Apolidia

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In evidenza gli stati partecipanti alla Conferenza delle persone apolidi del 1951

L'apolidia (composto di alfa privativo e polis, "città" in greco) è la condizione dei soggetti privi di qualunque cittadinanza.

Tali soggetti sono detti "apolidi".

Si diventa apolidi:

  • per origine, quando non si è mai goduto di diritti né mai sottoposti ai doveri di alcuno Stato;
  • per derivazione a causa di varie ragioni, tutte conseguenti alla perdita di una pregressa cittadinanza e alla mancanza di una contestuale acquisizione di una nuova.
    Le ragioni possono essere:
    • annullamento della cittadinanza da parte dello Stato, per ragioni politiche, etniche, di sicurezza o altro;
    • perdita di privilegi acquisiti in precedenza (per esempio la cittadinanza acquisita per matrimonio);
    • rinuncia volontaria alla cittadinanza.

Si diventa apolidi in senso formale solo tramite rinuncia espressa alla propria cittadinanza naturale; i figli di apolidi si trovano tipicamente nella condizione di chi nasca in un territorio nazionale e normalmente questo basta per l'automatica acquisizione della cittadinanza dello Stato del luogo di nascita.[senza fonte]

Nel passato, era anche ammissibile una forma di apolidia di tipo sanzionatorio, derivante dal venir meno della cittadinanza come pena accessoria collegata alla commissione di un illecito penale: l'Aquae et igni interdictio rientrava in questa ipotesi. Il governo_di_Vichy emise nel 1940 delle leggi retroattive che consentirono la revisione della naturalizzazione Francese[1] se ottenuta tra il 1927 e il 1940, rendendo apolidi i soggetti intereessati da questa legge.

In Italia, le leggi razziali del 1938, introdussero delle norme di revoca della cittadinanza ai cittadini ebrei e quindi il loro passaggio allo stato di apolidi.

Si pone spesso il problema internazional-privatistico di quale sia la legge regolatrice dello statuto personale dell'apolide. In assenza di cittadinanza, si adotta il criterio della residenza e, in secondo ordine, del domicilio.

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