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Chiesa di Santa Maria La Nova (Scicli)

Coordinate: 36°47′38.79″N 14°42′39.59″E
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Chiesa di Santa Maria La Nova
Facciata-campanile, 2020
StatoItalia (bandiera) Italia
Regione Sicilia
Località Scicli
Coordinate36°47′38.79″N 14°42′39.59″E
Religionecattolica
TitolareMaria
Diocesi Noto
Stile architettonicoNeoclassico
CompletamentoXIX secolo

La chiesa di Santa Maria La Nova è una delle chiese di Scicli, nel libero consorzio comunale di Ragusa. Dal 9 luglio 1994, è sede del Santuario di Maria Santissima della Pietà.

Sita in fondo all'omonima cava, è la più vasta della città per superficie[1] ed è considerata il principale santuario cittadino in quanto sede di tre statue di culto profondamente venerate dalla comunità cittadina.[2]

Le origini medievali

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Le origini della chiesa di Santa Maria la Nova risalgono al Medioevo. Le più antiche testimonianze documentarie attestano infatti l'esistenza, già nel XIV secolo, di un edificio di culto dedicato a Sancta Maria Pietatis, che parte della storiografia identifica con la primitiva chiesa sorta nell'area dell'attuale santuario.[3] Sebbene le notizie relative a questa prima fabbrica siano piuttosto scarse, la sua presenza testimonia l'antica diffusione della devozione mariana nella città e lascia supporre l'esistenza di una comunità religiosa già ben organizzata. La tradizione locale riconduce l'origine della denominazione Santa Maria la Nova alle numerose ricostruzioni che l'edificio avrebbe subito nel corso dei secoli.[4] Secondo altre interpretazioni, l'appellativo la Nova sarebbe invece legato all'importante ampliamento cinquecentesco che trasformò radicalmente la precedente chiesa medievale.

Lo sviluppo tra XV e XVI secolo

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Tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo la chiesa conobbe una fase di notevole crescita. Intorno al 1500 l'edificio venne infatti ampliato e rinnovato, assumendo definitivamente la denominazione di Santa Maria la Nova.[3] Nello stesso periodo la chiesa acquisì un ruolo di primaria importanza nella vita religiosa cittadina, divenendo la terza collegiata di Scicli in ordine cronologico, dopo quelle di San Matteo e di San Bartolomeo.[5] La sua antichità fa sì che venga annoverata tra gli edifici ecclesiastici più antichi della Sicilia sud-orientale. Lo sviluppo dell'edificio fu favorito dalla prosperità economica dell'omonima confraternita, che disponeva di consistenti rendite e di numerosi lasciti testamentari destinati sia al mantenimento del culto sia all'ampliamento del patrimonio immobiliare.[6]

L'eredità di Pietro di Lorenzo Busacca

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Una svolta decisiva nella storia della chiesa si ebbe nella seconda metà del XVI secolo, quando la confraternita ricevette l'ingente patrimonio del banchiere palermitano di origini sciclitane Pietro di Lorenzo, detto Busacca.[7] Le rendite lasciate dal benefattore permisero alla confraternita di incrementare notevolmente le proprie attività assistenziali. Vennero finanziati la costruzione di un moderno ospedale cittadino, l'istituzione di un fondo destinato alle doti delle giovani meno abbienti e l'edificazione della monumentale sede della fondazione benefica, oggi nota come Palazzo Busacca. Le stesse disponibilità economiche resero inoltre possibile l'avvio di nuovi interventi di ricostruzione e di abbellimento della chiesa, affidati ai migliori capimastri e architetti operanti nel territorio.[6] Nel proprio testamento, redatto il 2 luglio 1565, Pietro di Lorenzo dispose di essere sepolto nella chiesa di Santa Maria la Nova e stabilì che vi fosse celebrata quotidianamente una messa in suffragio della sua anima.[8] Le sue volontà non vennero tuttavia rispettate e il benefattore fu tumulato a Palermo.

