Cavallo napoletano
| Cavallo napoletano | |
|---|---|
| Specie | |
| Altri nomi | Napoletano |
| Localizzazione | |
| Zona di origine | Regno di Napoli |
| Epoca di origine | XV secolo |
| Diffusione | Italia meridionale, Europa |
| Epoca di estinzione | XVIII secolo |
| Aspetto | |
| Altezza | 150-165 cm |
| Peso | 450-600 kg |
| Mantello | Baio, morello, sauro bruciato, grigio |
| Allevamento | |
| Utilizzo | Guerra, alta scuola, parata, carrozza, allevamento |
| Carattere | Coraggioso, docile, vigoroso, resistente |
| Prole media | Persano (parzialmente) |
Il cavallo napoletano (anche chiamato: neapoletano, napolitano e neapolitano) è una razza equina che ha origine in Campania.[1]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Le origini e la tradizione equestre campana
[modifica | modifica wikitesto]
La tradizione di allevamento equino nel territorio campano risale all'epoca etrusca: le fonti documentano la presenza di allevamenti nella zona di Capua già nell'antichità, in un contesto climatico e geografico particolarmente favorevole. Tracce di esemplari equini rinvenuti negli scavi di Pompei ed Ercolano sono state utilizzate dagli studiosi moderni per ricostruire le caratteristiche morfologiche dei cavalli dell'area campana in età romana.[1]
La selezione angioina e aragonese
[modifica | modifica wikitesto]La selezione vera e propria della razza è ricondotta dalla tradizione storiografica al XIII secolo, quando Carlo I d'Angiò, ritenendo di elevata qualità i cavalli locali, scelse di non introdurre sangue di altre razze. Nei secoli successivi la razza si sviluppò per incroci tra cavalli locali, africani e asiatici, raggiungendo il culmine della propria affermazione in età angioina (XV secolo) e aragonese (XVI secolo). In quel periodo il cavallo napoletano era considerato tra i più pregiati d'Europa per la cavalleria militare.[2]
Una testimonianza emblematica dell'apprezzamento internazionale è il monumento equestre di Cosimo I de' Medici in Piazza della Signoria a Firenze: lo scultore Giambologna lo raffigurò su un cavallo napoletano «che posa sopra due piedi, in modo da non saziar mai l'occhio per la bellezza dell'artifizio», secondo la descrizione di un contemporaneo.[3]
La scuola equestre napoletana e i trattati
[modifica | modifica wikitesto]A Napoli fu fondata la prima accademia equestre d'Europa. La data tradizionalmente indicata è il 1523, per opera di Federico Grisone, che ne fu il primo maestro. Intorno al 1534 l'istituzione si consolidò con la partecipazione di altri maestri tra cui Giovanni Battista Ferraro, Antonio Pirro, Giovan Battista Pignatelli e Giovanni Battista Caracciolo.[4]
Federico Grisone fu anche autore del primo trattato di equitazione pubblicato dopo quello di Senofonte: Gli ordini di cavalcare (1550), che ebbe larga diffusione europea e costituì la base per le grandi scuole di alta scuola di Francia, Austria, Spagna e Portogallo. L'influenza della scuola napoletana si estese fino alla corte inglese: alla fine del XVI secolo la regina Elisabetta I chiamò il napoletano don Prospero D'Osma a dirigere la propria Accademia Reale, per migliorare gli allevamenti equini inglesi.[5]
Nel XVI secolo i cavallerizzi napoletani svilupparono anche i cosiddetti «balletti equestri», spettacoli di grande complessità che richiedevano compositori, coreografi e maestranze specializzate, allestiti in occasione di grandi feste religiose e civili.[6]
Il periodo borbonico e il Real Sito di Carditello
[modifica | modifica wikitesto]Durante il vicereame spagnolo e poi con i Borbone, la razza conobbe un'ulteriore valorizzazione istituzionale. Il Real Sito di Carditello, tenuta reale borbonica nella provincia di Caserta, fu per generazioni uno dei principali centri di allevamento del cavallo napoletano, che nelle scuderie imperiali spagnole raggiunse grande presenza e prestigio.[6]
Il declino post-unitario
[modifica | modifica wikitesto]Con l'Unità d'Italia e l'annessione del Regno delle Due Sicilie, l'allevamento del cavallo napoletano subì un tracollo. Le nuove scelte economiche e politiche del governo sabaudo portarono all'abbandono delle pratiche di selezione consolidate nei secoli. Nei primi anni del Novecento le tracce della razza si persero quasi completamente.[7]
Il recupero moderno
