conquistato Livorno e lElba e per effetto della scelta dei comandi militari italiani che imposero ai militari la liberazione di tutti i prigionieri tedeschi e la riconsegna delle armi. Quindi lo scontro con i tedeschi fu effettuato da reparti dell'esercito (colonnello Fantacchiotti), reparti della Marina di stanza a Piombino (capitano di fregata Capuano) alcuni marinai sfollati da La Spezia, e alcuni civili.--ḈḮṼẠ (msg) 00:16, 21 dic 2015 (CET)
La "fonte" che dice che il contrattacco fu fatto esclusivamente da reparti dell'esercito è il generale Fortunato Perni, degno compare di De Vecchi, che fece sparare sui civili che sollecitavano una reazione ai tedeschi, "rassicurò" lo stesso Albrand, che sentiva gli spari, dicendogli che erano "solo" i suoi carri armati che sparavano sui civili, tentò di destituire il c.f. Capuano ed altri ufficiali perché stavano reagendo ai tedeschi, ed assieme a De Vecchi ordinò di liberare i prigionieri, e consegnò la città al nemico. Quale attendibilità attribuisca, lo Stato italiano, al Perni è dimostrata dal conferimento alla città di Piombino della MOVM, contro la quale proprio Perni si era battuto (molto di più di quanto non si fosse battuto contro i tedeschi) con assurdo livore.--Olonia (msg) 01:51, 21 dic 2015 (CET)
In ogni caso questa non è la voce sull'occupazione di Piombino pertanto le informazioni di troppo si fanno translare nella voce appropriata.--Jose Antonio (msg) 10:55, 21 dic 2015 (CET)

Aggettivazioni e fonti storiche[modifica wikitesto]

In un profilo storico la terminologia deve essere utile a comprendere il contesto, i fatti, gli eventi. Scrvere "applicare con livore le leggi razziali" denota ignoranza della lingua italiana e pregiudizio personale. I fatti riferiti sono quindi probabilmente non veri o riferiti in modo non scientifico.

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