La ricostruzione dopo il terremoto del 1693

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Il terremoto della Val di Noto del 1693 provocò gravi danni anche alla chiesa di Santa Maria la Nova, rendendo necessario un vasto programma di ricostruzione che interessò progressivamente l'intero edificio. Della fabbrica precedente sopravvissero soltanto limitati elementi, mentre gran parte delle strutture visibili oggi è il risultato delle campagne edilizie condotte tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo.[6] Le fonti storiche relative all'edificio risultano infatti concentrate soprattutto sulla fase successiva al sisma e sulle trasformazioni che conferirono alla chiesa l'aspetto attuale.[6]

La ricostruzione neoclassica

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L'attuale edificio iniziò ad assumere la propria configurazione nel 1798, quando vennero ricostruiti l'abside e la facciata secondo un linguaggio ormai pienamente neoclassico.[3] I lavori proseguirono nei primi anni del XIX secolo e interessarono anche la decorazione interna. Tra il 1801 e il 1802 il pittore palermitano Tommaso Pollace realizzò il ciclo pittorico della zona presbiteriale e della volta, contribuendo in maniera determinante alla definizione dell'attuale assetto artistico della chiesa.[3] Conclusa la lunga stagione ricostruttiva, Santa Maria la Nova assunse l'aspetto monumentale che ancora oggi la contraddistingue, costituendo uno dei principali esempi dell'architettura religiosa neoclassica di Scicli. Nel 1878, nell'archivio dell'Arciconfraternita di Santa Maria La Nova di Scicli, furono scoperti antichi preziosi manoscritti, tra i quali i Codici Sciclitani.[9]

La chiesa costituisce uno dei più significativi esempi di architettura religiosa neoclassica della Sicilia sud-orientale. Frutto delle ricostruzioni seguite al terremoto della Val di Noto del 1693 e delle campagne edilizie avviate tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo, l'edificio presenta una monumentale impostazione basilicale a tre navate, arricchita da un articolato sistema di cappelle laterali e da un vasto apparato decorativo pittorico e scultoreo.[3][10] Con una lunghezza di oltre cinquanta metri, la chiesa rappresenta uno dei maggiori edifici sacri del centro storico di Scicli e costituisce il fulcro monumentale dell'ampio sagrato prospiciente l'antico quartiere di Santa Maria la Nova.

Veduta della facciata e della cava di Santa Maria la Nova

L'attuale prospetto principale è il risultato della grande campagna di ricostruzione avviata nel 1798, che interessò l'abside e la facciata dell'edificio.[3] Dietro l'aspetto odierno è ancora leggibile la precedente struttura settecentesca caratterizzata da un portico sormontato da una loggia, successivamente tamponati nel corso dei lavori di completamento della nuova facciata.[11] La composizione segue i principi dell'architettura neoclassica, privilegiando la simmetria dell'insieme, la rigorosa scansione verticale delle membrature e un equilibrato rapporto tra superfici murarie ed elementi decorativi. La facciata, sviluppata prevalentemente in altezza secondo il modello delle cosiddette facciate-torri, tipico dell'architettura religiosa della Sicilia sud-orientale, svolge anche la funzione di campanile, fondendo in un unico organismo le esigenze statiche, liturgiche e urbane.[11] L'apparato decorativo risulta volutamente misurato rispetto alla ricchezza plastica del barocco siciliano, privilegiando lesene, cornici modanate e aperture regolarmente distribuite secondo un rigoroso ordine geometrico. Questo linguaggio architettonico riflette il progressivo affermarsi del gusto neoclassico negli ultimi decenni del XVIII secolo.[12] Sul lato posteriore della chiesa si trova il piccolo santuario dedicato a San Guglielmo di Scicli, luogo tradizionalmente identificato con l'eremo nel quale il santo avrebbe vissuto durante il proprio soggiorno nella città.[13]

