Unabomber

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Unabomber è l'appellativo usato dalla stampa italiana per riferirsi all'autore di numerosi atti di violenza commessi in Veneto e in Friuli nelle decadi 1990 e 2000. È un feritore e bombarolo seriale la cui strategia, priva di un movente plausibile, consiste nel collocare in luoghi pubblici o aperti al pubblico ordigni esplosivi in grado di menomare i malcapitati che vi si imbattono.

Le azioni attribuite a Unabomber sono complessivamente una trentina (31, o 33, secondo le diverse ricostruzioni)[1] e si distribuiscono nell'arco temporale che va dal 1994 al 2006, con un periodo di quiescenza fra il 1996 e il 2000. L'individuo è rimasto ignoto, non ha mai rivendicato i suoi atti e si è dimostrato particolarmente abile nell'evitare di lasciare tracce, ma ha seminato il panico in una vasta zona dell'Italia nordorientale incentrata sull'asse Pordenone-Portogruaro-Lignano.

Il suo caso irrisolto rappresenta una delle vicende di cronaca che più hanno impressionato l'opinione pubblica, per la sua inestricabilità, la sua apparente irrazionalità e il terrore infuso nella popolazione dagli attentati, estremamente subdoli e capaci di ferire obiettivi casuali e indifesi. Inoltre, ha colpito spesso in occasioni festose e più di una volta ha scelto come bersaglio i bambini.

Origine del nome[modifica | modifica sorgente]

Il vero Unabomber: lo statunitense Ted Kaczynski.

Il nome Unabomber è mutuato da quello di un terrorista statunitense, Theodore Kaczynski, a sua volta autore di molteplici attentati con uso di esplosivi nel corso di diciotto anni. Prima della sua cattura, l'uomo era identificato dall'FBI con la sigla UNABOM (UNiversity and Airline BOMber), in seguito deformata dai media. Le analogie tra l'Unabomber italiano e quello statunitense sono tuttavia molto tenui.

Nel 2005 il direttore del Gazzettino di Venezia, Luigi Bacialli, decise unilateralmente di modificare la storica denominazione in quella assonante e dispregiativa di Monabomber, che sfruttava l'espressione volgare veneta mona, qui usata per indicare una persona stupida. L'obiettivo di questa scelta, che marcava anche la distanza dall'Unabomber originale, era gettare particolare discredito sullo sconosciuto, o quanto meno evitarne la gratificazione: in questo senso essa fu condivisa da firme autorevoli,[2][3] ma rigettata da altre che vi lessero una contravvenzione alle regole del buon giornalismo, le quali impongono di separare i fatti dalle opinioni.[4]

Il nuovo appellativo incontrò inoltre il malcontento dei giornalisti del Gazzettino stesso: ritenendolo umiliante per la testata e riduttivo della gravità degli attentati, essi rifiutarono di riprodurlo nel corpo degli articoli, cosicché il nome di Monabomber restò limitato alla titolazione.[5] Anche il sindacato dei giornalisti del Veneto e la FNSI presero le distanze dall'iniziativa di Bacialli.[6] Il cambio al vertice nella redazione del Gazzettino restituì infine a Unabomber la denominazione originaria.

Tipologia criminale[modifica | modifica sorgente]

Unabomber colpisce con regolarità, ma non è ritenuto un serial killer, poiché le sue azioni non sono dirette a uccidere bensì a ferire, anche se in alcuni casi hanno sfiorato l'esito mortale. Tra i caratteri comuni evidenziati dagli attentati spicca la tendenza a venire attuati nei giorni di festa o, altre volte, durante la stagione estiva, spesso in luoghi tipicamente affollati e pertinenti all'occasione (le chiese nelle festività religiose, le spiagge durante l'estate, le piazze nel periodo di Carnevale).

Non dovrebbe considerarsi nemmeno un terrorista, perché agisce per un movente oscuro e non emette rivendicazioni. Tuttavia le autorità inquirenti ritengono possibile contestargli l'aggravante della finalità di terrorismo.[7] Essa però non è mai stata consacrata in un'imputazione formale, e tanto meno in una sentenza. Ad alcune vittime di Unabomber lo Stato italiano ha riconosciuto un risarcimento, come generalmente avviene per le vittime del terrorismo. La prima donna gravemente ferita, Anna Pignat, è però deceduta nel 2008 senza averlo mai ricevuto. L'hanno ottenuto invece Anita Buosi (90.466 euro), Nadia Ros (38.418) e le due bambine di nove e sei anni ferite nel 2003 e nel 2005 (rispettivamente 190.455 e 53.786)[8][9]

Unabomber è ricercato per una serie di fatti di lesione personale di varia gravità e per tentato omicidio.

Cronologia degli attentati[modifica | modifica sorgente]

1993[modifica | modifica sorgente]

1994[modifica | modifica sorgente]

  • Sacile, 21 agosto 1994. È in corso la 721ª edizione della Sagra dei Osei e vi partecipano almeno 50.000 persone. Alle 10,45 una donna raccoglie un tubo di ferro nei pressi di un cespuglio di ortensie, tra una fontanella e una cabina telefonica. L'oggetto è lungo circa 30 cm, imbottito di esplosivo e biglie di vetro: è il tubo bomba che si rivelerà una costante degli attentati di Unabomber. Deflagra ferendo lievemente la donna e due dei suoi figli. Il fenomeno criminale non è ancora noto, e gli investigatori battono piste terroristiche.[7][11][12]
  • Pordenone, 17 dicembre. Un altro tubo bomba simile all'ordigno di Sacile esplode davanti alla Standa di piazza del Popolo, sotto una siepe, intorno all'ora di chiusura del magazzino nella giornata di sabato. Una ragazza resta lievemente ferita dai frammenti di una vetrina.[7][13]
  • Aviano, 18 dicembre. L'indomani, quarta domenica d'Avvento, un terzo tubo esplode in un cespuglio vicino al sagrato della parrocchiale di Santa Maria e Giuliana, proprio mentre i fedeli escono dalla messa. Non ci sono feriti.[7][13]

1995[modifica | modifica sorgente]