[modifica | modifica wikitesto]A partire dal 1980, grazie all'opera di un allevatore che aveva ritrovato le tracce della razza scomparsa — anche attraverso ricerche in Brasile, dove esemplari erano stati esportati in epoca preunitaria — la razza ricevette nuovo vigore. Ciò portò all'attivazione del Registro Anagrafico da parte del Ministero dell'Agricoltura.[2]
Nel 2004 fu costituita l'Accademia Equestre Napoletana, con sede a Napoli, che si propone di salvaguardare la razza e di tramandare le tecniche dell'arte equestre napoletana. La razza è considerata a rischio di estinzione ed è monitorata dall'ANARE (Associazione Nazionale Razze Equine a Rischio di Estinzione).[8]
Caratteristiche
[modifica | modifica wikitesto]Standard di razza
[modifica | modifica wikitesto]L'altezza minima al garrese a 42 mesi è di 150 cm. I mantelli ammessi dallo standard ufficiale sono baio, morello, sauro bruciato e grigio. Le caratteristiche morfologiche comprendono una testa nobile con profilo leggermente montonino, collo arcuato e muscoloso, spalle inclinate, groppa larga e forte, arti solidi con tendini ben definiti. Il passo è elevato e cadenzato, caratteristica che in passato lo rendeva particolarmente adatto sia alla cavalleria militare sia ai balletti equestri.[9]
Il termine «corsiero»
[modifica | modifica wikitesto]Il termine «corsiero» (o corsiere), usato spesso come sinonimo nelle fonti storiche, designava tra la fine del Medioevo e l'inizio dell'età moderna il cavallo da combattimento, la cui andatura più veloce — il «corso», ovvero il galoppo — lo differenziava dall'«ambiatore», impiegato prevalentemente per i lunghi trasferimenti in sella. Era dunque il nome funzionale della razza piuttosto che una denominazione alternativa.[3]
Il cavallo come simbolo di Napoli
[modifica | modifica wikitesto]L'immagine del cavallo è strettamente intrecciata con l'identità storica di Napoli. Il Corsiero del Sole, una colossale statua equestre bronzea che per secoli si ergeva nell'odierna piazza Sisto Riario Sforza, fu il simbolo più antico della città e fu adottato come emblema dalla Società Sportiva Calcio Napoli alla sua fondazione nel 1926 per volontà di Giorgio Ascarelli. Il cavallo rampante è ancora presente nello stemma della Città metropolitana di Napoli e in quello di diversi antichi Seggi nobiliari napoletani.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 Neapolitano III, su corriereborbonico.com.
- 1 2 La storia, su accademiaequestre.napoli.it.
- 1 2 Il Cavallo Corsiero Napolitano, su altaterradilavoro.com.
- ↑ Accademia Equestre Napoletana, su accademiaequestre.napoli.it.
- ↑ Un cavallo, un dipinto, una storia territoriale (PDF), su univeur.org.
- 1 2 La favolosa storia del cavallo napolitano, su cosedinapoli.com.
- ↑ Il Corsiero Napolitano, su giovanninocella.it.
- ↑ Razze zootecniche in pericolo di estinzione: il cavallo Napoletano (PDF), su associazionerare.it.
- ↑ Napoletano – Atlante delle razze di Cavalli, su agraria.org.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Federico Grisone, Gli ordini di cavalcare, Napoli, 1550.
- Giovanni Battista Ferraro, Cavallo frenato, Napoli, 1560.
- Francesca Ciotola, Giuseppe Maresca, Vincenzo Peretti, Razze zootecniche in pericolo di estinzione: il cavallo Napoletano, in Associazione Razze Autoctone a Rischio di Estinzione, settembre 2005.
- Scafetta N., Napoli. La Città del Sole e di Partenope, Società dei Naturalisti in Napoli, 2021.
- Ferri G., Passato e presente: la nuova Accademia di Arte Equestre Federico Grisone e la rinascita del cavallo Napoletano, in Territori della Cultura, 33/2018, pp. 16-29.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
[modifica | modifica wikitesto]
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Cavallo napoletano
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Sito ufficiale, su Accademia Equestre Napoletana - Il mito del cavallo a Napoli. URL consultato il 7 novembre 2024.
- Maria Perna Franchini, La rinascita di un emblema di Napoli, su ilportaledelsud.org, giugno 2012. URL consultato il 7 novembre 2024.
- Francesca Ciotola, Giuseppe Maresca e Vincenzo Peretti, Razze zootecniche in pericolo di estinzione: il cavallo Napoletano (PDF), su associazionerare.it, settembre 2005. URL consultato il 7 novembre 2024.
- Lo stallone napoletano o "destriero del sole", su facebook.com, 12 novembre 2020. URL consultato il 7 novembre 2024.
Razze italiane: il cavallo napoletano (18 febbraio 2024), su YouTube, EQU TV, 22 febbraio 2024. URL consultato il 7 novembre 2024.