Una delle cupole che coprono le cappelle laterali

L'interno presenta una pianta basilicale a tre navate, separate da una successione di robuste paraste sulle quali si imposta la copertura voltata dell'aula.[10] Lungo ciascuna navata laterale si aprono tre cappelle comunicanti, per un totale di sei, coperte da eleganti cupole emisferiche che conferiscono ritmo e profondità allo spazio interno. L'impianto architettonico, improntato ai principi di equilibrio e proporzione tipici del neoclassicismo, richiama nella distribuzione delle membrature alcune soluzioni adottate nell'architettura romana di età imperiale, in particolare nell'organizzazione delle grandi aule termali.[12] La navata centrale culmina nel profondo presbiterio absidato, che costituisce il principale fulcro visivo dell'intero edificio. L'illuminazione naturale, proveniente dalle aperture laterali e dalle finestre della facciata, accentua la volumetria degli ambienti e mette in risalto le superfici intonacate e gli elementi decorativi. L'apparato ornamentale riflette il gusto sviluppatosi tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo, nel quale convivono sobrietà compositiva e ricchezza pittorica, in un equilibrio che caratterizza gran parte delle ricostruzioni successive al terremoto del 1693 nel Val di Noto.

Decorazione pittorica

Il principale ciclo pittorico della chiesa è opera del pittore palermitano Tommaso Pollace, autore delle grandi tele che decorano il presbiterio e la volta dell'abside, realizzate tra il 1801 e il 1802.[14] Sulle pareti laterali dell'area presbiteriale si trovano le monumentali tele raffiguranti Giuditta e Oloferne e Ester e Assuero, quest'ultima derivata da un modello iconografico di Andrea Camassei. Le due opere, oltre al valore artistico, costituiscono un preciso richiamo simbolico alla salvezza del popolo di Dio attraverso due figure femminili dell'Antico Testamento, interpretate dalla tradizione cristiana come prefigurazioni della Vergine Maria.[14] La volta absidale ospita invece le grandi composizioni raffiguranti la Resurrezione di Cristo, Dio Padre fra le nubi e gli Angeli reggicartiglio, che completano il programma iconografico della zona presbiteriale. L'insieme costituisce uno dei più importanti cicli pittorici neoclassici conservati nel territorio sciclitano e rappresenta il coronamento artistico della ricostruzione ottocentesca della chiesa.[14]

Nel corso dei secoli la chiesa di Santa Maria la Nova ha raccolto un ricco patrimonio di opere d'arte, in gran parte legato alla devozione popolare e alle attività dell'Arciconfraternita. Tra le testimonianze più significative figurano i simulacri processionali del Cristo Risorto, della Madonna Addolorata e della Madonna Immacolata, tuttora oggetto di una profonda venerazione e protagonisti delle principali celebrazioni religiose cittadine.

Cristo Risorto

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Il Cristo Risorto, comunemente noto come 'U Gioia

L'opera più celebre custodita nella chiesa è la statua lignea del Cristo Risorto, conosciuta popolarmente con il nome di 'U Gioia, simbolo della Pasqua sciclitana.

Il simulacro raffigura Cristo vittorioso sulla morte mentre emerge da una base costituita da nubi. La figura è rappresentata nell'atto di avanzare, con il volto rivolto verso i fedeli, i lunghi capelli e la barba accuratamente modellati e un ampio mantello amaranto riccamente decorato da gigli dorati in rilievo, elemento che conferisce particolare solennità alla composizione.[15] Per lungo tempo la storiografia locale attribuì la scultura allo scultore palermitano Benedetto Civiletti, seguendo un'ipotesi avanzata da Michele Pluchinotta nelle sue Memorie di Scicli.[16] Studi successivi hanno tuttavia ricondotto l'opera allo scultore catanese Francesco Pastore, che l'avrebbe realizzata nel 1796 in occasione della ricostruzione neoclassica della chiesa.[15]

Il Cristo Risorto costituisce ancora oggi il fulcro della celebrazione pasquale di Scicli. Ogni anno, la mattina della Pasqua, il simulacro viene portato in processione da oltre un centinaio di portatori lungo le principali vie del centro storico. La corsa del Cristo, accompagnata dal suono festoso delle campane, dalle musiche bandistiche e dall'entusiasmo della folla, rappresenta uno degli eventi religiosi più partecipati dell'intero territorio ibleo e uno dei momenti identitari più sentiti dalla comunità sciclitana.[17][11]

La notorietà della festa ha superato i confini locali anche in ambito culturale: nel 2006 il cantautore Vinicio Capossela si ispirò infatti alla processione per comporre il brano L'uomo vivo (Inno al gioia), dedicato alla tradizione pasquale di Scicli.[17]

Madonna Addolorata

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Tra le immagini devozionali maggiormente venerate nella chiesa figura la statua della Madonna Addolorata, protagonista delle celebrazioni quaresimali e della Settimana Santa.