  • Azzano Decimo, 5 marzo 1995. La domenica di Carnevale due tubi esplodono a distanza di poche centinaia di metri l'uno dall'altro. Le detonazioni si confondono con i rumori della festa, ma nessuno resta ferito.[7][13]
  • Pordenone, 30 settembre. Sono di nuovo due i tubi abbandonati nella stessa giornata, questa volta nel capoluogo, e uno di essi determina il primo grave ferimento. È stato collocato in via Fratelli Bandiera, nei pressi di un'abitazione e vicino a un cassonetto della spazzatura. Alle 16,30 viene raccolto dalla pensionata Anna Pignat. L'ordigno esplode provocandole gravissime lesioni agli arti superiori. Il secondo tubo viene recuperato in via Fratelli Rosselli, da un'altra donna che non percepisce il pericolo e lo porta a casa. L'indomani, venuta a conoscenza del primo episodio, sistema il tubo sulla bicicletta e lo consegna ai carabinieri. I militari fanno brillare la bomba perdendo l'occasione di mandarla ad analizzare.[7][14][15]
  • Aquileia, 11 dicembre. Esplode una cabina telefonica: è il primo attentato compiuto fuori dalla provincia di Pordenone.[16]
  • Latisana, 24 dicembre. Alla vigilia di Natale un episodio analogo si verifica a Latisana, che come Aquileia è in provincia di Udine.[16]
  • Bibione (San Michele al Tagliamento), 26 dicembre. Il giorno di Santo Stefano un attentato colpisce Bibione, nota località balneare della provincia di Venezia.[16]

1996[modifica | modifica sorgente]

  • Claut, 2 aprile 1996. Un'esplosione di poco conto si verifica anche in questo piccolo centro delle Dolomiti friulane, che risulta così la più remota delle località colpite.[17]
  • Bannia (Fiume Veneto), 22 aprile. Un altro attentato senza gravi conseguenze investe questa frazione.[17]
La spiaggia di Lignano in estate.
  • Bibione (San Michele al Tagliamento), 4 agosto. Per la prima volta due località balneari sono scosse da altrettanti gravi attentati, di domenica e in piena alta stagione. Il fatto di Bibione non ha conseguenze. Alle 6 del mattino, in spiaggia, un bagnino raccoglie un tubo di circa 20 cm. «Ti che te racati tuto, vara che bel pesso de tubo»,[18] dice l'uomo a un collega. Quest'ultimo prende il tubo, ne svita un'estremità e viene sorpreso da una fiammata. Molto seccato, butta l'oggetto in un cassonetto pensando alla bravata di qualche ragazzo. Soltanto la sera giunge a conoscenza di un episodio simile, ma dagli esiti molto più seri, avvenuto nella vicina Lignano. Recupera allora il tubo e lo consegna ai carabinieri.[19][20]
  • Lignano Sabbiadoro, 4 agosto. Un tubo bomba è stato abbandonato all'interno dell'ombrellone aperto intorno alle 10,30 dal turista domese Roberto Curcio. L'uomo vede cadere l'oggetto e lo raccoglie. Il tubo esplode causandogli gravi lesioni alla mano destra e la recisione dell'arteria femorale. Curcio perde i sensi e viene trasportato al pronto soccorso, dove si decide di trasferirlo in terapia intensiva all'ospedale di Udine, per operarlo d'urgenza a causa della grave emorragia. Il tubo misurava circa 18 cm di lunghezza per 3 cm di diametro ed era avvolto in un giornale, l'edizione pordenonese del Messaggero Veneto datata 2 agosto 1996.[21][22] L'episodio scatena il panico della popolazione, dei villeggianti e degli operatori turistici della zona. Una falsa rivendicazione rivaluta l'ipotesi terroristica e manda sotto inchiesta il professor Agostinis, ma di lì a poco la momentanea interruzione degli attentati apre invece gli scenari della pista militare.[7][19][23]

1998[modifica | modifica sorgente]

  • Poincicco (Zoppola), 1º febbraio 1998. Un ordigno inesploso viene scoperto presso una trattoria della Pontebbana.[24] L'episodio si verifica però nel periodo in cui Unabomber viene comunemente ritenuto inerte, e in genere non gli è ricondotto.

2000[modifica | modifica sorgente]

  • San Vito al Tagliamento, 6 marzo 2000. È nel portogruarese che la serie degli attentati riprende. Il primo episodio non ha conseguenze, ma prefigura due novità: l'uso di ordigni camuffati da oggetti innocui e la presa di mira di un bersaglio sensibile come i bambini. A San Vito un ordigno inesploso viene trovato dentro una bomboletta per le stelle filanti il lunedì di Carnevale.[25][26]
  • Lignano Sabbiadoro, 6 luglio. La cittadina costiera è teatro di un nuovo grave attentato che si consuma verso le 17 in danno di Giorgio Novelli, carabiniere casalecchiese in pensione. Un tubo metallico di circa 30 cm di lunghezza per 3 cm di diametro viene raccolto dall'uomo sul bagnasciuga e trasportato per 400 m. Esplode ferendo l'anziano al volto e riducendolo in coma. Il congegno doveva essere dotato di un timer attivato dal movimento. L'innesco era diverso dai precedenti e la bomba era studiata per resistere all'acqua. Al momento della deflagrazione Novelli si trovava con la nipotina, ed emerge in seguito anche la circostanza che il tratto di spiaggia interessato ospitava una colonia di bambini. Ancora una volta il fatto scatena il panico, nel bel mezzo della stagione balneare.[27][28][29][30]
  • San Stino di Livenza, 13 settembre. Un tubo bomba esplode in un vigneto nel corso della vendemmia, ferendo lievemente al tallone una donna.[31]
  • Portogruaro, 31 ottobre. In questa data inizia una sequenza di tre attentati tutti compiuti nello stesso ipermercato. Il primo episodio conferma già la svolta strategica di Unabomber, che ormai nasconde gli esplosivi all'interno degli oggetti comuni. In questo caso si tratta di una confezione di uova. L'acquista un uomo di Azzano che si insospettisce alla vista di alcuni fili e la consegna ai carabinieri. Viene scoperto un ordigno contenuto in un uovo lessato, svuotato e abilmente ricostruito. Insolitamente, nell'uovo si trovano due tracce: un capello e della saliva, di cui viene repertato il DNA.[7][31][32]
  • San Stino di Livenza, 1º novembre. Un altro ordigno viene scoperto nello stesso vigneto del precedente, dopo un mese e mezzo da questo e all'indomani dell'attentato di Portogruaro.[31]
  • Portogruaro-Pinè (Cordignano), 7 novembre. Intorno alle 20,30 un tubetto di pomodoro acquistato all'ipermercato di Portogruaro esplode ferendo una donna, l'operaia Nadia Ros, che riporta gravi lesioni a una mano. Anche in questo caso l'attentatore ha operato con maestria, introducendo l'ordigno dalla giuntura inferiore della confezione, mentre il tappo appare sigillato. Le forze dell'ordine setacciano l'ipermercato ed esaminano tutti i prodotti al metal detector.[7][33][34]
  • Portogruaro-Roveredo in Piano, 17 novembre. A dispetto della bonifica del locale, gli scaffali dell'ipermercato riservano un'altra sorpresa a una donna che vi ha acquistato un tubetto di maionese. In questo caso però il marito, un militare, insospettito dall'insolita durezza dell'oggetto lo consegna ai carabinieri che trovano la bomba.[7][35][36]

