Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane

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Coordinate: 41°54′06″N 12°29′27″E / 41.90167°N 12.49083°E / 41.90167; 12.49083

San Carlo alle Quattro Fontane
San Carlino
Facciata
Facciata
Paese Italia
Regione Lazio
Località Roma
Religione Chiesa cattolica di rito romano
Diocesi Roma
Anno consacrazione
Architetto Francesco Borromini
Stile architettonico barocco
Inizio costruzione 1638[senza fonte]
Completamento 1641[senza fonte]
Demolizione {{{Demolizione}}}
Sito web

La chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane è una chiesa di Roma, nel rione Monti, facente parte di un complesso conventuale dei Trinitari, edificato nel XVII secolo e considerato uno dei capolavori dell'architettura barocca.

La chiesa è dedicata a Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, ma è soprannominata San Carlino per le sue ridotte dimensioni tanto da coprire con la sua area quella di uno solo dei quattro pilastri che sorreggono la cupola della basilica di San Pietro in Vaticano.

Indice

[modifica] Storia

La chiesa, il chiostro ed il convento vennero realizzati tra il 1634 e il 1644[1] da Francesco Borromini. La facciata venne progettata e realizzata molto più tardi, a partire dal 1664; dopo la morte dell'architetto nel 1667, i lavori vennero continuati dal 1670 al 1680 dal nipote Bernardo Borromini sulla scorta dei disegni del maestro. Il campanile venne realizzato nel 1670.

[modifica] Descrizione

Interno

La chiesa ed il complesso conventuale sono caratterizzati dalle dimensioni sorprendentemente piccole e la semplicità dei materiali, conformemente con la regola e la spiritualità dei frati di origine spagnola dell'ordine dei Trinitari,[2] all'epoca appena insediati a Roma, ma anche con le convinzioni del Borromini che ai materiali pregiati preferiva materie umili come l’intonaco e lo stucco, da nobilitare con la tecnica.[3]

La chiesa è a pianta mistilinea e le parti corrispondenti ai vertici sull'asse maggiore sono concluse da absidi semicircolari; come una sovrapposizione di una pianta a croce greca allungata e di un'ellisse, costruita geometricamente a partire dalla forma di due triangoli equilateri con le basi sull'asse trasversale.[senza fonte] La cupola, costruita in laterizio, poggia su un'imposta ellittica[senza fonte], ed è un ovale incisa da un profondo cassettonato nel quale si alternano forme diverse (ottagoni, esagoni, croci) componendo un disegno molto particolare illuminato da due finestre poste alla base e dalla lanterna superiore. Il raccordo tra la cupola e il corpo dell'edificio è realizzato grazie alla presenza di quattro pennacchi che poggiano sulla trabeazione. Quest'ultima, in corrispondenza di essi, abbandona il "percorso" del perimetro diventando lineare[senza fonte]. Il movimento ondulatorio dei muri e il ritmico alternarsi a forme sporgenti e rientranti danno luogo a un palpitante organismo plastico, la cui forma viene sottolineata dall'assenza di sontuose decorazioni.

Nella facciata Borromini utilizza due ordini che distinguono la facciata in due parti: una superiore e una inferiore. La parte inferiore è caratterizzata da una successione di superfici concava - convessa - concava; mentre la superiore presenta tre parti concave di cui la centrale ospita un'edicola convessa. Egli gioca con la concavità e la convessità delle pareti creando una facciata dinamica e piena di movimento, ma anche con le fantasiose decorazioni come la nicchia posta sopra al portale d'ingresso (che ospita la statua di San Carlo Borromeo) in cui le colonne sono due cherubini le cui ali vanno ad unirsi e creare una copertura alla statua. Nelle suddette nicchie si può cogliere la metafora, utilizzata spesso dal Borromini.[non chiaro]

[modifica] Note

  1. ^ Marina Bonavia, Borromini ritrovato: retrospettiva storiografica nel cantiere di restauro, con l’Indice delle fonti documentarie, in "La "Fabrica" di San Carlino alle Quattro Fontane: gli anni del restauro" volume speciale del "Bollettino d'arte", 2007.
  2. ^ AA.VV., La "Fabrica" di San Carlino alle Quattro Fontane: gli anni del restauro, volume speciale del "Bollettino d'arte", 2007.
  3. ^ Giulio Carlo Argan, Borromini, ed. Sansoni, 1996.

[modifica] Bibliografia

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