Per secoli la devozione verso l'Addolorata ha caratterizzato profondamente la spiritualità della confraternita. La consuetudine di accendere migliaia di ceri votivi durante tutti i venerdì dell'anno e, in particolare, nel periodo quaresimale ha contribuito ad annerire progressivamente le pareti interne della chiesa, testimonianza materiale dell'intensità del culto popolare. Il simulacro è costituito da una scultura lignea raffigurante la Vergine seduta, con il capo reclinato, i capelli sciolti sulle spalle e lo sguardo rivolto verso il Cristo deposto. L'abito floreale, la camicia dorata e il mantello di damasco blu conferiscono alla figura una particolare ricchezza cromatica. Completano il gruppo processionale due Pie Donne, una grande croce lignea rivestita da lamine d'argento e il simulacro del Cristo morto. L'origine dell'opera è stata oggetto di un lungo dibattito storiografico. Una tradizione ormai ritenuta priva di fondamento storico sosteneva che la statua fosse di origine bizantina e fosse stata rinvenuta tra le rovine dell'antica chiesa di Santa Maria della Pietà durante il periodo normanno. Tale ipotesi si fonda tuttavia su un documento ritenuto apocrifo dagli studiosi.[18] Più attendibile appare invece la ricostruzione proposta da Severino Santiapichi, secondo il quale la statua avrebbe fatto parte di un più ampio complesso di quattordici sculture lignee realizzate nel 1564 dallo scultore netino Antonio Monachello.[19] Ulteriori elementi sono emersi durante il restauro del 1974, diretto da Pellegrina Donella, dal quale risultò che il simulacro è composto da elementi appartenenti ad epoche differenti: la testa e il busto sarebbero infatti riconducibili a una fase precedente al XVI secolo, mentre il resto della struttura risalirebbe a un periodo successivo. Rimangono invece incerte la cronologia e la provenienza delle altre statue che compongono il gruppo processionale.[1]

Madonna Immacolata

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La chiesa conserva anche un pregevole simulacro della Madonna Immacolata, realizzato nel XIX secolo e rivestito da una ricca lamina d'argento sbalzato.

Secondo un manoscritto anonimo del 1885, la statua venne acquistata a Napoli nel 1843 per interessamento dello statista Giuseppe Petronzio e, l'anno seguente, rivestita in argento dagli argentieri netini don Silvestro Matera e figli.[20] La notizia trova conferma nell'iscrizione ancora oggi leggibile sul mantello del simulacro: «Silvester Caietanus Emmanuel de Matera netinenses argentario sul. Anno Domini 1844.». La Vergine è raffigurata secondo l'iconografia tradizionale dell'Immacolata Concezione: con le mani giunte in preghiera, lo sguardo abbassato, i piedi poggiati sul globo terrestre e sulla mezzaluna, mentre schiaccia il serpente del peccato originale intento ad addentare il frutto proibito. Alla base della composizione trovano posto quattro teste di putti alati, finemente cesellate.[21] L'opera costituisce una delle più significative testimonianze dell'oreficeria sacra ottocentesca conservate a Scicli e rappresenta uno dei principali oggetti di culto mariano della città.