2001[modifica | modifica sorgente]

  • Motta di Livenza, 2 novembre 2001. Il giorno dei morti, alle 16, una bomba camuffata da cero votivo esplode nel cimitero, ferendo la custode del luogo Anita Buosi. La donna la raccoglie da una tomba e nota subito un'anomalia (il cero non è stato acceso), ma non ha il tempo di percepire il pericolo. Riporta gravissime lesioni alle mani e all'occhio destro.[7][37][38]

2002[modifica | modifica sorgente]

La parrocchiale di Cordenons colpita il giorno di Natale 2002.
  • Porcia, 23 luglio 2002. Unabomber torna a colpire i supermercati: è infatti all'IperStanda che abbandona il quarto ordigno camuffato da prodotto alimentare. La bomba è contenuta in un vasetto di Nutella acquistato da una donna. Verso le 20,45, nel tentativo di aprirlo, la cliente si accorge che dal barattolo si sprigionano rumori e fumi. Così lo deposita sul davanzale esterno di una finestra. L'oggetto esplode senza ferire nessuno. Le modalità dell'attentato inducono gli inquirenti a sospettare che il suo bersaglio fosse un bambino.[7][39]
  • Pordenone, 2 settembre. Giunge conferma che Unabomber ha rivolto il proprio interesse ai giovanissimi: sono circa le 18 quando un bimbo di cinque anni resta ferito dallo scoppio di un tubetto di bolle di sapone, appena acquistato al Mercatone Zeta, sotto gli occhi della madre. Le ferite non sono gravi, ma l'accaduto desta enorme impressione nell'opinione pubblica.[7][40][41]
  • Cordenons, 25 dicembre. Alla messa di mezzanotte del giorno di Natale, verso le 0,10, un tubo esplode sopra un confessionale della chiesa di Santa Maria Maggiore. Sul momento il parroco, don Giancarlo Stival, non ne coglie il significato. Sono alcuni carabinieri in borghese che evacuano l'edificio e impongono di proseguire la funzione all'aperto. Non ci sono feriti.[7][42]

2003[modifica | modifica sorgente]

  • Pordenone, 24 marzo 2003. Un ordigno esplode alle 12,23 nella toilette del Palazzo di Giustizia, al secondo piano, proprio nei pressi dell'ufficio del procuratore Domenico Labozzetta che sta indagando su Unabomber. Sembra una sfida all'autorità giudiziaria. Gli inquirenti sperano di incastrare il responsabile grazie ai sistemi di sicurezza: la prova più attesa, quella della videosorveglianza, risulta però inservibile a causa dell'usura dei nastri delle videocamere.[7][43][44]
  • Fagarè della Battaglia (San Biagio di Callalta), 25 aprile. Il giorno della Liberazione alcune famiglie sono accampate per una scampagnata mentre si consuma l'attentato che più scuote l'opinione pubblica. Alle 11.30 una bambina di Oderzo, dell'età di nove anni, apre un evidenziatore trovato sul greto del Piave. L'oggetto esplode procurandole gravissime lesioni alla mano e all'occhio.[45][46] La bambina verrà operata a Monza dal professor Marco Lanzetta che le applicherà una protesi l'anno seguente.[47]

2004[modifica | modifica sorgente]

  • Portogruaro, 2 aprile 2004. In prossimità della Pasqua, la donna delle pulizie della chiesa di Sant'Agnese scopre uno strano oggetto nascosto dentro il cuscino di un inginocchiatoio e lo consegna al parroco. Il sacerdote a sua volta non lo riconosce, e così pure le persone alle quali lo mostra, che lo scambiano per un accendino. Lo detiene in canonica credendolo un pesce d'aprile, finché un collaboratore si insospettisce e lo consegna di propria mano alla polizia. Si tratta di una pericolosissima bomba alla nitroglicerina congegnata per esplodere alla pressione delle ginocchia sul cuscino.[48][49][50] Nel maggio seguente le forze dell'ordine perquisiscono per la prima volta l'abitazione di Elvo Zornitta.[7][51]

2005[modifica | modifica sorgente]

  • Treviso, 26 gennaio 2005. Unabomber si spinge all'estremità occidentale del suo raggio d'azione, collocando un ordigno in uno di due ovuli di plastica Kinder Sorpresa abbandonati in via Verdi, sopra una centralina telefonica nei pressi del tribunale. Alle 9,20 l'involucro viene spostato da un ragazzo di dodici anni della scuola media di Badoere (Morgano), in trasferta con la classe per assistere a una rappresentazione teatrale nel capoluogo. Il giovane getta a terra il contenitore e lo calcia contro il recinto di un'abitazione. L'oggetto si apre ed esplode senza ferire nessuno. L'altro ovulo conteneva un semplice pupazzetto.[52][53]
  • Motta di Livenza, 13 marzo. È domenica e, al termine della messa principale nella chiesa di San Nicola vescovo, una bimba di sei anni accende una candela votiva elettrica con l'aiuto di una donna. Il dispositivo esplode ferendo gravemente la piccola e leggermente la donna, mentre un anziano sviene alla vista del sangue. Il caso vuole che la sera prima Anita Buosi, la donna gravemente ferita nel cimitero di Motta nel 2001, abbia acceso a sua volta alcuni ceri anche dallo stesso candeliere. Il parroco testimonia tuttavia che al mattino le candele erano state sostituite. La bambina verrà operata con successo.[54][55][56]
  • Concordia Sagittaria-Bacău, 16 marzo. Poco dopo l'episodio di Motta, un ordigno inesploso viene rinvenuto dalle Suore della Misericordia di Bacău in Romania. Era contenuto in una scatola di sgombri, probabilmente inviata insieme ad altri aiuti umanitari dalle consorelle di Concordia Sagittaria, un anno prima. Le religiose italiane però non confermano né smentiscono la circostanza, limitandosi a dichiarare: «Se qualcuno ha fatto del male sarà punito dalla giustizia divina».[57][58]
  • Portogruaro, 9 luglio. Alle 13,30 una donna, uscita di casa in bicicletta, sente cadere un oggetto da sotto il sellino: è un involucro esplosivo. Il mezzo di trasporto era rimasto depositato una settimana alla stazione e altri tre giorni nel cortile di casa della proprietaria. La bomba conteneva nitroglicerina ed era stata neutralizzata della pioggia che aveva battuto la cittadina per molti giorni.[59][60]

2006[modifica | modifica sorgente]

  • Porto Santa Margherita (Caorle), 6 maggio. Sul litorale presso la foce del Livenza due fidanzati trovano una bottiglia che apparentemente contiene un messaggio. Il ragazzo, l'infermiere Massimiliano Bozzo, prende a maneggiarla determinando l'esplosione che lo ferisce gravemente e provoca lesioni anche alla giovane. Poco prima l'oggetto era stato notato da un uomo che aveva rinunciato a raccoglierlo.[61][62]

Indagini[modifica | modifica sorgente]

Aspetti problematici[modifica | modifica sorgente]

Fin dall'inizio le indagini sul caso Unabomber furono penalizzate sotto molti profili, il principale dei quali fu certamente l'impossibilità di riconoscere un movente. Questo dato, pur avendo pochissima importanza sotto il profilo processuale, è però fondamentale in fase investigativa, dal momento che permette di limitare le ricerche a un numero circoscritto di persone sospettabili.[7]

Anche la sospensione degli attentati si rivelò un problema poiché, da un lato, essi erano l'unica fonte ‒ sebbene avara ‒ di indizi, dall'altro, gli inquirenti stessi si persuasero che gli episodi fossero terminati e l'inchiesta entrò in una fase di quiescenza. Peraltro, l'inchiesta fu ulteriormente danneggiata da una serie di errori degli stessi inquirenti e delle forze dell'ordine, e inoltre da numerose fughe di notizie.[7]

La buona volontà di associazioni e cittadini comuni di venire incontro agli inquirenti, in particolare attraverso l'istituzione di taglie, non fu di molto aiuto. Quando anzi Unabomber colpì a Fagarè, nel più drammatico dei suoi attentati, alcuni supposero si fosse attivato per vendetta contro la taglia di 50.000 euro posta sul suo capo dall'imprenditore Giorgio Panto, la cui fabbrica si trovava nelle vicinanze, attraverso il quotidiano Libero.[63] Si ritiene che le varie taglie siano state rese inutili dall'inesistenza di un fenomeno di omertà intorno al caso.[7]

Oltre a tutto ciò, la vicenda fu complicata dalla frammentazione geografica degli episodi, che finirono per coinvolgere ben quattro procure. Il fatto di Sacile (21 agosto 1994) attivò Pordenone, quello di Aquileia (11 dicembre 1995) Udine, quello di Bibione (26 dicembre 1995) Venezia, e infine quello di Motta (2 novembre 2001) Treviso. Altro problema fu rappresentato dal ricambio dei magistrati, troppo frequente rispetto alla lunga durata del caso. Per ovviare a questi inconvenienti, anche sulla spinta dell'indignazione generale seguita al caso di Fagarè (25 aprile 2003), fu istituita una superprocura al fine di coordinare le indagini. Lo speciale ufficio però finì per naufragare, inaspettatamente travolto dall'esito imbarazzante del caso Zornitta.[7]

Elementi indiziari[modifica | modifica sorgente]

I principali indizi in mano alle autorità inquirenti sul caso Unabomber sono:

  • i reperti obiettivi degli ordigni esplosi e inesplosi,
  • il DNA repertato dal RIS di Parma a partire dal capello e dalle tracce di saliva trovate nell'uovo bomba dell'ipermercato di Portogruaro,
  • una parziale impronta digitale rilevata da uno degli oggetti,[64]
  • i profili criminologici dell'attentatore, la sua tempistica, la sua territorialità, i materiali e le tecniche usate per confezionare gli ordigni.

Molti degli ordigni confezionati da Unabomber sono tubi bomba o pipe bomb dalla struttura molto semplice: un segmento di tubo da idraulico con due tappi alle estremità. Sono riempiti di miscele d'azoto a partire da un materiale di facile reperibilità: dai comuni fuochi artificiali, alle munizioni da caccia, ai diserbanti e ai fertilizzanti. Dall'ottobre 2000 i congegni esplosivi si fanno però molto più elaborati, dimostrando la notevole perizia tecnica dell'attentatore, che si spinge fino all'uso di un composto molto difficile da maneggiare come la nitroglicerina.[7] Questa svolta ha fatto prendere in considerazione anche la possibile esistenza di un emulatore.[65]

Indizi minori sono rappresentati da varie testimonianze oculari che portarono anche alla formazione di alcuni identikit. Alcune di esse vennero raccolte in occasione dell'attentato al tribunale di Pordenone (24 marzo 2003), quando furono esaminati anche i video del sistema di sicurezza. Questi però restituirono immagini confuse, nelle quali parve solo possibile intravedere un uomo camuffato in un abbigliamento mimetico con un paio di baffi all'apparenza posticci.[66][67]