  1. 1 2 P.Nifosì, La chiesa di S.Maria la Nova Scicli Santuario Santa Maria della Pietà, Scicli, 1995.
  2. ↑ Aprile A., Le vetuste splendide chiese di Scicli. Ricerca su documenti editi ed inediti, Collana editoriale internazionale scientifica di storia e folklore di Sicilia, 1989.
  3. 1 2 3 4 5 6 P.Nifosì, La chiesa di S.Maria la Nova Scicli Santuario Santa Maria della Pietà, Scicli, 1995.
  4. ↑ B.Cataudella, Scicli. Storia e tradizioni, Scicli, Comune di Scicli.
  5. ↑ Aprile A., Le vetuste splendide chiese di Scicli. Ricerca su documenti editi ed inediti, Collana editoriale internazionale scientifica di storia e folklore di Sicilia, 1989.
  6. 1 2 3 4 Trigilia, pag. 15, su books.google.it (archiviato dall'url originale il 12 marzo 2016).
  7. ↑ Descrizione della chiesa, su costierabarocca.it. URL consultato l'11 marzo 2010 (archiviato dall'url originale il 13 febbraio 2026).
  8. ↑ Testamento di Pietro Di Lorenzo, in Notaro Giuseppe di Rosa di Palermo, 2 luglio 1565, Palermo.
  9. ↑ Trigilia, pag. 15, su books.google.it.
  10. 1 2 Chiesa della Consolazione e Chiesa di Santa Maria la Nova, su visitvigata.com. URL consultato il 25 giugno 2026 (archiviato dall'url originale l'8 luglio 2025).
  11. 1 2 3 Scicli, su sunseaislands.com. URL consultato il 16 maggio 2026 (archiviato dall'url originale il 12 marzo 2026).
  12. 1 2 Esplora i Santuari di Ragusa, su clicksicilia.com. URL consultato il 16 maggio 2026 (archiviato dall'url originale il 26 giugno 2026).
  13. ↑ CHIESA DI SANTA MARIA LA NOVA, su prolocoscicli.it. URL consultato il 25 giugno 2026 (archiviato dall'url originale il 19 gennaio 2025).
  14. 1 2 3 P.Nifosì, La chiesa di S.Maria la Nova Scicli Santuario Santa Maria della Pietà, Scicli, 1995.
  15. 1 2 M. Boscarino, Il Cristo Risorto, in Dibattito, n. di aprile, 1994.
  16. ↑ M. Pluchinotta, Memorie di Scicli, Scicli, 1932.
  17. 1 2 Pasqua a Scicli: 'u Gioia, su visitvigata.com. URL consultato il 16 maggio 2026 (archiviato dall'url originale il 1º giugno 2026).
  18. ↑ S. Santiapichi, Una chiesa, un santo, un benefattore, Modica, 1920, p. 10.
  19. ↑ S. Santiapichi, Una chiesa, un santo, un benefattore, Modica, 1920, p. 10.
  20. ↑ Manoscritto anonimo in possesso del notaio, dottor Ignazio Emmolo di Scicli.
  21. ↑ Le sculture in argento a Scicli, in Il Giornale di Scicli, n.9, anno VII, 23 aprile 1983.

Fonti archivistiche

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  • Manoscritto anonimo in possesso del notaio Ignazio Emmolo, Scicli.
  • Testamento di Pietro di Lorenzo, rogato dal notaio Giuseppe Di Rosa, Palermo, 2 luglio 1565.
  • Aprile, A., Le vetuste splendide chiese di Scicli. Ricerca su documenti editi ed inediti, Collana editoriale internazionale scientifica di storia e folklore di Sicilia, 1989.
  • Cataudella, B., Scicli. Storia e tradizioni, Comune di Scicli, Scicli.
  • Nifosì, P., La chiesa di S. Maria la Nova, Santuario Santa Maria della Pietà, Scicli, 1995.
  • Pluchinotta, M., Memorie di Scicli, Scicli, 1932.
  • Santiapichi, S., Una chiesa, un santo, un benefattore, Modica, 1920.
  • Trigilia, Melchiorre, La Madonna dei Milici di Scicli. Cristiani e musulmani nella Sicilia del Mille. I più antichi testi in volgare. Storia, tradizione, fede, civiltà, arte, folclore, Modica, 1990.
  • Boscarino, M., «Il Cristo Risorto», in Dibattito, aprile 1994.
  • «Le sculture in argento a Scicli», in Il Giornale di Scicli, anno VII, n. 9, 23 aprile 1983.
  • Scicli, su sunseaislands.com. URL consultato il 25 giugno 2026.

Voci correlate

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Altri progetti

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