Movente a parte, è facile riconoscere gli obiettivi di Unabomber dagli effetti delle esplosioni, dalle caratteristiche delle vittime, dai tempi e dai luoghi degli attentati. Gli ordigni esplodono tipicamente in direzione della persona, spesso provocando lesioni permanenti alle mani (tipicamente la perdita delle prime tre dita) e agli occhi. Le vittime sono individui comuni, selezionati dal caso, a volte bambini. Tempi e luoghi dimostrano una marcata preferenza per i periodi di festa o di vacanza, e non escludono bersagli religiosi.[7]

Su queste basi è stato stilato il profilo dell'attentatore, sfruttando a tal fine anche l'esperienza degli esperti nella caccia agli assassini seriali. Nel corso del tempo si è supposto trattarsi di un uomo, fra i 30 e i 40 anni, appassionato di esplosivi, forse con manie di protagonismo.[7] Si è ritenuto che viva solo o con un genitore anziano, che collezioni gli articoli di stampa sulle proprie gesta e possa avere precedenti penali.[68] Ne furono tracciati anche profili psicopatologici.[69] Non tutti hanno però escluso la possibilità che si tratti invece di una donna.[65]

Piste seguite[modifica | modifica sorgente]

Inizialmente, in occasione dell'attentato di Sacile (21 agosto 1994), fu accreditata la pista dell'ecoterrorismo, ma l'assenza di rivendicazioni disorientò gli inquirenti che ipotizzarono allora il coinvolgimento di ambienti naziskin.[11][12] Con il verificarsi di nuovi episodi prese corpo la tesi dell'attentatore isolato. Nondimeno, ancora all'epoca del primo attentato di Lignano (4 agosto 1996) l'insegnante Andrea Agostinis fu indagato nel contesto di un'ipotesi terroristica.[7]

L'interruzione degli attentati suggerì invece che Unabomber fosse un militare statunitense di stanza ad Aviano, e avesse momentaneamente sospeso l'attività criminosa perché impegnato nella guerra del Kosovo (1996-1999), oppure un militare italiano pratico di esplosivi. D'altro canto, la straordinaria abilità dimostrata dall'attentatore nel prevedere le mosse degli inquirenti fece sorgere anche un altro preciso sospetto: che si trattasse, cioè, di un appartenente alle forze dell'ordine. Nessuna di queste piste incontrò conferme.[7]

Non restava che la tesi dell'attentatore isolato, e ci si concentrò allora su una lista di persone sospette: una lista però estesa in tutte le direzioni dall'assenza di movente.[7]

Emersero anche ipotesi diverse, come la presenza di un complice o l'esistenza di un secondo Unabomber (un emulatore), se non di altri due.[70] Neanche queste ultime tesi trovarono riscontri concreti.

Persone indagate[modifica | modifica sorgente]

Numerosissimi sono stati i sospettati nel caso Unabomber. Nel 2000 era al vaglio degli inquirenti un migliaio di nomi, i quali furono selezionati per esclusione con l'ausilio di un software dell'FBI che permise di incrociare le tracce telematiche e gli altri dati a disposizione.[71] La cerchia si restrinse sempre più fino a limitarsi a una dozzina di individui.[72] Di tanto in tanto emerse il nome di una specifica persona.

Andrea Agostinis[modifica | modifica sorgente]

Il 5 agosto 1996, all'indomani dell'episodio di Lignano, pervenne alla sede dell'ANSA a Roma una telefonata che attribuiva il gesto al Gruppo 17 novembre, autore nello stesso periodo di due rivendicazioni per altrettanti attentati negli Stati Uniti. Di questa fantomatica organizzazione esisteva in Italia un unico esperto: l'insegnante tolmezzino di disegno tecnico Andrea Agostinis. Il professore era anche giornalista, e proprio nei giorni precedenti ai fatti di Lignano aveva pubblicato sul Quotidiano del Friuli una dettagliata inchiesta sul Gruppo 17 novembre. Inoltre, l'uomo aveva dato notizia alla radio della rivendicazione all'ANSA prima di chiunque altro.[7]

Gli inquirenti lo ritennero autore della telefonata e disposero la perquisizione della sua casa di Lignano, oltre che dell'ITI Arturo Malignani di Udine dove lavorava.[23] Agostinis fu destinatario di un'informazione di garanzia ed entrò così nell'inchiesta per i delitti di Unabomber, ma l'insufficienza del quadro indiziario fu presto evidente e il caso fu archiviato nel 1999. Anche le altre rivendicazioni del Gruppo 17 novembre furono riconosciute false.[7] Nel frattempo gli attentati di Unabomber si erano interrotti.

Elvo Zornitta[modifica | modifica sorgente]

L'ingegner Elvo Zornitta finì ufficialmente sotto indagine alle 6,40 del 26 maggio 2004, quando le forze dell'ordine perquisirono la sua abitazione. Il suo nome era stato suggerito da un'altra delle persone indagate. Gli elementi contro Zornitta parvero di numero enorme (17) rispetto a quelli a carico degli altri sospetti. I principali indizi erano rappresentati dalle elevate competenze tecniche (che Zornitta pacificamente ammise), dall'area dei suoi spostamenti lavorativi corrispondente al raggio d'azione di Unabomber, e dal rinvenimento di piccoli oggetti compatibili con quelli usati dall'attentatore, compresi alcuni petardi privi della polvere pirica. Inoltre, si sospettò che Zornitta avesse una lieve menomazione, una caratteristica spesso presa in considerazione nel profilo ipotetico di Unabomber.[7] Per lo stesso motivo, in un primo momento, fu sospettato anche il fratello minore Giuseppe.[72]

Questo complesso indiziario non era però sufficiente. L'uomo fu strettamente sorvegliato, anche in casa propria, nel corso di due anni durante i quali Unabomber tornò a colpire. Gli alibi dell'ingegnere furono confermati dagli inquirenti tanto che Vittorio Borraccetti, all'epoca dei fatti Procuratore Capo della Procura di Venezia, ha confermato nel 2011[73] che per almeno due degli attentati compiuti da Unabomber ci fosse l'assoluta certezza del non coinvolgimento di Zornitta, ma nonostante tutto le indagini continuarono in quella direzione.[7] Per questo motivo si ipotizzò la presenza di un'altra persona dedita a collocare gli ordigni per suo conto. Sospetti caddero anche sulla moglie, oltre che sul fratello per il periodo anteriore al manifestarsi di una grave malattia.[72] Per questi motivi furono sottoposti all'esame del DNA, oltre a Zornitta, anche i suoi parenti e amici, al fine di incrociare i risultati con i dati a disposizione degli inquirenti.[70] I test diedero esito negativo.

Il 10 ottobre 2006 parve che gli inquirenti avessero trovato una prova schiacciante contro Zornitta: la compatibilità tra le lame di un paio di forbici sequestrate e i tagli sul lamierino dell'ordigno rinvenuto nella chiesa di Sant'Agnese a Portogruaro.[70] Sulle forbici fu svolto un incidente probatorio che, tramite il metodo dei toolmarks, sembrò confermare in pieno la diagnosi. La scoperta convinse sul momento oltre ai magistrati anche i media locali e nazionali.[7]

Ma il 17 gennaio 2007 l'avvocato Maurizio Paniz, davanti al GIP Enzo Truncellitto, ribaltò il risultato della perizia, ipotizzando che una piccola striscia del lamierino fosse stata tagliata con le stesse forbici dopo il sequestro. Quando nuove analisi confermarono questa supposizione, finì sotto inchiesta il perito Ezio Zernar. Ciò assestò un duro colpo alle indagini nei confronti dell'ingegner Zornitta, il cui fascicolo fu archiviato il 2 marzo 2009 su richiesta della procura.[7][74] Zernar fu condannato in primo grado e in appello a due anni di reclusione per falso ideologico e frode processuale.[75] Nel marzo 2012 la Cassazione ha annullato la sentenza d'appello, ordinando la ripetizione del processo.[76]

Nel 2010 alcuni giornali ventilarono una riapertura del caso Zornitta in seguito alla pubblicazione di un video. Vi si vedeva infatti l'ingegnere intento a strofinare un paio di forbici con un oggetto. Il gesto fu interpretato come una limatura, e le forbici a detta degli inquirenti identificate con un paio che sarebbe stato sottratto ai carabinieri nel corso di una perquisizione: l'azione, compiuta dopo aver appreso la notizia della compatibilità tra le forbici e il lamierino, parve insomma un'ammissione di responsabilità. Tuttavia secondo l'avvocato Paniz il video, girato durante la sorveglianza dell'ingegnere, era già agli atti con il resto del materiale esaminato, l'atto era stato eseguito mesi dopo il sequestro delle ormai famose forbici e nessuna prova della sottrazione di queste forbici a tale sequestro era mai stata dimostrata: poteva quindi consistere in una semplice manutenzione dei pochi oggetti ancora in mano all'ingegnere.[77]

La situazione determinata dall'archiviazione è tale che Elvo Zornitta si trova processualmente nella stessa posizione di qualsiasi altro cittadino: nei suoi confronti un processo per i delitti di Unabomber non è precluso, ma al contempo non c'è alcuna ragione di celebrarlo (tecnicamente la sua innocenza non è mai stata messa in dubbio dalla formalizzazione di un'accusa). Zornitta però ha lamentato seri danni personali e patrimoniali, tra cui la perdita del lavoro, a causa delle indagini a suo carico e delle continue dichiarazioni fatte dagli organi inquirenti e dalla stampa a suo carico. In particolare si è costituito parte civile nel processo contro Zernar, chiedendo un ingente risarcimento.[8]

Altri[modifica | modifica sorgente]

Tra le persone sospettate nel corso degli anni, hanno avuto l'attenzione della stampa:

  • un giovane avianese, gravemente ferito da una bomba che egli stesso stava confezionando e trovato in possesso di istruzioni per costruire ordigni nel periodo tra gli attentati di Claut e di Bannia (1996),[78]
  • un uomo di Sacile, precoce orfano di madre, la cui ex fidanzata lavorava all'ipermercato di Portogruaro (2000-2002),[79]
  • un insegnante pordenonese che aveva lavorato in varie località colpite, benché in momenti diversi da quelli degli attentati (2006). Questa persona fu indagata contemporaneamente ai fratelli Zornitta e a sua volta possedeva oggettini comuni che sembravano compatibili con quelli usati negli attentati.[72]

Situazione attuale[modifica | modifica sorgente]

Unabomber è inattivo dal 6 maggio 2006: questo silenzio si presta a svariate interpretazioni. Una possibile spiegazione è che egli sia morto. In caso contrario, potrebbe essere stato arrestato per un altro reato, aver perso l'interesse a colpire o essere semplicemente in pausa.[80] C'è però chi formula ipotesi più raffinate, sostenendo che possa trovarsi in psicoterapia o anche in terapia farmacologica.[81] Alcuni inquirenti, come Domenico Labozzetta, dichiarano un sostanziale agnosticismo sul fatto che le indagini abbiano mai lambito il responsabile degli attentati. Gli investigatori ritengono comunque tutt'altro che chiuso il caso Unabomber, sostenendo la necessità di riprenderlo periodicamente in esame.[7]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Unabomber, italiacriminale.it.
  2. ^ Sandro Veronesi, «L'arma del ridicolo per battere il terrorista». Corriere della Sera, 16 marzo 2005, p. 18.
  3. ^ Michele Serra. «L'amaca». La Repubblica, 16 marzo 2005, p. 18.
  4. ^ Sebastiano Vassalli. «Sua Eccellenza il bombarolo». Corriere della Sera, 2 aprile 2005, p. 39.
  5. ^ Comitato di redazione del Gazzettino di Venezia. A tale proposito va fatto notare che, dopo le titolazioni contenenti l'appellativo "Monabomber", è stato rinvenuto un ordigno inesploso attribuito allo stesso attentatore sotto la sella di una bici da donna, come se il criminale avesse voluto colpire proprio la parte anatomica il cui nome in veneto era usato per dileggiarlo, La cosa non è stata evidenziata sulla stampa, ma è probabile che abbia contribuito a interrompere le titolazioni "Monabomber" del Gazzettino. Si veda:«Interventi e repliche». Corriere della Sera, 17 marzo 2005, p. 43.
  6. ^ «Ribattezziamolo Monabomber». La Repubblica, 15 marzo 2005, p. 4.
  7. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag Giovanni Minoli e altri. «Follia esplosiva». La Storia siamo noi, 25 marzo 2009.
  8. ^ a b «Tempi lunghi per il risarcimento». La Nuova di Venezia e Mestre, 28 ottobre 2010.
  9. ^ «Fu uno dei primi bersagli di Unabomber: scompare la donna colpita 13 anni fa». La Repubblica, 13 aprile 2008, p. 21.
  10. ^ «L'odissea delle vittime fra rinvii e burocrazia».
  11. ^ a b Domenico Pecile. «Attentato alla Sagra, l'ombra dell'ecoterrorismo». Corriere della Sera, 22 agosto 1994, p. 9.
  12. ^ a b Marco Pacini. «Pordenone, una bomba alla Sagra degli Osei». La Repubblica, 22 agosto 1994, p. 13.
  13. ^ a b c «Sette attentati, stessa tecnica». La Repubblica, 5 agosto 1996, p. 6.
  14. ^ Domenico Pecile. «Altro tubo bomba, paura a Pordenone». Corriere della Sera, 3 ottobre 1995, p. 15.
  15. ^ Marco Pacini. «Il seminatore di bombe colpisce ancora». La Repubblica, 3 ottobre 1995, p. 19.
  16. ^ a b c Alessandro Russello. «Esplosivo al cimitero, torna Unabomber». Corriere della Sera, 3 novembre 2001, p. 15.
  17. ^ a b Pierfrancesco Fedrizzi. «Una lista con sei sospettati. Lui non sa trattenere l'odio». La Repubblica, 25 luglio 2002, p. 21.
  18. ^ «Tu che raccogli tutto, guarda che bel pezzo di tubo».
  19. ^ a b Domenico Pecile. «Un'altra bomba sotto l'ombrellone». Corriere della Sera, 6 agosto 1996, p. 5.
  20. ^ Roberto Bianchin. «Un'altra bomba sulla spiaggia». La Repubblica, 6 agosto 1996, p. 6.
  21. ^ Domenico Pecile ed Elisabetta Rosaspina. «Bomba in spiaggia, grave un turista». Corriere della Sera, 5 agosto 1996, p. 9.
  22. ^ Roberto Bianchin. «Sangue in spiaggia: una bomba nell'ombrellone». La Repubblica, 5 agosto 1996, p. 6.
  23. ^ a b Mauro Manzin. «Professore sott'inchiesta per le bombe dell'estate». La Repubblica, 21 agosto 1996, p. 8.
  24. ^ «Friuli, ritorna Unabomber». L'Unione sarda, 3 febbraio 1998.
  25. ^ Alessandro Russello. «Unabomber presto colpirà di nuovo». Corriere della Sera, 4 novembre 2001, p. 15.
  26. ^ «Informativa urgente del Governo su alcuni attentati dinamitardi verificatisi in Veneto ed in Friuli-Venezia Giulia». Resoconto stenografico dell'assemblea della Camera dei deputati, 21 dicembre 2000.
  27. ^ Martino Spadari. «Bomba in spiaggia, terrore a Lignano». Corriere della Sera, 7 luglio 2000, p. 5.
  28. ^ Claudio Salvalaggio. «Scoppia tubo sulla spiaggia a Lignano, psicosi Unabomber». La Repubblica, 7 luglio 2000, p. 25.
  29. ^ Martino Spadari. «Spiagge blindate dopo la bomba. Il tubo è esploso a 400 metri dal ritrovamento: poteva essere una strage». Corriere della Sera, 8 luglio 2000, p. 9.
  30. ^ Roberto Bianchin. «Il tubo bomba era in una colonia». La Repubblica, 9 luglio 2000, p. 24.
  31. ^ a b c Domenico Pecile. «Torna Unabomber, due ordigni in un giorno». Corriere della Sera, 5 novembre 2000, p. 17.
  32. ^ Mauro Manzin. «Uovo bomba al supermercato». La Repubblica, 5 novembre 2000, p. 27.
  33. ^ Luigi Offeddu e Domenico Pecile. «Incubo Unabomber: esplosivo nel pomodoro». Corriere della Sera, 8 novembre 2000, p. 15.
  34. ^ Fabrizio Ravelli. «Unabomber torna al supermercato». La Repubblica, 8 novembre 2000, p. 13.
  35. ^ Luciano Ferraro. «Torna Unabomber, esplosivo nella maionese». Corriere della Sera, 19 novembre 2000, p. 13.
  36. ^ «La nuova beffa di Unabomber». La Repubblica, 19 novembre 2000, p. 28.
  37. ^ Alessandro Russello. «Esplosivo al cimitero, torna Unabomber». Corriere della Sera, 3 novembre 2001, p. 18.
  38. ^ Filippo Tosatto. «Esplode lumino, ferita anziana. Torna l'incubo Unabomber». La Repubblica, 3 novembre 2001, p. 21.
  39. ^ Costantino Muscau. «Unabomber voleva colpire un bambino». Corriere della Sera, 25 luglio 2002. p. 15.
  40. ^ Marisa Fumagalli. «Unabomber, forse altri bambini nel mirino». Corriere della Sera, 4 settembre 2002, p. 15.
  41. ^ Marco Mensurati. «Unabomber, sotto tiro i bambini». La Repubblica, 3 settembre 2002, p. 20.
  42. ^ Carlo Brambilla. «Natale nel mirino di Unabomber». La Repubblica, 27 dicembre 2002, p. 29.
  43. ^ Marisa Fumagalli. «Scoppio in tribunale, la sfida di Unabomber». Corriere della Sera, 25 marzo 2003, p. 21.
  44. ^ Luca Fazzo. «Unabomber sfida i magistrati». La Repubblica, 25 marzo 2003, p. 24.
  45. ^ Daniela Monti. «Unabomber torna a colpire, ferita una bambina». Corriere della Sera, 26 aprile 2003, p. 9.
  46. ^ Piero Colaprico. «Torna l'incubo Unabomber: bimba di nove anni mutilata». La Repubblica, 26 aprile 2003, p. 2.
  47. ^ «Bimba vittima di Unabomber curata dal professor Lanzetta». Corriere della Sera, 24 marzo 2004, p. 54.
  48. ^ Marisa Fumagalli. «Unabomber, la sfida di Pasqua: ordigno in chiesa». Corriere della Sera, 3 aprile 2004, p. 18.
  49. ^ Piero Colaprico. «Tubetto esplosivo in chiesa». La Repubblica, 3 aprile 2004, p. 23.
  50. ^ Marisa Fumagalli. «Unabomber, l'ordigno trovato in chiesa conteneva nitroglicerina». Corriere della Sera, 6 aprile 2004, p. 18.
  51. ^ Roberto Bianchin. «Io, un bambino nelle loro mani». La Repubblica, 18 gennaio 2007, p. 18.
  52. ^ Costantino Muscau. «Unabomber sfida i giudici: scoppio tra gli alunni». Corriere della Sera, 27 gennaio 2005, p. 9.
  53. ^ Roberto Bianchin. «Unabomber, attacco ai bambini». La Repubblica, 27 gennaio 2005, p. 14.
  54. ^ Davide Gorni. «Scoppio in duomo: Unabomber ferisce una bimba». Corriere della Sera, 14 marzo 2005, p. 3.
  55. ^ «Ferita nel 2001: Sabato ho acceso quelle candele». Corriere della Sera, 15 marzo 2005, p. 9.
  56. ^ Davide Gorni. «Unabomber era in chiesa quella mattina». Corriere della Sera, 15 marzo 2005, p. 9.
  57. ^ Mario Porqueddu. «Un ordigno in Romania. La pista: Unabomber». Corriere della Sera, 17 marzo 2005, p. 18.
  58. ^ Roberto Bianchin. «Unabomber colpisce in Romania». La Repubblica, 17 marzo 2005, p. 24.
  59. ^ Cristina Marrone. «Ordigno su una bicicletta: Nuova sfida di Unabomber». Corriere della Sera, 10 luglio 2005, p. 14.
  60. ^ Cristina Marrone. «Unabomber, c'era nitroglicerina. Ordigno inceppato per la pioggia». Corriere della Sera, 11 luglio 2005, p. 16.
  61. ^ Marisa Fumagalli. «Ordigno in una bottiglia, torna Unabomber». Corriere della Sera, 7 maggio 2006, p. 11.
  62. ^ Marco Mensurati. «L'ultima trappola di Unabomber». La Repubblica, 7 maggio 2006, p. 12.
  63. ^ «Forse ha colpito per vendicarsi della taglia messa su di lui». Corriere della Sera, 27 aprile 2003, p. 1.
  64. ^ Fiorenza Sarzanini. «Unabomber, mezza impronta lo può tradire». Corriere della Sera, 6 maggio 2003, p. 16.
  65. ^ a b Domenico Pecile. «Unabomber, c'è l'incubo di un imitatore». Corriere della Sera, 6 novembre 2000, pag. 17.
  66. ^ Luca Fazzo. «Unabomber avrà presto un volto». La Repubblica, 26 marzo 2003, p. 25.
  67. ^ «Unabomber, volto sospetto ripreso dalle telecamere». Corriere della Sera, 27 marzo 2003, p. 20.
  68. ^ Alessandro Russello. «Caccia a Unabomber: Di lui sappiamo tutto, presto cadrà in trappola». Corriere della Sera, 5 novembre 2001, p. 16.
  69. ^ Carlo Bonini. «Un bimbo dai traumi irrisolti: ecco chi c'è dietro Unabomber». La Repubblica, 11 maggio 2003, pag. 15.
  70. ^ a b c Roberto Bianchin. «Unabomber, il sospettato in procura: esame del DNA per amici e parenti». La Repubblica, 10 ottobre 2006, p. 37.
  71. ^ Luigi Offeddu e Domenico Pecile. «Unabomber, mille i sospettati. In azione il software utilizzato dall'FBI nella caccia ai serial killer». Corriere della Sera, 9 novembre 2000, p. 21
  72. ^ a b c d Roberto Bianchin. «Unabomber, c'è un altro indagato». La Repubblica, 29 agosto 2006, p. 26.
  73. ^ «Unabomber - Terrore a Nord Est», di Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro, LA CASE Production, ISBN 9788897526056
  74. ^ «Inchiesta Unabomber: la procura archivia». La Repubblica, 3 marzo 2009, p. 17.
  75. ^ «Unabomber, confermata in appello la condanna a Zernar». La Nuova di Venezia e Mestre, 22 novembre 2010.
  76. ^ «Unabomber, Cassazione annulla la condanna al poliziotto Zernar». Corriere del Veneto, 8 marzo 2012.
  77. ^ «Zornitta: Un incubo ma sono tranquillo». La Nuova di Venezia e Mestre, 28 ottobre 2010.
  78. ^ «Tubi bomba, un indagato». Corriere della Sera, 14 aprile 1996, p. 14.
  79. ^ Costantino Muscau. «Unabomber? Mi sento Tortora». Corriere della Sera, 28 luglio 2002, p. 13.
  80. ^ Massimiliano Melilli. «Unabomber, il silenzio più lungo: È morto. No, in sonno». Corriere del Veneto, 24 novembre 2010.
  81. ^ Ivan Vadori. «Dietro la maschera di Unabomber» (intervista allo scrittore Francesco Altan). Affaritaliani.it, 26 gennaio 2011.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Francesco Altan, "Dietro la maschera di Unabomber", Robin, 2011, ISBN 9788873717799
  • Marco Strano, Roberta Bruzzone e Danilo Coppe, "Chi è Unabomber? Strategie investigative e criminal profiling nei casi di serial bombers", 2007, ISBN 9788874242351
  • Paolo Cossi e Igor Mavric, "Unabomber: non toccate niente", 2006, Becco Giallo, ISBN 9788885832558
  • Marco Bariletti e Alessio Zucchini, "Unabomber - Storia in venti bombe del criminale che terrorizza il Nord-Est", 2003, Nutrimenti Edizioni, ISBN 9788888389158
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